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Presentazione del romanzo IL PRETE di N. Loiacono
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Nino Casamento intervistato da ONDA TV

 

Presentazione del libro

“IL PRETE” di Nino Loiacono, Siciliano editore, 2007

a cura di Nino Casamento


Sono particolarmente contento di partecipare a questa TRE GIORNI DELL’EDITORIA SICILIANA.
          Intanto per la valenza dell’iniziativa che riprende e sviluppa alcuni momenti culturali che in passato  a Patti abbiamo cercato di creare, proprio con Nino Loiacono e qualche altro amico.

          In secondo luogo perché è un’iniziativa legata alla promozione del libro, cosa per me straordinariamente meritevole in un tempo nel quale il libro è messo all’angolo, soprattutto tra le giovani generazioni, che ormai utilizzano quasi esclusivamente nuove forme di comunicazione e di informazione. In particolare la televisione dei nostri tempi, che è davvero diventata, per usare una calzante  definizione di Popper, una “cattiva maestra”.
Diceva il filosofo Fuerbach: L’uomo è ciò che mangia. Se questo vale per il corpo, a maggior ragione varrà per la mente, per lo spirito. Se l’alimentazione, soprattutto per le giovani generazioni è costituita dagli stimoli di violenza, di superficialità, d’incultura, di volgarità, di mancanza di rispetto, il danno è evidente.
La televisione  poi colpisce, schiaccia con la forza, con la prepotenza della sua efficacia visiva, ma spesso non permette di riflettere, piuttosto soggioga, condiziona. Il libro invece consente ad ognuno di essere partecipe, di approfondire e di riflettere. Per dirla con un’espressione in voga, è lo strumento più interattivo che esista. Ecco perché occorre stimolare la lettura, favorire il confronto, ecco perché sono importanti tutte le manifestazioni di promozione del libro.
Si scrivono tanti libri, ma sono pochi a leggerli.
Il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges  si vantava non dei numerosi libri che aveva scritto, ma di  quelli che aveva  letto.

          Sono contento anche di ritrovare  Armando Siciliano, un editore tra i più qualificati della Sicilia, che dà voce alle risorse altrimenti inespresse di questo nostro territorio e fa emergere autori e tematiche legati appunto a questa nostra terra che altrimenti non si avrebbero. E sviluppa una formidabile e appassionata, capillare  opera di promozione del libro. Svolge quindi davvero un’opera meritoria per la nostra regione.

          E infine perché ho il piacere di presentare la terza opera letteraria di Loiacono. Nino, come sapete tutti,  ha una mente estremamente versatile, possiede un ingegno poliedrico e multiforme, è impegnato su tanti fronti.  Funzionario comunale, promotore culturale (basti pensare ad Epacten,  alla Pro Loco, all’Accademia delle belle Arti,ecc.) attento e profondo conoscitore, per amore, del nostro territorio, del nostro ambiente, della nostra storia millenaria. Basti ricordare il suo contributo storico con il libro “Nauloco e Diana facellina”.

Da qualche anno lo ritroviamo narratore. Qui voglio fare un breve richiamo alle sue opere precedenti. Esordisce con “Nina”, in cui racconta una bella storia che vede come protagonista una ragazza di Patti, Nina appunto, che si lega ad un extracomunitario. Il libro quindi affronta una tematica di grande attualità come  il rapporto nostro con quelli che vengono da fuori e con i quali spesso l’accettazione e l’integrazione si presentano particolarmente difficili, a volte persino drammatiche. Pubblica poi “Quel giorno qualunque”, che tratta un’altra questione tornata oggi d’attualità, il problema dell’emigrazione, specie quella intellettuale, tecnica, qualificata insomma, con tanti giovani diplomati e laureati che sono di nuovo costretti a lasciare la Sicilia in cerca di lavoro e di affermazione. Nel romanzo emergono  le traversie  riservate al giovane ingegnere protagonista del libro, che per tanti versi ritrovo simile al protagonista del mio primo romanzo, “L’albero de torti”, anch’egli alle prese con le insidie di una metropoli del Nord che lo irretiscono in un alternarsi di illusioni e di delusioni.
Forse in quel libro di Loiacono   traspare una concezione troppo idilliaca della Sicilia a confronto con la mentalità e la civiltà delle realtà del Nord, ma che è dettata dall’amore sviscerato e partigiano che Nino ha per questa nostra terra.

