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EMIGRAZIONE. Un'epopea rivignanese di Ermes Comuzz
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Presentazione del libro
Emigrazione. Un’epopea rivignanese
di Ermes Comuzzi

Quando il Sindaco mi ha proposto di presentare questo libro ho dato immediatamente la mia disponibilità con grande gioia. Intanto perché sono amico del maestro Ermes da diversi anni. Nelle nostre piacevoli chiacchierate qui a Rivignano mi ha messo a parte sin dall’inizio del lavoro che aveva intrapreso, anticipandomi anche qualche gustoso aneddoto e trasmettendomi il suo fervore ed il suo entusiasmo per la stesura dell’opera. Poi perché è un libro sull’emigrazione, che è una costante dei miei libri, di tutti i romanzi che ho scritto finora, non soltanto per l’importanza  e l’incidenza che questo fenomeno ha avuto nella storia italiana del ‘900, ma perché è un’esperienza che ha interessato e coinvolto anche la mia famiglia, i miei nonni e me stesso da giovane, quando appena laureato ho dovuto fare la valigia e trasferirmi dalla mia terra di Sicilia in Piemonte. E infine perché la presentazione di questo libro, che tra l’altro coincide con l’inaugurazione e l’apertura della nuova biblioteca, rappresenta  per me un avvenimento culturale di grande significato, a cui mi fa piacere aggiungere partecipando il mio contributo.
Di questa nuova biblioteca è stato già detto tanto, a partire dalla presentazione ufficiale di ieri del Sindaco. Una struttura bella, accogliente, fornita di libri, ma anche di altre occasioni, di altri strumenti, di altri spazi, che ne arricchiscono l’offerta culturale.
L’opera che si presenta oggi è il frutto della ricerca impegnata e appassionata, espressione del calore dell’animo del maestro Ermes, ma anche il frutto, lo voglio sottolineare,  dell’attenzione e della sensibilità dell’Amministrazione comunale che con la pubblicazione di questo volume, dopo il libro Rivignan. Un secul di vite, di qualche anno fa, ha voluto aggiungere un ulteriore tassello nella ricostruzione della storia, nel recupero delle radici e dell’identità di questa comunità.
Ieri, parlando del mio libro, facevo una considerazione che mi piace riproporre oggi, anche perché la platea dei partecipanti a questa serata, rispetto a ieri, è in gran parte diversa. Constatavo che viviamo, credo che ce ne accorgiamo tutti, in un’epoca in cui avanza un decadimento di valori, proprio di una società in crisi. Si parla tanto oggi della crisi economica e finanziaria che investe l’intero mondo. Ma io credo che, almeno per quanto riguarda l’Italia, o se vogliamo il cosiddetto mondo occidentale, registriamo e da parecchi anni ormai un cedimento etico, morale, prima che finanziario e d economico.
Nella nostra società si manifesta un disinteresse crescente per i valori in generale e per il valore della cultura in particolare, tutti presi ed accecati come siamo dal richiamo della materialità, del guadagno, del potere, del successo, della voglia di apparire a tutti i costi.
Per risalire la china, quindi, io credo che non bastino solo le misure economiche, gli investimenti finanziari pur necessari, decisivi per far riprendere lo sviluppo economico e superare questa fase di crisi, ma occorrono chiari segnali, forti investimenti soprattutto in direzione dei giovani, non solo per assicurare il lavoro, per consentire di superare lo stato di precarietà di cui tanto si parla, ma per fornire loro la strumentazione di base, e cioè quella preparazione culturale e ancor più quella formazione umana che è andata vi via sfilacciandosi e deteriorandosi.
Una nuova biblioteca e un’opera corale come quella del maestro Comuzzi, che ricostruisce un’epopea, una storia grande, sofferta e nobile, che ha interessato per un lungo periodo storico tante famiglie di Rivignano, io credo che possa offrire alle giovani generazioni da un lato informazioni, ma dall’altro anche insegnamenti di forte valenza educativa e consentire loro di riappropriarsi della storia della comunità in cui vivono.
La nostra è diventata una società senza più memoria. E Rivignano ovviamente non può fare eccezione. La perdita della memoria è una grave perdita d'identità. Vivere appiattiti esclusivamente sul presente, dimenticare da dove veniamo, ignorare la nostra storia, non trasmetterla alle giovani generazioni è una colpa grave, che compromette l'avvenire. Chi rimuove il passato non può costruire il futuro. Ecco perché in un progetto di ulteriore sviluppo del paese, è necessario recuperare anche momenti e personaggi che hanno fatto la storia di questa comunità, l'hanno connotata in modo positivo, hanno lasciato insegnamenti, cui si può  e si deve ancora attingere.   Questo libro diventa perciò uno strumento prezioso di recupero della memoria, della storia di Rivignano, un contributo di riflessione e vorrei dire anche uno strumento di educazione civica importante.
Una comunità ha bisogno di cultura. E’ stato dimostrato che i libri e la lettura sono elementi fondamentali per lo sviluppo, anche di tipo economico. Numerose  ricerche lo confermano. Dimostrano che vi è una connessione stretta fra qualità dell'offerta culturale e qualità della vita, sviluppo del territorio, coesione sociale, tolleranza, quella tolleranza nei confronti del diverso, di chi viene da altre realtà ed è portatore di altre culture, di cui parlava il Sindaco nell’intervento introduttivo. E quindi le tante iniziative culturali promosse dall’Ammininistrazione comunale, e le tante altre che vedo sgorgare dal corpo vivo di questa società rivignanese, sono strumenti fondamentali dello sviluppo della comunità, che fanno crescere il tasso di cultura e quindi di consapevolezza della sua popolazione.

