|
|
|
Alcune pagine del libro |
|
Il nome nemico
Cap. I
L'estate era finita da tempo. C'erano stati giorni di gran caldo. L'afa soffocante rendeva irrespirabile l'aria dentro la fabbrica di serbatoi e carpenteria metallica in cui Franjo aveva trovato lavoro a Rivignano, in Friuli. Nel reparto delle saldature il calore emanato dalla fiamma ossidrica trasformava l'ambiente in un inferno. Neppure in casa la sera trovava refrigerio. E la notte difficilmente riusciva a dormire. Si girava e si rigirava nel letto in un bagno di sudore. Tante volte traslocava nel terrazzino per andare ad appisolarsi sulla sdraio. Ad agosto gli avevano dato le ferie, ma lui non si era mosso da casa. Era andato via due sole volte, per recarsi a Lignano Sabbiadoro a fare un bagno e a Udine per visitare la città. Aveva preso un caffè seduto ai tavoli di un bar nella pittoresca piazza S.Giacomo, si era inoltrato fino alla loggia del Lionello e poi su fino al castello, da cui aveva spinto lo sguardo all'abitato che si stendeva ai suoi piedi e poi oltre, alla vasta pianura contornata dalle montagne della Carnia. Quando lavorava il tempo passava, ma durante le ferie e soprattutto nei giorni di festa, era una tragedia. Si logorava nella solitudine e nella noia, che lo stancava forse più dell'afa. A volte prendeva la vecchia bicicletta e si concedeva qualche breve passeggiata. Di solito andava in giro per le frazioni di Rivignano, ma qualche volta si spingeva fino a Teor, a Pocenia, a Palazzolo dello Stella. Lo affascinava il fiume, con le sue acque limpide e il suo percorso ombroso. Un giorno si era spinto fino a Driolassa con l'intenzione di fermarsi a pescare con una rudimentale canna che aveva costruito in officina con le sue mani. Un'altra volta era andato a Flambruzzo, incuriosito dalla dimora nobiliare dei Badoglio, ancora abitata dai discendenti del generale. Per il resto sempre lì, avanti e indietro per il paese. Compiva di solito lo stesso giro: comprava le sigarette in piazza da Janette e faceva la spesa alla Coopca. Acquistava ogni giorno qualcosa, sia per passare il tempo, sia perché il vecchio frigorifero si era arreso alla legge degli anni. Il caldo estivo si era spinto quell'anno addirittura fino a tutto ottobre, ma l'ultimo giorno del mese aveva portato una giornata di freddo. Dalla finestra vedeva la via frequentata più del solito. A Rivignano si teneva la festa dei santi. C'era in paese un clima di euforia collettiva che accentuava la sua solitudine, quella inseparabile compagna che lo stringeva da presso, soprattutto la sera. Il giorno lo trascorreva indaffarato, ma quando tornava dal lavoro e serrava la porta, il suo animo si riempiva di malinconia. Solo le partite in TV gli facevano davvero compagnia. E il pensiero tornava quasi automaticamente allo stadio di Sarajevo, alle partite nella squadra giovanile della sua città. La sera prima la solitudine lo aveva tormentato più del solito. Essendo una giornata di festa, aveva paura di immalinconirsi. Decise di uscire. Si mise l'abito buono, prese la bici e si portò in centro. Dovette posteggiarla all'inizio del paese, di fronte al bar che si trovava in quella spaziosa corte che gli anziani avevano denominato calle da li razis, perchè un tempo vi razzolavano le oche. Allacciò la catena con il lucchetto per evitare brutte sorprese e s'incamminò a piedi. La festa dei santi era nel suo pieno svolgimento. Si avviò verso il grande mercato settimanale che per l'occasione occupava tutta la dorsale del paese, estendendosi da un'estremità all'altra. Sembrava una pianta imponente e maestosa che aveva il suo tronco lungo la via principale, ma protendeva i suoi rami lungo le strade secondarie che si dipartivano da corso Umberto I. Una pianta rigogliosa, con le sue fronde intricate e i suoi frutti variopinti. Si vendeva di tutto. E la gente, accorsa da ogni dove, si aggirava numerosa per le bancarelle, formando una sorta di brulicante formicaio. Faceva freddo, ma l'atmosfera era allegra, come si conveniva ad una festa antica, molto sentita dai rivignanesi. L'uomo indugiava a guardare le mercanzie. Non aveva necessità di comprare qualcosa, ma la curiosità e la voglia di passare spensieratamente una mattinata libera dal lavoro lo faceva