Ed ecco la sua terza opera, IL PRETE, che mette a nudo le contraddizioni del variegato mondo ecclesiastico alle prese con le sollecitazioni negative di una società che ha smarrito i suoi valori tradizionali e che punta solo al successo, alla carriera, al denaro, all’amore inteso come sfogo dei sensi, in una girandola di intrighi, di  violenze, di tradimenti, di corruzione.
Nel romanzo non c’è solo la storia di un prete, don Salvo, il protagonista. Con questa storia s’intersecano, si incrociano, a volte si sovrappongono, le vicende di altri religiosi e soprattutto del mondo della Curia vescovile di Patti, visto, attraverso le vicende del protagonista, più nella sua dimensione burocratica, temporale, di apparato teso alla realizzazione di opere materiali che come centro propulsore di una pastorale autenticamente cristiana.
Ma andiamo per ordine.

Il libro si apre con i dubbi, le preoccupazioni, i timori del protagonista, ancora bambino, che la madre vuole mandare al Seminario di Patti per studiare da prete.
E’ questo un passaggio molto delicato. Bella davvero la preghiera, accorata e intensa nell’ ingenuità con cui il bambino  si rivolge a Gesù come se fosse un amico più grande, un fratello maggiore che deve consigliarlo a fare la scelta giusta.  E qui poi  Loiacono traccia un quadro della società del tempo, degli anni 50-60, in cui le condizioni di arretratezza e di miseria delle classi popolari spingono molte famiglie ad avviare al seminario di Patti i propri figli per farli studiare, cosa altrimenti impossibile. Se poi, alla fine degli studi, i giovani trovavano la vocazione e si facevano sacerdoti era meglio: avere un prete era un segno distintivo, di elevazione sociale per tutta la famiglia; altrimenti restavano gli studi che servivano ad assicurare un avvenire dignitoso, a togliere almeno qualche figlio al lavoro massacrante dei campi, ad una vita miserabile. E così il Seminario si riempiva di giovani provenienti da tutto il circondario dei Nebrodi. In certi momenti, come ricorda Loiacono, arriva a contare centinaia di seminaristi. A quelli della mia generazione  vengono alla mente, richiamati dal racconto, ricordi e immagini di quei giovani in tonaca nera che sfilavano ordinati e composti per le strade di Patti e dei dintorni o giocavano a calcio sul greto del torrente Provvidenza. Io ricordo che da Montagnareale si scorgevano giù nella vallata tanti puntini neri che correvano per il campo, come delle formichine in continuo movimento. E viene spontaneo il paragone con i tempi odierni in cui il seminario si erge  ormai vuoto, malinconico, non richiama più nessuno, a testimonianza del grande mutamento della società che oggi preferisce semmai affidare alla televisione le proprie speranze di riscatto e di promozione sociale. Basti pensare all’assalto di decine e decine di migliaia di giovani alle selezioni per il “grande fratello” o per il reclutamento delle aspiranti “veline” televisive.

Ordinato sacerdote, don Salvo non viene assegnato ad una parrocchia, ma chiamato ad occuparsi dell’amministrazione della Curia. Nel libro si staglia in modo dominante e decisivo la figura del Vescovo, che regge con mano ferma la Diocesi, indirizza, consiglia, incoraggia i suoi sacerdoti, ma soprattutto esercita il potere, dispone, sovrintende, col piglio del capo. Questo personaggio è però appena tratteggiato dall’autore, disegnato nella sua configurazione meramente istituzionale, sfumando e riducendo il suo profilo di uomo, di cui mancano quasi del tutto i riferimenti fisici. E questo non è un caso. Lo scrittore vuole cioè dare espressione al ruolo che il prelato esercita, erigendolo quasi a paradigma, ad emblema di una Chiesa-istituzione, di una Chiesa che conserva connotati di potere temporale.

