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il prof. Luca al liceo di Patti
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Presentazione del romanzo "L'Albero dei torti" di Nino Casamento

Aula magna del Liceo classico di Patti


Martedì 17 maggio 2005

 

Intervento del prof. Carmelo Luca


Due ragioni fondamentali hanno determinato in me il coinvolgimento profondo, intenso nella lettura del romanzo. In primo luogo l'amicizia che mi lega all'autore, a Nino Casamento, per cui ho accolto con tanta gioia l'invito ad analizzare il frutto di questa sua fatica letteraria. L'altra ragione risiede nel contenuto, nella trama del romanzo in cui si rispecchia la mia, la nostra generazione, le sue aspirazioni, i suoi progetti, che si sono poi frantumati sul selciato della vita.
Non ho scelto a priori la metodologia d'indagine del romanzo, ma è stato il romanzo stesso a suggerirmela. Ho fatto un' analisi attenta, severa e ho individuato nell'opera un progetto teolologico rigoroso in cui tutti gli elementi, che a prima vista sembrerebbero irrilevanti, hanno una loro carica semiotica, raggiungono un grado di alta semantizzazione, che appunto conferma la mia idea di un romanzo teleologico.
La metodologia di indagine che il romanzo mi ha ispirato è quella strutturalistica-narratologica, stilistica. L'opera si configura come un universo compiuto, come un filo i cui elementi si combinano, si integrano, interagiscono.
Quando leggo un testo in primo luogo io mi chiedo sempre qual è la motivazione profonda,  spirituale della scrittura. Essa è sempre un'esigenza interiore, un bisogno di liberazione, di catarsi. Credo che questa ragione abbia indotto Nino Casamento alla scrittura. Essa diventa  un'operazione in cui si realizza il desiderio di vincere la caducità dell'esistenza, di restare, di lasciare una testimonianza duratura di sé. Già i Romani avevano espresso questa esigenza. Mi pare che Svetonio lo sottolinei quando afferma: "Perché la vita umana è breve, è limitata, lasciamo qualcosa con cui testimoniamo l'essere vissuti". E Orazio sostiene:"Non tutto morirà".
Per Nino Casamento la scrittura ha  un valore sacrale. Il termine deriva dal sanscrito e significa lontananza. Il fato è qualcosa che copre la lontananza tra l'io e il trascendente. Applicato alla scrittura, colma la lontananza da noi stessi. Attraverso la scrittura il mito dell'infanzia, il passato, diventa poesia, la quale può costituire una sfida alla distruttività del tempo. "La poesia - per dirla col poeta - vince di mille secoli il silenzio" e garantisce all'uomo l'unica immortalità concessa, quella dell'arte, che coltiva l'illusione di non perderci del tutto, di vincere l'oblio del tempo. La scrittura si configura quindi come un valore religioso perché salva l'uomo dalla morte, riallacciando i fili che legano il passato al presente nella continuità dell'essere. Alcuni diranno che questa è un'illusione. Foscolo sostiene che la scrittura è un'illusione, è uno strumento che ci consente di ingannare la morte, il trascorrere del tempo. Se anche fosse solo questo l'unico dono della scrittura, sarebbe già una grande consolazione.
Per quanto concerne il tema dell'emigrazione, che costituisce l'ossatura centrale del romanzo, io credo che Nino Casamento non voglia conferire a questo termine una connotazione storico-contingente. L'emigrazione è un motivo, un sentimento, un'esigenza, uno stimolo interiore che si manifesta in modo particolare nelle terre di periferia, come le chiama Consolo. E la Sicilia è considerata una periferia dell'Italia, non solo geografica, ma anche culturale, sociale, per cui l'artista sente il bisogno di avvicinarsi al mitico centro, di lasciare la propria terra, magari simbolo di privazioni, di offese, di arretratezze, di fare nuove conoscenze, nuove esperienze. Ma questo lasciare la propria terra crea poi un senso di struggente nostalgia, un desiderio costante del nostos e si risolve in una conoscenza profonda delle proprie radici, della propria terra e di se stessi. Cioè emigrare, a mio avviso ( e credo che su questo consenta l'amico Casamento) è un modo per conoscere meglio la propria terra, per approfondire il rapporto con essa, per sentirla più vicina. Certo, alla base c'è sempre un'utopia, un'utopia supposta, un'armonia che poi si rivelerà anche irreale, per cui, delusi, poi sentiamo il bisogno di ritornare. In questa prospettiva si configura come una terra senza tempo, una terra immobile. E sentirsi in essa relegati genera il desiderio di raggiungere il centro. In fondo ognuno di noi è un ulisside che lascia la propria Itaca, ma nello stesso tempo sente la nostalgia di essa, il desiderio di tornare.