soffermare dappertutto, seguendo il ritmo e le soste di quella fiumana di gente, che si muoveva come in processione. Lo affascinava questa strana festa, che contrastava colla mestizia propria della ricorrenza dei defunti. Anche dalle sue parti, nella ex Jugoslavia, quello era il periodo dedicato al culto dei morti e la gente trascorreva quei giorni in raccoglimento. La meta di tutti era il cimitero, che si riempiva di fiori e di lumini. Qui invece la destinazione era la piazza e le vie principali del paese, che a sera si accendevano di sfarzose luminarie. Gli avevano detto che era una antica tradizione che affondava nella notte dei tempi, ma non capiva il motivo di questa diversità con la generale ricorrenza religiosa di tutti gli altri paesi. Forse si trattava di un residuo pagano, una sorta di ringraziamento alla natura per la stagione del raccolto che si chiudeva, prima dell'entrata nel lungo e sterile tunnel dell' inverno. Ma forse, meglio di altre manifestazioni, simboleggiava l'intrecciarsi nell'esistenza dell'uomo della morte con la vita, del dolore con la gioia, in un susseguirsi ininterrotto. Presso una bancarella incontrò Aldo, un suo amico e compagno di lavoro. "Oh, Franjo, che piacere! La festa ha tirato anche te fuori dal bunker?" gli si rivolse l'uomo, sfoderando una delle sue solite battute. Scherzava spesso con lui, nel tentativo di sciogliere quel persistente grumo di amarezza che sapeva addensato solitamente nel suo animo. "Vedo che sei preso dai festeggiamenti - ribattè prontamente il bosniaco con insolita allegria - Ma mi raccomando, risparmia le energie per quando ritornerai a lavorare; e moderati coi tajuz, altrimenti sarò costretto a faticare anche per te". "Si, ma tu vacci piano colle donne" e giù una sonora risata, alla quale anch'egli provò a partecipare. Ma il suo era sempre un riso amaro; si sforzava di distendere i muscoli del viso, ma quelli restavano contratti, dando vita ad un ghigno strano, innaturale. "E' una bella fiera, partecipata. Mai vista tanta gente a Rivignano". "Certo, meglio che quella stupida festa di Hallowen, che sta infestando, come delle erbacce soffocanti, i nostri terreni, soppiantando le vecchie colture". "Ma sai, i giovani ormai non badano alle tradizioni. Sono esposti agli influssi americani. Hallowen ha un gusto esotico, un'impronta trasgressiva. E' la globalizzazione, anche culturale, che ormai impera!". "Sarà, ma a me non sembra giusto abbandonare i sentieri percorsi dai padri, cancellare la memoria delle nostre comunità". Ma chiusero lì la discussione. Non avevano voglia di dilungarsi in considerazioni impegnative. Volevano abbandonarsi all'atmosfera spensierata di questa festa. Franjo aveva 50 anni o poco più. Alto, magro, con radi ed esili capelli brizzolati, occhi chiari e sporgenti in un viso macilento e incavato, il naso aquilino, il fisico smagrito e un po' incurvato. Le gambe sembravano due stecchi che facevano fatica a trasportare il peso, peraltro modesto, del suo corpo. Si muoveva con lentezza, quasi strascicando. L'andatura appariva come claudicante, anche se non era zoppo. Il fisico appariva provato, sofferente, come amara era l'espressione dei suoi occhi. Il suo sguardo di solito scrutava l'interlocutore con piglio circospetto, indagatore e il viso diventava spesso impenetrabile come una maschera, quasi a voler nascondere il dolore dell' animo. Aldo era particolarmente contento quel giorno, non solo per l'atmosfera di festa in cui era beatamente immerso, ma perché si era appena ripreso da uno spavento. Quello di aver smarrito il portafogli coi documenti e con i soldi ricevuti dalla ditta come compenso per il lavoro del mese di ottobre. Era andato a far visita, come faceva spesso, al suo amico Massimo, soprannominato affettuosamente Peleche. Al ritorno, fermatosi al bar per bere qualcosa, non aveva più trovato il suo taccuin. Disperato, aveva ripercorso il tragitto appena fatto. Era andato di nuovo da lui e assieme si erano messi a cercare. "E' qui!" esplose all'improvviso con un grido liberatorio, individuandolo in mezzo al cortile, tra un ciuffo d'erba, proprio nel posto in cui aveva parcheggiato la macchina. Una ormai insperata felicità aveva invaso il suo animo e l'aveva accompagnato per il