Cominciano per il giovane prete le soddisfazioni di un ruolo importante che lo porta a frequentare il mondo che conta, ma anche a imbattersi nelle  tentazioni che si affacciano continue, soprattutto a Roma o a Palermo. Sono le tentazioni dovute a quell’Ufficio che lo mette a stretto contatto col maneggio di una certa politica, ma anche con le donne che gravitano attorno a quel mondo, che  lo insidiano, lo provocano. Chi per capriccio come Barbara, la moglie di un suo amico importante, chi  addirittura per scommessa, come Claudia, una donna bellissima e ammaliatrice, che vuole riuscire a tutti i costi a sedurre il prete.

E qui un discorso va fatto sulle donne del romanzo. Fondamentalmente compaiono due tipologie di donne, che sono agli antipodi, rispecchiano due mondi, due concezioni della vita, due epoche  lontane tra di loro. Da un lato le donne di una volta, rappresentate dalle mamme dei due amici, don Salvo e don Pippo, orgogliose dei loro figli preti, disposte ai sacrifici più grandi, prodighe di buoni insegnamenti e di straordinari esempi di bontà e di altruismo, su cui torneremo. E dall’altro le donne che il protagonista incontra nel bel mondo della città, le donne moderne, frivole e provocanti, che sanno come conquistare un uomo con le loro grazie, non hanno per nulla il senso del peccato, non arretrano neppure davanti ad un prete, considerato anzi una preda più pregiata perché proibita. L’amore per loro è gioco, scommessa, orgoglio, dicevamo. Prendono l’iniziativa, sono determinate e provocanti, ma poi scompaiono, spariscono senza lasciare tracce, emblemi di un mondo privo di valori.
A parte, come un albero che si erge solitario, risalta la figura di una donna, Francesca, che invece ha forti sentimenti, si abbandona ad essi, ama Salvo, lo vuole per sé. E’ travagliata, certo,  lo insidia, lo tenta, fa di tutto per averlo,  ma poi si accontenta di vivergli a fianco, di aiutarlo nello svolgimento della sua opera di sacerdote.
Mostra una  sensibilità ed una dedizione straordinarie, che nobilitano quell’amore, lo santificano, lo mettono non contro, ma al servizio della missione sacerdotale di don Salvo. Questo rapporto tra i due, così come descritto dall’autore, sembra quasi voglia far scorrere acqua fresca nel solco rinsecchito e spinoso della difficile discussione sul superamento del celibato dei sacerdoti, questione anch’essa di grande attualità.

Come dicevamo all’inizio nel libro compaiono diverse figure di preti, che si muovono attorno al protagonista. Intanto i preti veri, i santi uomini, votati alla loro missione, nei confronti dei quali l’autore non nasconde la sua simpatia.
Tra questi don Vincenzo, il prete del paese di Salvo, che lo spinge a farsi sacerdote, vince le sue resistenze, i suoi dubbi; è prodigo nei confronti del discepolo di insegnamenti che Salvo però presto dimentica, preso dal vortice della carriera e del successo.
C’è poi don Pippo, il fraterno amico di Salvo, sin dai tempi del seminario, il quale, con la morte della mamma sente di dover dare una svolta decisiva alla sua vita, di dedicarsi agli altri. Parte missionario per l’ Africa e dà tutto sé stesso, senza risparmiarsi, ai poveri del mondo, di cui condivide le sofferenze, rischiando persino la vita.

Tra i preti ci sono però alcune figure negative. Tra queste soprattutto don Cono, un giovane sacerdote, suo assistente nell’Ufficio della Curia, che Salvo aiuta, sostiene, incoraggia, ma  che si rivelerà infido e traditore. Solo alla fine del romanzo si capirà per quale motivo. Agisce con una meschinità che rivela la miseria dell’animo dell’uomo, prima che la mancanza di spiritualità di un sacerdote. E per le sue abiette trame utilizza il mondo del malaffare, di piccoli delinquenti, di usurai, di allevatori prepotenti, che appiccano gli incendi nei boschi e nelle campagne, incendi che nessuno del paese si prodiga a spegnere, un po’ per paura, un po’ per pigrizia, un po’ per vendetta. E qui è facile cogliere il riferimento all’attualità di questi giorni.
O come don Roberto, un pretino di Torino, simbolo dell’ipocrisia, della finzione, che in apparenza lotta contro le tentazioni e le insidie del mondo, le rifugge sdegnato, facendo la morale agli altri, ma che poi di nascosto si dà alla bella vita, spacciando per sorella, quando viene scoperto, una sua amante.  E qui trapela l’indignazione dell’autore,  la sua condanna di un moralismo ipocrita e vigliacco, della preoccupazione di salvare le apparenze, a dispetto della sostanza che è la negazione, il tradimento della  missione del sacerdote.
Entrambe queste figure rappresentano il paradigma, il simbolo di una Chiesa che l’autore non ama, non può amare.

