L'albero dei torti
Presentazione di Silvio Buzzanca
giornalista di Repubblica
L'Albero dei torti racconta la storia avventurosa e sfortunata di un giovane professionista che da un paesino della Sicilia emigra a Milano, la città che gli dà molto, ma che gli toglie anche tanto. Ritornerà in Sicilia, ma troverà una realtà diversa rispetto a quella che aveva lasciato e rischierà di smarrirsi.
Letta l'ultima pagina de "L'Albero dei torti", rimango immobile a fissare il libro. Mi sembra di sentire veramente la campana della chiesa. Del resto è un suono ancora molto familiare, l'amichevole sottofondo delle telefonate ai miei genitori. Ma a tenermi inchiodato alla sedia è una strana sensazione, un po' fastidiosa, che poco a poco comincia a prendere una brutta identità: invidia. Proprio così. Di primo acchito ho provato invidia per Nino Casamento, capace di scrivere un libro che avrei voluto scrivere io. Un pensiero molto poco edificante che ho cercato di cacciare indietro. Ma quello torna a galla, insistente. Perché? Perché l'Albero dei torti non è solo un bel romanzo, dalla trama avvincente e dalla scrittura chiara, ma è anche un atto di amore verso luoghi a me cari, di cui io non sono stato mai capace. Perché strade e paesaggi disseminati in tutto il libro sono le prime cose che si sono fissate nella mia mente di bambino. Perché il mare, i paesi, i monumenti che Casamento tratteggia sono gli stessi che abbiamo mostrato, orgogliosi della loro bellezza, alle nostre compagne e ai nostri amici.
Quella strana sensazione è spiegata, trova una motivazione. Ma resta nell' aria. Perché mi sarebbe anche piaciuto scrivere la storia di Filippo, Salvatore, Sebastiano e Silvio. Tutti nati nello stesso posto una decina di anni dopo Mario, Roberto, Lino e Gino, il protagonista del romanzo, cresciuti sotto lo stesso cielo, immersi nella stessa ragnatela di rapporti umani. Forse avrei potuto ricordarli con gli occhi di un adolescente a cavallo fra gli anni '60 e '70.
Immagini, lampi di memoria su giovani emigranti che parlavano di luoghi lontani in piacevoli serate estive: Roma, Milano, Torino. Rivedo Mario con una lunga barba da anarchico e l'eskimo che discute animatamente con un vecchio democristiano nel bar del paese. Roberto, il professore con la barba nera e la pipa, la Cinquecento blu e un mucchio di giornali sempre sotto il braccio. Lino, l' imbattibile terzino. Una roccia sul campo di calcio in calzoncini e maglietta, una roccia anche fuori, capace di tenere testa a qualsiasi interlocutore su qualsiasi argomento. E infine Gino, l'avvocato polemico e arguto. Paradossale a volte, ma sempre intelligente.
Non l'ho mai scritto questo libro per pigrizia o incapacità. L'ha fatto, invece Casamento, che scava nella vita di Gino e ci mostra la sua profonda umanità: il suo dolore di fronte alla perdita del padre, l'ascesa nel mondo della professione, le vicissitudini sentimentali di un uomo dalle passioni forti e travolgenti. Un racconto immerso nella storia recente dell' Italia. Il viaggio della speranza ad Acropoli alla ricerca del siero Bonifacio, la Milano degli anni '70 e '80, la rivoluzione sociale e dei costumi. Tutte cose che Gino vive sulla propria pelle. Ma allo stesso tempo il libro è un inno ad un mondo che in gran parte non esiste più. Un mondo duro, povero, chiuso in confini ristretti da cui si fuggiva solo con l'emigrazione. Perché la storia del libro è anche una storia di emigrati. Non più quelli delle valigie di cartone e delle grandi fabbriche. Professori, avvocati, ingegneri, ma sempre emigrati. Gente che fuggiva da un microcosmo diventato veramente troppo piccolo, dove però l'amicizia e la solidarietà erano legami forti. Un mondo che quando sono nato era immobile, fermo da secoli. Ma che è andato definitivamente in frantumi in pochissimo tempo agli inizi degli anni '80. Provocando in molti sensazioni dolorose di perdita e di solitudine. Certo non sentimenti di nostalgia di un tempo felice che non è mai esistito. Ma di estraneità sì. Gino verso la fine del romanzo, siamo già nel 2000, pensa infatti che "si sentiva solo. La stessa comunità sembrava mutata. Una volta gli appariva come una grande famiglia, unita nelle gioie e nei dolori, adesso rivelava il suo volto litigioso, corrosa da invidie meschine, lacerata da stupide divisioni, alcune di segno politico, altre strettamente personali". Considerazione amara che fa da contrappeso al messaggio di speranza che il protagonista legge nei rintocchi della campana della chiesa.