seguito della mattinata. Era perciò in vena di generosità. "Franjo, andiamo all'Aghesante, a pranzare. Offro io. Ho bisogno di festeggiare". L'uomo non capì, né chiese il motivo di quell'invito, ma accettò di buon grado. Era un modo come un altro per rompere quella angosciosa solitudine in cui passava le sue giornate quando non era al lavoro. Mangiare da solo, poi, gli infondeva una particolare tristezza. Si accomodarono in un tavolo vicino al fogolar, che fiammeggiava nella grande sala del locale e spandeva un dolce accogliente tepore. Franjo ebbe come un lampo alla vista di quel camino che troneggiava proprio in mezzo al locale. Gli ricordò la stanza dei suoi genitori, riscaldata d'inverno da una grande stufa, attorno a cui nelle lunghe serate si radunava la famiglia. Fuori dalla finestra spesso infuriava la tormenta e i grandi alberi del giardino si ricoprivano di uno spesso manto bianco. Seduto sulle gambe del nonno, che portava il suo stesso nome, ascoltava estasiato le favole che il vecchio sapeva raccontargli con una pazienza ed una dolcezza straordinaria. Mangiarono un po' di frico, un formaggio locale cotto in padella con patate e cipolle, e una porzione di musetto, il caratteristico cotechino friulano, accompagnato da due fette di polenta abbrustolita. Il tutto abbondantemente innaffiato da una caraffa di refosco, un vino forte e generoso come l'amicizia di Aldo. Uscirono sazi e soddisfatti dal locale, proprio mentre la banda Primavera sfilava in piazza suonando una allegra marcia che infondeva buonumore. S'incamminarono per il corso, fino ad incrociare alcuni artisti di strada che animavano la festa, per la delizia soprattutto dei più piccoli. Li incuriosirono due mangiafuoco, un uomo e una donna, che spargevano nell'aria grandi fiammate, facendo ritrarre il crocchio della gente che li attorniava. "Franjo, con tutto quel che hai bevuto, adesso tu saresti capace di far meglio di loro. Saresti un vero lanciafiamme!" rideva Aldo, assestando una grande pacca sulle spalle dell'amico. Lui non rispose alla battuta. Il suo viso si corrugò; la sua fronte fu percorsa da un lampo abbagliante. Per un attimo la sua mente tornò indietro nel tempo. Quelle fiamme corrusche gli fecero balenare alcune immagini di quella guerra spaventosa che stava cercando di dimenticare. L'amico si accorse di quel turbamento e cercò di distrarlo. "Andiamo da Luigino a bere un buon caffè". Il locale, a pochi passi dal Duomo e dal Municipio, si trovava in pieno centro e dava proprio sulla piazza IV Novembre, gremita fino all'inverosimile. Proprio di fronte sorgeva lo stand degli alpini, dove baldi giovanotti dal viso rubizzo e vecchietti arzilli col cappello grigioverde calcato in testa servivano agli avventori gustose sardine in saor. Gli alpini avevano una postazione privilegiata, al riparo di uno dei maestosi alberi di tiglio che troneggiavano lungo la piazza, a ridosso della cancellata del grande parco dei Pertoldeo. Di fianco allo stand faceva bella mostra di sé la nuova fontana, che aveva da pochi mesi sostituito la vecchia e che, nella grande forma di pietra scolpita e levigata, rappresentava il territorio del comune, colle sue frazioni e i suoi due fiumi. L'ampia sala del bar Fantini era piena di gente rumorosa e festante, che si soffermava a chiacchierare con un bicchiere di buon vino in mano. Cercarono un tavolo libero. Non c'era. Stavano per uscire, alla ricerca di un bar dove potersi sedere, quando Aldo scorse nell'altra saletta una amica d'infanzia che non vedeva da tempo. Si fermò a salutarla. "Monica, come stai?". "Oh, chi si vede! Io bene e tu?". Era in compagnia di altre due persone. Lo invitò a fermarsi e iniziò le presentazioni. "Stavamo andando via. E poi non sono solo. C'è un amico con me." "Ma prego, accomodatevi!" insistè la donna. Finirono per accettare. "Lei è Silvana e lavora con me. Lui è Claudio, un nostro collega di Teor". Anche Aldo presentò il suo amico e s'intrattennero a parlare. Franjo fu colpito dalla donna seduta al tavolo di fronte a lui. Più che il parlare lo incuriosì il suo viso. Ma non per la bellezza o la particolarità dei tratti. Certo, era carina. Capelli ricci, occhi scuri, profondi, ma come appannati da una tristezza celata sotto un