Fatta questa premessa, io mi addentro nell'analisi del romanzo. A  me pare che si possa dividere in tre macrosequenze, le quali a loro volta possono suddividersi in microsequenze. La prima, che  ritrae Gino a Cerami e a Montagnagrande, la si può suddividere in 4 microsequenze. La prima riguarda il periodo dell'infanzia, che avviene attraverso un viaggio a ritroso, attraverso la tecnica del flash back, di natura dialogica o meglio interdialogica. Gli amici gli sfuggono e riaffiora il passato. La seconda si svolge a Cerami dove inizia la formazione del personaggio. La terza consiste nel trasferimento a Montagnagrande. Qui inizia la formazione scolastica, l'Università, il conseguimento della laurea e la prima esperienza politica. E' un'esperienza negativa, ma contribuisce anch'essa alla formazione del protagonista. La quarta è costituita dal servizio militare, che rappresenta il primo allontanamento dal paese. Qui il narratore si sovrappone al personaggio. Conosce alla perfezione gli sviluppi e quindi può anticipare le scelte future del protagonista. Dirà infatti che questa è un'esperienza propedeutica a quello che sarà successivamente il suo trasferimento a Milano per motivi di lavoro.
Mi sforzo di essere sintetico, anche se il mio intervento, per essere completo richiederebbe almeno un paio d'ore e l'uso del computer per visualizzare parecchi passi del romanzo. Tutto il romanzo dovrebbe essere da me segmentato in tutte le sue microstrutture per poter dimostrare come si articola il tessuto contrappuntistico inerente al rapporto tra il narratore (l'io narrante) e il personaggio (l'io narrato).
Il romanzo  presenta una rigorosa circolarità tematica anche a livello strutturale, perché la prima macrosequenza è ambientata in Sicilia, la seconda a Milano, la terza e ultima a Montagnagrande.
Passiamo adesso alla seconda macrosequenza che si può dividere a sua volta in 8 microsequenze.
La prima attiene all'incontro con il collega Giulio. Qui mi ero riservato un discorso sul ritratto dei personaggi, perché Nino Casamento è un grande ritrattista. Questo è un aspetto che emerge con forza dal romanzo e segue una linea, un cliché con molto molto rigore. Per esempio, quando presenta Gino si sofferma su alcuni particolari: i capelli, gli occhiali, l'abbigliamento. Sembrerebbero elementi irrilevanti, invece poi concorrono a determinare il ritratto completo di questa figura. Ecco in cosa consiste il progetto teolologico di cui parlavo prima. Giulio cerca avventure omoerotiche. Qui è importante soffermarsi sulle suppellettili, l'ambiente, il palazzo, l'illuminazione, l'atmosfera: tutto crea un senso di seduzione, di fascino. Gino non capisce, non intuisce; soltanto alla fine si rende conto, perché è sprovveduto, è ingenuo.
La seconda microsequenza è quella della ricerca della casa, dopo l'esperienza amorosa con la moglie del suo amico, il senso di colpa. Il protagonista vaga da una stazione all'altra in attesa dell'abitazione. Si abbandona spesso al monologo interiore perché sente che rischia di essere arrestato.
La terza poi è quella dell'incontro casuale con l'avvocato Biazzo, il quale vorrebbe lasciargli l'eredità. L'avvocato Biazzo ha un ruolo importante. In lui  ho individuato una sorta di super io paterno, una figura sostitutiva del padre. La figura del padre è fondamentale nella vita di Gino.
La quarta riguarda l'incontro con Nicola, che prima gli si dimostra amico, ma in realtà è uno speculatore. Il narratore lo sa, il protagonista no. Qui notiamo un contrasto tra il pensiero del narratore (quella che viene definita focalizzazione interna) e l'atteggiamento di Gino che è contento di questo amico, gli affida tutto. E c'è qualche intervento critico del narratore, il quale limita l'entusiasmo del protagonista. Mentre la conoscenza del personaggio è limitata, si riferisce al passato e al presente, il narratore sa tutto. E quindi certe espressioni, per esempio nei confronti della figlia di Vittorio, della donna che ama, delle persone di cui si fida, assumono, alla luce di questa "onniscienza" del narratore, una natura ironica, antifrastica.
Nicola, dicevamo, è uno speculatore senza scrupoli. Si appropria dei guadagni di Gino, lo accusa addirittura di usura, lo costringe a desistere da qualsiasi azione legale che sarebbe risultata inefficace.
Nel romanzo ci sono excursus, digressioni, momenti di pausa nella narrazione, momenti di  contemplazione idillica, di riflessione, di meditazione. La struttura è sinusoidale. C'è la malattia, con un processo di deterioramento fisico e spirituale, cui segue sempre un processo quasi compensativo, antitetico, di miglioramento, che, raggiunta la sua acme, dà poi di nuovo luogo a un processo di  peggioramento, almeno per quanto riguarda le vicende nella città di Milano.
Poi c'è il ritorno in Sicilia, cui corrisponde una situazione di miglioramento. Questa potrebbe costituire la quinta microsequenza. La sesta riguarda il rapporto con Vittorio. La settima è quella della vita a Montagnagrande, la vita della comunità, le feste, le discussioni e le gite con gli amici. L'ottava riguarda l'incontro e l'amore con Maria Rosa. La nona è quella della frequentazione e dei progetti di vita con questa donna. La decima è quella della scoperta del doppio gioco, del tradimento, della rottura definitiva con la donna.