Gino forse uscirà dal tunnel, forse ce la farà da solo a scrollarsi di dosso la mala bestia della depressione e riprenderà a vivere. Un messaggio di speranza individuale. Ma ce la farà a sopravvivere, a rigenerarsi, costruendo nuove solidarietà e nuovi legami, il tessuto sociale in cui vive Gino? Ce la farà Montagnagrande a sopravvivere, a reinventarsi comunità?
Cap. I
Gino rimase a letto per tutta la giornata. Non aveva voglia di alzarsi. La barba, trascurata da due giorni, pungeva al tatto. Gli occhi erano un po' gonfi per il sonno eccessivo, cui si era abbandonato a più riprese. Aveva tentato di leggere un romanzo di Grisham che gli aveva prestato Mario, prima di partire per Fano. Erano amici da sempre, sin dai tempi della fanciullezza. Alto, biondo, grandi baffi chiari, venati da una spruzzatina di marrone, traccia indelebile del suo accanimento di fumatore, combatteva da tempo, senza successo, una crescente tendenza alla pinguedine, che lo angustiava. Ma era più forte il piacere per la buona tavola, cui non rinunciava mai, specie con gli amici. E al Botton club, così come era stata soprannominata la sua casa nella zona alta del paese, grandi abbuffate e interminabili giocate, soprattutto nel periodo natalizio, si susseguivano con regolarità. E Gino, assieme a Roberto e Lino, era uno dei più assidui.
" Mi raccomando, leggilo almeno tu. Io non ho mai tempo. Così non resta intonso come tante altre pubblicazioni ". Il lavoro di ingegnere non lasciava mai all'amico il tempo di dedicarsi alla lettura, verso la quale aveva sempre manifestato un interesse che però di rado gli riusciva di coltivare.
Gino cominciò a leggere le prime pagine, ma si bloccò. Quelle storie di avvocati americani a caccia di soldi e di successo non lo entusiasmavano per niente, anzi lo rattristavano ancora di più: erano come un dito che girava nella piaga ancora aperta.
Accese la TV. Scorrevano le immagini della guerra in Afghanistan. Dovette cambiare canale. Sentiva come un bruciore allo stomaco ogni volta che sfilavano sullo schermo quelle terribili scene di miseria e di fame. Ma lo sconvolgeva soprattutto la violenza. Uomini, donne, persino bambini, massacrati dalle mine. Ricordava il film visto qualche setti-mana prima a Patti, in compagnia di Roberto. Viaggio a Kandahar. E gli tornava alla mente, come fosse rimasta scol-pita indelebilmente, la scena delle stampelle che cadevano dall'alto. E la macabra corsa dei mutilati per assicurarsi almeno una di quelle rudimentali protesi.