Torniamo al protagonista, che resta sempre più invischiato nel mondo corrotto che per il suo incarico deve frequentare. Leggiamo un brano  nel quale lo vediamo alle prese con uno di quei politici spregiudicati e truffaldini, spesso persino collusi con la criminalità organizzata, con la mafia.
Ad un certo punto il Vescovo lo rimuove dall’incarico e lo manda a fare il parroco in una  chiesetta di campagna. E qui la dedizione ed i buoni sentimenti di Francesca, l’incontro con la sofferenza che tocca gli affetti più cari, il timore di perderli, l’incombere della morte, operano in lui una sorta di conversione, gli fanno vedere le cose in modo diverso, lo cambiano. Significativo è il suo ultimo incontro con la madre morente.
Inizia per  Salvo un periodo di  profonda riflessione, che parte da un esame di coscienza della sua condizione di prete dedito alle cose più che alle persone, all’anima, alla spiritualità, che lo porterà a ritrovare alla fine di un percorso travagliato la strada giusta, a riscoprire la vocazione al sacerdozio, ad uscire dal tunnel buio e pericoloso che aveva imboccato, per iniziare finalmente ad essere prete.

Per concludere qualche riferimento alla forma, allo stile che l’autore adopera in questo libro.
L’ambientazione è appena accennata, appena abbozzata, sembra più uno schizzo che un disegno. I personaggi sono poco definiti; sembra che l’autore non voglia attardarsi a descriverli nelle peculiarità fisiche o interiori, tutto preso com’è dalla frenesia dell’azione in cui essi sono impegnati. Li fa vedere in  movimento, nella plasticità, nell’efficacia dell’azione, più che nella staticità della descrizione.
La forza del libro sta tutta  nell’intreccio, nella trama  che tiene il lettore col fiato sospeso e lo avvince. E poi nella intensità dei dialoghi, ricchi,  incalzanti, espressi in una forma chiara, semplice, aderente alla realtà, senza fronzoli, che invita alla lettura anche il lettore non colto.

Se dovessimo tentare, per concludere, di dare una caratterizzazione al genere cui si potrebbe iscrivere quest’opera, possiamo dire che essa oscilla tra  il romanzo di costume (in cui la dimensione realistica degli ambienti e dei comportamenti sociali si alterna alla critica, persino alla denuncia dell’ipocrisia e della falsità di certi ambienti e di certe istituzioni)  e il romanzo di formazione in cui il protagonista, nella caduta dei valori tradizionali, vive una sua sofferta problematicità, cerca di dare un senso alla sua esistenza, di riacquistare uno stato d’integrazione con un mondo in trasformazione, i cui ideali non sono più postulati in modo certo, ma devono essere continuamente ricercati con fatica e dolore. Per dirla con Gyorgy Lukàcs ci troviamo di fronte ad una “forma degradata dell’epos”, ovvero la storia di una ricerca  in cui il protagonista, insicuro di sé e dei valori da realizzare, si muove in una realtà negativa tutto teso ad acquisire un’armonia ed un riscatto che forse non troverà mai, o se vogliamo, come in questo libro, solo alla fine. Ma ci sono anche molti elementi del genere noir: i crimini, gli intrighi, le trame, i misteri, che si dipanano attraverso  un intreccio ingegnoso, anche se a volte complesso e intricato, con un ritmo molto elevato, con numerosi colpi di scena che si susseguono lungo tutto l’arco della narrazione, mantenendo alta la tensione del lettore, che viene preso dalla frenesia della lettura per trovare il bandolo della matassa.
Ed è proprio questo abile intreccio narrativo che rende attraente il libro, che spinge alla voglia di leggerlo, di divorarlo tutto d’un fiato, per soddisfare la curiosità che l’autore sa suscitare nel lettore.

Nella foto pubblicata dal Giornale di Sicilia, da sinistra: Pippo Molica, Nino Casamento, Nino Loiacono e l'editore Armando Siciliano



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