Fatta questa premessa, adesso entriamo nel merito del libro del maestro Comuzzi, cercando di fare qualche riflessione. Questa non è la solita ricerca storica sull’emigrazione. Non è l’analisi fredda di un fenomeno importante che ha segnato la storia d’Italia e di tante realtà del Nord e del Sud, ma è una ricerca che mette al centro l’uomo, i suoi ricordi, le sue sofferenze ma anche le sue gioie, le sue sconfitte ma anche i suoi successi, insomma le sue esperienze e le sue passioni.

E’ un mosaico, così mi piace definirlo, composto dalle parole, dalla memoria, dalle emozioni, dalle foto di tanti protagonisti di questa dolorosa, ma anche positiva, lo voglio sottolineare, vicenda dell’emigrazione. Un mosaico che recupera un segmento importante della storia di questa comunità, compiuta certamente da chi qui è vissuto, generazione dopo generazione, ma anche da chi da qui si è dovuto allontanare per sfuggire alla miseria di anni difficili o per cercare un avvenire più promettente per sé e per i propri figli. Di chi è tornato, ricco di esperienze e di risorse, ma anche di chi non è potuto tornare, ma che ha conservato dentro l’animo un sentimento forte di attaccamento alla terra che gli ha dato i natali, una struggente nostalgia per luoghi, affetti, persone mai domenticati.

Il libro si apre con una bella poesia di Cinzia Ramuscello, che esprime il dolore della partenza, la lacerazione del distacco e nello stesso tempo la gioia intensa e la commozione che pervade l’animo di chi riesce a tornare, a ritrovare i suoi affetti, il suo ambiente, la sua comunità.
Segue un’interessante, puntuale, chiara, efficace cornice storica dell’emigrazione in generale e di quella friulana e rivignanese in particolare, opera del giovane Simone Tonin che inquadra, dà senso e prospettiva alle vicende dei singoli uomini che hanno percorso negli anni il flusso migratorio.
E quindi il racconto di tante storie di emigranti, che nel loro ampio numero ( e non sono tutte ) ci fanno comprendere che quello dell’emigrazione è stato un fenomeno vastissimo, che ha segnato quasi tutte le famiglie di Rivignano. Colpisce il lettore anche la descrizione che fa il maestro Ermes di quel girovagare, di qua e di là per l’Italia, per l’Europa, per il mondo. Sembra di trovarsi davanti ad alcuni dannati dell’inferno dantesco, che non si danno pace prima di trovare il luogo in cui fermarsi, il lavoro cui dedicarsi con una certa stabilità e sicurezza.