Non aveva mai saputo molto di quel mondo. La mente,
quasi per trovare un rifugio, lo riportava all'infanzia, all'a-dolescenza. Si, c'era miseria ed anche arretratezza, ma nulla a che fare con quello che la TV gli faceva vedere in quella lontanissima surreale plaga del globo. I ricordi dell'indigenza, all'epoca della sua fanciullezza in quel paesino della Sicilia nel quale era nato, erano accompagnati dalla memoria di una grande serenità in un mondo popolato da gente semplice, che si accontentava di poco. E affondava nei ricordi, come in un morbido guanciale.
La depressione lo aveva colpito ancora. A periodi ritornava come se si fosse affezionata a lui e non volesse più lasciarlo. Non aveva voglia di uscire. Tutto gli dava fastidio. I rumori della strada li sentiva amplificati e si tappava le orecchie. Passava ore ed ore a rigirarsi nel letto, guardando spesso nel vuoto. Persino la fame, di solito robusta, lo aveva abbandonato.
Inseguendo a ritroso il percorso della sua vita, che adesso gli sembrava inutile e costellata di mille errori e di altrettante delusioni, si rivide bambino.
Aveva vissuto a Cerami la sua fanciullezza. Aveva cinque anni quando con il padre carabiniere, che vi era stato trasferito, raggiunse quel paesino tra le montagne della provincia di Enna. A quel tempo non era consentito ai militari di svolgere servizio vicino al luogo d'origine. Bisognava andare fuori legione. Aveva ancora in mente la scena del genitore che una sera si presentò in casa e portò la nuova del trasferimento. " Mi mandano a Cerami. Fra un mese devo raggiungere la nuova destinazione ". " E dove si trova? " chiese preoccupata la madre. Nessuno, prima di allora, aveva mai sentito quel nome. Non doveva certamente essere un paese grande, di quelli conosciuti. La sorella, di pochi anni più grandicella, scoppiò a piangere. Non voleva lasciare Villarosa. Significava cambiare scuola, perdere le compagne, separarsi dalle amichette del cuore. Il padre la tranquillizzò, carezzandole teneramente i capelli.
La settimana successiva partirono in licenza per Montagnagrande e da lì, dopo una ventina di giorni, intrapresero il viaggio per la nuova località. All'alba, con una vecchia millecento nera, dalle grandi pedane sporgenti, Malaguerra, il tassista abusivo, li portò alla stazione di Patti. La strada all'epoca non era asfaltata e l'auto spesso sbandava sulle manciate di breccia che ricoprivano la carreggiata. Procedeva a motore spento, tra mille rumori che uscivano come un lamento da quel catorcio che sembrava soffrire, come un vecchio costretto a muoversi arrancando e sudando.
Nelle serate d'agosto, sotto l'albero di piazza Volta, aveva ripercorso tante volte con gli amici, specie con Lino, Mario e Roberto, quegli anni spensierati e felici. Con loro e con altri giovani attendeva che il caldo afoso della giornata si stemperasse lentamente nella frescura ristoratrice della notte, preannunciata dai primi refoli di brezza che si levavano dalle fronde della grande pianta di ficus, al cui riparo s'intrecciavano i mille ricordi dei convenuti.
" Una malinconia struggente mi soffocava l'animo, mentre la vecchia auto scendeva lungo i tornanti dello stradone ". Gino scavava dentro la memoria per ritrovare sentimenti antichi e riportarli alla luce, come fossero reperti seppelliti dal tempo. Il pensiero andava alle viuzze tortuose e polverose del paese, alle vecchie care case che sembrava stessero in piedi non per la stabilità delle strutture, ma per l'appoggio che si davano l'una con l'altra, addossate com'erano in una sorta di solidarietà materiale, che partiva dalle cose e arrivava agli uomini. Scendendo s'intravvedeva il pianoro di Bellavista, dove i ragazzi rincorrevano una palla il più delle volte bucata e sgonfia e si radunavano a giocare a mazzetti o a padrone e sotto con i limoni raccolti nel giardino del Tarranco. Si imitavano i grandi, che davano vita a memorabili partite di pallone o si spanzavano di birra, invece che di limoni. " E a Cerami come ci arrivaste? " chiese incuriosito Fernando, un giovanotto corpulento che stava sempre stravaccato e mostrava interesse per i viaggi e gli spostamenti, quasi per rifarsi della sedentarietà e della pigrizia che lo accompagnavano costantemente.