atteggiamento gioviale. Il suo sorriso era appena accennato, ma raffinava e ammorbidiva le fattezze e rendeva il suo sguardo tenero e dolce. Quasi d'istinto percepì la stessa velatura di mestizia con cui lui conviveva da anni e che non riusciva a dissipare dal suo animo. Sentì che qualcosa li accomunava. Non ebbe modo di sapere qualcosa di lei, tranne che era meridionale, che veniva da un paese della Sicilia e che si trovava a Rivignano da meno di un anno. C'era nel locale un fastidioso chiacchiericcio che rendeva difficile la discussione. Si astenne dall'indagare.Non ci teneva ad apparire curioso, impiccione, anche perché non voleva trovarsi a sua volta nelle condizioni di dover raccontare di sé. Parlarono dunque del più e del meno, ma si ripromisero di rivedersi. In modo particolare Aldo sembrava smanioso di riprendere a frequentare la vecchia compagna di scuola, specie quando venne a conoscenza che si era separata dal marito, un uomo che pochi nel paese sopportavano, perché beveva molto e l'alcool lo rendeva spesso aggressivo. Apprese che un giorno aveva abbandonato la casa e non se n'era saputo più nulla. Compatì la donna e le strappò una promessa: quella di rivedersi in piazza la sera per assistere ai fuochi d'artificio. "So che quest'anno saranno particolarmente belli" disse per sollecitarla all'incontro. "Venga anche lei" - fece quindi rivolto all'altra donna - se non ha di meglio da fare!". Pensava così di far piacere all'amico, che in genere conduceva una vita eccessivamente ritirata. Attorno alle 20 si ritrovarono in piazza. Aldo, ancora sotto l'effetto della generosità mattutina, li volle portare a mangiare qualcosa nel grande tendone che campeggiava nello slargo dove si fermavano le corriere per Udine. Sotto la volta della grande struttura si ergeva un enorme palcoscenico su cui si alternavano gruppi musicali e a fianco una immensa fila di tavoli gremiti di numerosi avventori, cui camerieri improvvisati portavano ogni ben di dio. Aldo, che conosceva bene una di questi, ne richiamò l'attenzione con voce stentorea: "Ehi, Susi - fece rivolto ad una biondina che trotterellava per i tavoli, reggendo con sufficiente disinvoltura grandi vassoi con succulente pietanze - non farci aspettare tanto. Siamo morti di fame". "Arrivo, arrivo" - lo tranquillizzò la donna esibendo un fresco sorriso - Qua son tutti affamati; sembrano bestie feroci pronte a sbranarti se non corri a quietare la loro fame". Il riso contagiò tutti e li dispose meglio all'attesa. Li distrasse anche la musica di un gruppo che proveniva da un paesino della Carnia e suonava soprattutto vilotis e altri pezzi di folklore locale. Aldo e Monica, che conoscevano quelle arie, cantavano, unendosi al coro possente ma sgangherato che si elevava dalla grande sala; Franjo e Silvana si limitavano a battere le mani, abbandonandosi anch'essi a quel momento di spensieratezza. Finalmente arrivarono i piatti che avevano ordinato: zuppa di orzo e fagioli, musetto e polenta, salame con l'aceto, radicchio con le frizis, una caraffa di merlot e, per finire col dessert, una fetta di gubana. I fuochi d'artificio furono davvero uno spettacolo. Prima il possente campanile in pietra, una massiccia costruzione che sovrastava come un severo ma bonario guardiano la grande piazza del paese, si rivestì di una luce sfavillante. Dalle sue aperture, poste nella parte più alta, venne giù una cascata di argentati sfavillii. Poi il cielo fu invaso da un susseguirsi ininterrotto di fuochi di varie forme e colori, rimarcati da sordi rimbombi di tuoni. Il finale fu una fantasmagoria di luci iridescenti. Aldo e Monica erano entusiasti. La donna, come a manifestare un accenno di soggezione e di paura, si appoggiò alla spalla dell'uomo, che la strinse, suggellando così un trasporto fino a quel momento rimasto latente. Franjo e Silvana restarono immobili, irrigiditi, con lo sguardo fisso nel buio di quel cielo rischiarato dal fiorire delle luci. Sembrava che entrambi fossero prelevati da una forza che li estraniava da quella folla sterminata e li allontanava l'uno dall'altra, dirottandoli su cupi sentieri di dolore, in un tormentato risveglio di sensazioni che li trascinava indietro nel tempo e lontano da quel momento di gioia.
|

|
|
|