L'ultima macrosequenza si svolge a Montagnagrande, dove il protagonista è ritornato. Anch'essa si può suddividere in 3 microsequenze. La prima presenta un incipit descrittivo, una digressione metadiegetica riguardante la nevicata. C'è poi il flash back sulla giovinezza e quindi la telefonata di Lino. Per quanto riguarda il ritratto di questo personaggio dobbiamo fare ricorso all'analessi, perché di Lino nella prima parte del romanzo c'è solo qualche accenno. Non sappiamo ancora nulla della consistenza di questa amicizia, della convergenza di interessi. Lo scopriamo solo in questa microsequenza. Qui il narratore si sofferma dettagliatamente sulla figura di Lino. Poi segue la candidatura a sindaco dell' amico e quindi le elezioni. Questo è un momento di narrazione mimetica, come era avvenuto per la descrizione della festa del paese. C'è una partecipazione corale. La vita del paese è proprio una liturgia, ha sempre qualcosa di sacro e di profano insieme. C'è una pagina bellissima in cui Casamento descrive l'esito delle elezioni. Col suo stile parafrastico, ricco di coordinate, scandisce i vari momenti della tensione perché tutti aspettano l'esito. E poi c'è la gioia dei vincitori e la delusione dei vinti. Sono scene di massa che vengono ritratte appunto con un mimetismo rappresentativo.  Poi la rottura con Lino che fallisce nel suo ruolo di sindaco. Nella terza infine si descrive un altro evento rituale: l'uccisione del maiale, che assurge a simbolo, a metafora della vita del protagonista. Quindi la solitudine, la desolazione e poi un elemento nuovo, lo spazio interno, che dovrebbe essere rassicurante e invece non lo è più. Gino non si riconosce più in questo spazio, per effetto del cambiamento intervenuto, della modernità,dello sviluppo, che ha posto fine a quelle liturgie di cui parlavo prima, a quello svolgersi armonioso della vita. Mi viene alla mente Verga, mi viene alla mente Pavese, che dice: "Non bisognerebbe ritornare nel paese in cui si è vissuti da giovani". E ancora "Nessun luogo è più inabitabile del paese in cui si è trascorsa la propria fanciullezza", in cui tutto è cambiato. Io stesso non mi riconosco più nel paese dove sono nato e dove ho vissuto la mia giovinezza. Seguono poi altre vicende che raffigurano il protagonista in preda alla depressione. Si sente vecchio, privo di desideri. Mi ricorda Emilio Brentani di Senilità. Si sente anch'esso vecchio, si sente ormai "tranquillo". Una tranquillità che è mancanza di desiderio, di forza.
A questo punto c'è una forma di narrazione che si può definire delegata. Essa consiste nell'affidare il punto di vista del narratore al personaggio, il quale esprime pensieri, considerazioni, posizioni ideologiche, valutazioni che sono proprie del narratore. Il protagonista riflette sul senso della sua professione, della sua attività di insegnante. Si sente deluso. Ma queste sono le idee del narratore sulla situazione della scuola di oggi. In Gino semmai vedo delle propensioni solipsistiche. Gino dissolve la realtà e la rivive nel rifrangersi della sua psiche. Essa assume connotazioni che discendono dal suo stato d'animo. Il suo giudizio nei confronti della scuola, ad esempio, cambia quando incontra Rosetta. Allora la scuola non è più un momento di umiliazione, ma diventa occasione di un rinnovato impegno gratificante. Questo appunto dimostra come la realtà viene vissuta dal protagonista non nella sua oggettività, ma nel rifrangersi nel suo spazio psicologico. L'amore per Rosetta quindi avrebbe potuto risolvere tutti i problemi, dare un senso alla sua esistenza e invece anche qui sopraggiunge l'imprevisto. Con la morte di Rosetta viene risucchiato definitivamente dalla malattia, dalla solitudine, dalla disperazione.
Lo stesso paesaggio risente dello stato d'animo del protagonista. Nei momenti idillici si fa suadente, carezzevole, ammaliante. Adesso invece il paesaggio si fa cupo, compaiono propositi di suicidio, ma poi torna la melodia, i "canti di culla" di pascoliana memoria, la cultura, anche la fede, che potrebbe rappresentare un'ancora di salvezza.
Alla fine il romanzo resta un'opera aperta. Non c'è nulla di definitivo, di concluso. La vicenda si apre a diversi sviluppi, possibilmente positivi. Abbiamo detto che si può considerare un romanzo di formazione, ma una formazione che non si può dire conclusa, completa. Il protagonista è un "inquilino della storia", come direbbe Matteo Collura, che si muove nelle prospettive che vengono dagli eventi esterni, dalle mille evoluzioni della società, del territorio in cui vive.






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