I ricordi s'intrecciavano come grappoli, legati l'un l'altro: quel viaggio gli richiamò un'altra discesa lungo lo stradone, molti anni dopo, quando adolescente giocava a pallone. " Ricordate il rischio d'incidente con il commendator Ceravolo? " disse agli amici, molti dei quali avevano corso con lui quell'avventura.
Era una domenica mattina, di primavera. Il cielo era straordinariamente terso. Nemmeno una nuvola macchiava l'azzurro splendente. Il pizzo della Novara segnava i confini di quel quadro straordinario che la natura aveva disegnato nello squarcio di mondo in cui Gino si muoveva voluttuosamente, beandosi del tepore di una giornata che preannunciava l'imminente arrivo dell'estate. L'appuntamento era in piazza S.Venerina.
Il commendatore, come tutti lo chiamavano in paese, era pronto per accompagnarli colla sua vecchia millecento al campo sportivo di Patti Marina. La figura imponente dell'uomo sembrava riempire la piazza. Alto, ancora prestante; il viso, bruciato dal sole, era segnato da grandi baffi neri arricciati. Era stato carabiniere e aveva fama di donnaiolo. Di lui si mormorava che molte donne avessero perso la testa, senza mai averla vinta, perché era rimasto uno scapolo impenitente. Aveva sempre la battuta pronta e alcune di queste erano rimaste impresse nella mente dei giovani del paese che le riportavano spesso nei loro discorsi, quasi si trattasse di citazioni letterarie. Come quella che un giorno ebbe a dire all'unico commendatore vero di Montagnagrande, che si mostrava indispettito per quella abusiva concorrenza. " Io il titolo di commendatore lo merito come e più di lei, perché a me l'ha attribuito il popolo! " ebbe a rispondere impettito e convinto al suo blasonato collega. Sbarcava il lunario arrotondando la modesta pensione di carabiniere in congedo con servizi di taxi, ovviamente abusivi. Accompagnava ogni mattina un gruppo di ragazzi che frequentavano le scuole superiori a Patti. Essi venivano invidiati dagli altri studenti, perché avevano il privilegio di raccogliere le originali e bizzare riflessioni sulla vita e di sfornare per primi le battute di giornata del commendatore. Quel giorno aveva preso l'impegno di accompagnare la squadra giovanile del paese che doveva disputare una partita di campionato a Patti: 11 ragazzi e tre dirigenti, un po' più grandicelli. " Caspita se non lo ricordo - ebbe a confermare Mario - rischiammo grosso quel giorno! Non riesco ancora a capire come riuscimmo a sistemarci in 14 su quella macchina. Tutti i carusi dietro e Roberto, Calogero e Antonio, detto Gaspare, lo spericolato portiere della prima squadra, davanti, accanto al guidatore ". Sulla macchina in discesa c'era un frastuono infernale. I giovani calciatori, ammassati come sardine, combattevano il disagio parlando, gridando, cantando. Arrivati alla fine dell'unico grande rettilineo, prima della curva delle grotte, nessuno si accorse degli armeggi del commendatore, che improvvisamente e inspiegabilmente cercò di ingranare la marcia, a strappo.