Dal libro viene fuori il quadro variegato di un’umanità composita, articolata, dalle caratteristiche diverse, ma unita da alcuni caratteri di fondo, che la rende capace di sopportare qualunque disagio, di sottoporsi a lavori gravosi e nocivi che mettevano a dura prova la resistenza fisica, senza mai arrendersi; piena di orgoglio, ricca di onestà e di fedeltà alla parola data, cioè di quei valori umani autentici, tipici della popolazione del Friuli, che bisogna mantenere. Di questo devono essere consapevoli i giovani, che devono riscoprire quei valori che rischiano di andare dispersi nell’opulenta ma fragile e fiacca società di oggi, che insegue spesso furbesche scorciatoie e comodo disimpegno.

Il racconto scava nelle dure esperienze dei nostri emigranti, per esempio nelle cave di pietra di Marche Les Dames o di Spontin in Belgio o nelle miniere di carbone, da cui uscivano distrutti dalla silicosi o nelle fatiche dei taglia canne da zucchero, con nuclei familiari spesso smembrati, addirittura dispersi in vari continenti, come i Del Zotto che si sono sparpagliati in Europa, in Canada, in Australia. Vivendo in baracche sovraffollate e con terribili condizioni igieniche, dopo mesi di viaggio in nave per raggiungere i posti di lavoro, o di giorni e giorni in treno per i più fortunati che si muovevano in Europa. Ma anche quelli che trovavano lavoro all’interno del Friuli si dovevano sobbarcare spostamenti in bicicletta per 70 o 80 km., estate e inverno, col bello e col brutto tempo. E poi le pagine, come quella che è stata prima letta, dedicate ai clandestini, che spesso incappavano nei rigori della legge dei paesi ospitanti o dovevano raggiungere le frontiere con percorsi straordinariamente rischiosi, che richiamano dolorose vicende di tanti sventurati che oggi cercano di raggiungere l’Italia in condizioni disumane e a rischio della loro vita.

Ma il maestro Comuzzi, ed è questa un’altra caratteristica che connota il libro, non ci racconta solo di dolori e sofferenze, sa alleviare la tensione emotiva con aneddoti ed episodi leggeri e gioiosi e mette in evidenza i successi, le soddisfazioni e i risultati positivi ottenuti da parecchi emigranti, che riescono a farsi una posizione, a mettere radici, ad integrarsi, ad ottenere il rispetto degli abitanti del posto. O di quelli che ritornano a Rivignano a godersi i frutti del loro lavoro. E ce li descrive nelle belle case che sono riusciti a costruirsi per passare la parte finale della loro vita, che speriamo sia la più lunga e felice possibile. E suggestiva, quasi idillica è la descrizione che fa di molti di loro che passano il tempo dediti alla paziente e amorevole cura dell’orto.

Non c’è insomma nel libro una descrizione ed una narrazione impersonale ed asettica, ma traspare da ogni riga una partecipazione emotiva dell’autore, che soffre e gioisce con i suoi personaggi, si rammarica delle loro disgrazie e si rallegra dei successi ottenuti.

Se oggi, come sostiene il Sindaco nella prefazione al libro, c’è un’inversione della corrente migratoria, che rende il Friuli e la stessa Rivignano terra di richiamo per  tanti stranieri, ma in uno spirito di accoglienza da parte della popolazione locale, se non c’è un rifiuto preconcetto di chi viene da lontano e rifà lo stesso percorso che hanno fatto i nostri conterranei in altre epoche, ma piuttosto disponibilità ad accettare il diverso, a confrontarsi con lui, si deve al fatto che non è ancora spenta l’eco, non si è del tutto dispersa la memoria di quando, per dirla con una incisiva espressione dello scrittore e giornalista Gian Antonio Stella, “gli albanesi eravamo noi”. E il libro rinsalda questa memoria e contribuisce a creare uno spirito di convivenza e di tolleranza che dev’essere il segno distintivo di un paese civile.

Un libro interessante e prezioso quindi, che dice più di un monumento come si è costruita negli anni, pietra dopo pietra, la storia di questa cittadina ed offre alle giovani generazioni spunti di riflessione per conseguire traguardi degni dell’impegno e del sacrificio di tanti rivignanesi del passato.

                                                                        Nino Casamento

 






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