Roberto s'inserì nella scia dei ricordi: " Io viaggiavo quasi schiacciato contro il guidatore e mi resi conto che c'era qualcosa che non andava ". I ragazzi videro l'auto accostarsi alla siepe di rosmarino, che a quei tempi come un gard-rail naturale contornava la carreggiata, e sfregarvi sopra quasi a volersi aggrappare per frenare l'andatura. Superata ad una velocità di molto superiore a quella usuale la curva ad u, finalmente l'automobile si fermò sul lato sinistro della strada. Sentirono un gran puzzo di freno a mano e la voce robusta del commendatore, che, a suggellare lo scampato pericolo, si abbandonò ad una colorita e bizzarra imprecazione: " Porcu du capu diavuluni, chiddu niuru! Aeri ci purtavu a machina unni u meccanicu pi ggiustari i freni. Boni mi fici, binidica. Piccatu ca duraru picca! ". Scese dall'auto, si fumò una delle ottanta sigarette che costituivano la sua porzione giornaliera e si ripromise, al ritorno da Patti, di andare a ringraziare il meccanico. " La fortuna ci fu amica prima e durante la partita. Vincemmo tre a zero! " aggiunse Calogero, completando il ricordo e accompagnandolo con una delle sue sonore e tipiche risate, con cui si era guadagnato il soprannome di ruspa.
Alla stazione Gino e i suoi dovettero attendere un'ora, prima che giungesse sbuffando il treno per Palermo. Presero posto in uno scompartimento di terza classe ed il piccolo si accomodò sulle assi scorticate di legno, vicino al finestrino.
Dopo due ore di viaggio giunsero alla stazione di Caronia. Scaricarono i numerosi bagagli e si accomodarono nella sala d'aspetto. Il papà uscì fuori nello spiazzale ad informarsi dell'orario del pullman che doveva portarli a Capizzi. Dovettero attendere un'ora, quando, preannunciata da una strombazzata e dal cigolìo che emanava dalla ferraglia malridotta, giunse quella che con un certo sforzo di fantasia si poteva chiamare corriera. I compagni di viaggio erano pochi. Quasi tutti uomini, con la tipica coppola nera. Qualcuno indossava un mantello, che all'epoca i vecchi dei paesi interni si ostinavano a preferire al cappotto per ripararsi meglio dai rigori dell'inverno, che sui Nebrodi innevati infieriva per parecchi mesi. C'erano anche due donne, una anziana ed una giovane, avvolte entrambe in un grande fazzoletto nero. Il mezzo cominciò a inerpicarsi su per i tornanti che portavano nel cuore della montagna. Gino osservava dal finestrino la costa che si allontanava. Chiese a suo padre cos'era quel promontorio che si protendeva nel mare. " Lì è Cefalù. C'è una bella spiaggia ed un'antica chiesa, costruita da un popolo che ha dominato nell'antichità la nostra terra: i Normanni. Qualche giorno ti porterò ".
A Capizzi giunsero verso le 12. La piazza del paese in cui la corriera si fermò era vuota.
Faceva ancora freddo. L'aria frizzante scosse come una rude carezza il volto del piccolo Gino, il quale provò un brivido che gli fece accapponare la pelle. " Papà, ma qui moriremo dal freddo! ". Il suo sguardo si posò sulle montagne che fronteggiavano il paese: erano ancora innevate. Sentì uno scalpiccio e vide un uomo a cavallo, intabarrato, che attraversava la piazza. Il rumore degli zoccoli ruppe per un po' il silenzio spettrale che avvolgeva quel luogo. Sul volto della sorella scorse una lacrima furtiva. Un misto di paura e di delusione s'impadronì di entrambi. Rimpiangevano il paese che avevano lasciato, timorosi di dover trascorrere la loro vita futura in un luogo troppo diverso da quello cui erano abituati.
L'attesa della camionetta dei carabinieri, che era venuta a prenderli per portarli a Cerami, non fu lunga. La strada, quasi del tutto sterrata, era un succedersi di curve e sembrava non dovesse finire mai.
Finalmente comparve l'abitato, aggrappato al fianco di un poggio, su cui si adagiavano, come imponenti custodi, due grandi blocchi di roccia, che rappresentavano la naturale acropoli del paese. L'auto, inerpicandosi su per una leggera salita, raggiunse la caserma. L'edificio si trovava in centro e aveva l'aspetto di una dimora accogliente. Furono accompagnati da un carabiniere al loro alloggio. Lo trovarono spazioso e comodo: quattro stanze, la cucina, il bagno. Si sentirono rinfrancare. Iniziò così la loro permanenza a Cerami. La sorella fece subito amicizia con la figlia di un appuntato, che si fermava spesso a mangiare con loro. Andavano a giocare in piazza, di fronte alle scuole elementari, ma Gino si teneva quasi sempre in disparte. Non riusciva a sciogliersi. Gli veniva difficile persino capire i bambini del luogo. Parlavano un dialetto che gli sembrava troppo diverso dal suo, quasi fosse la lingua di un paese straniero. " Ricordo la grande chiesa, dedicata stranamente a S.Ambrogio, dove mia mamma mi portava ogni domenica a sentire la messa, celebrata dall'arciprete, un omone grande e grosso, che incuteva soggezione ". Lì iniziò a frequentare la scuola. Il primo giorno fu un dramma. Non ci voleva proprio andare. La madre gli mise in mano il libro ed il quaderno, nonché la penna col pennino di ricambio, come si usava allora, ed un pezzo di pane col formaggio. Lo accompagnò fino davanti all'uscio e andò via. " Io non ebbi il coraggio di entrare. Attesi che mia madre svoltasse l'angolo per far ritorno a casa e andai via. Girovagai un po' nel giardinetto a fianco, mi avventurai per le viuzze del paese e poi, stanco e timoroso, mi diressi verso il nostro alloggio. Appena mia madre mi vide mi sgridò e mi scacciò ". " In casa non metterai piede se non al ritorno dalle lezioni! " gli urlò minacciosa. E così Gino dovette andare a scuola. " Mi accolse un maestro già avanti negli anni, curvo ed un po' sordo, al quale ben presto mi affezionai ".
Anche l'ambiente cominciò pian piano a piacergli. Nel pomeriggio scendeva in strada e passava lunghe ore a giocare con le lannette o alle figurine o a pietra a campana. Aveva pure 'u ruzzeddu, un cerchione dismesso di una vecchia bicicletta che spingeva con una specie di manubrio ricavato col fil di ferro attorcigliato. Con questo giocattolo rudimentale frotte di bambini facevano il giro del paese, che così il ragazzo ebbe modo di scoprire fin negli angoli più riposti. A casa sua venivano spesso gli amici di famiglia coi loro figli. E mentre i grandi chiacchieravano o giocavano a carte, il piccolo si divertiva un mondo cogli altri bambini.
" Ricordo le feste da ballo in casa, specie nel periodo di carnevale, che in paese era molto sentito. Ogni anno era una festa che durava oltre un mese. Io ero in mezzo alla gente con le maschere, a saltare e giocare ".
Gli era rimasta impressa l'esperienza che un giorno suo padre gli consentì di fare. Lo invitò a salire sulla camionetta dei carabinieri, una vecchia jeep con i sedili posteriori di legno, e s'inerpicarono lungo le strade tortuose che s'inoltravano per i boschi dei Nebrodi. Dopo qualche ora di viaggio si fermarono su un pianoro, da dove la vista spaziava sulle montagne innevate. " Vedi, quello è monte Soro - indicò suo padre col dito - e quel paese laggiù è Cesarò. Un giorno andremo a comprare i friciuletti che ti piacciono tanto. Come li fanno lì da nessuna parte ".
Gino soffermò il suo sguardo sui cavalli che scorazzavano in gruppi, allo stato brado: instancabili e possenti come la natura che li circondava. " Sono i cavalli sanfratellani - gli spiegò suo padre - vivono liberi come l'aria che respirano. Vengono dal Nord. Giunsero qui coi Normanni. E di quel popolo conservano la fierezza! ".