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S.Buzzanca - giornalista di Repubblica
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Silvio Buzzanca


(giornalista di Repubblica)


presentazione libreria Montecitorio - Roma

 

Dobbiamo ringraziare Nino per questo libro perché ha dato a tanti di noi, che abbiamo comuni origini territoriali, l'opportunità di incontrarci qui a Roma, in una città che non ci mette mai in condizione di ritrovarci assieme. E questo sarebbe già di per sé un grosso merito.
Devo dire che mi sento onorato e contento di presentare questo libro, se non altro perché Nino Casamento, fra le tante cose che ha fatto, come ha detto prima Giovanni Salemi, è stato fondatore e direttore di giornali. Io faccio il giornalista e devo dire che il mio primo direttore è stato proprio lui. Molti anni fa si è materializzato da una città del Nord Italia, perché anche lui, come il protagonista del libro, è uno che è andato, venuto, tornato, ripartito, si è materializzato a Montagnareale, ha raccolto un manipolo di giovanotti sfaticati e senza arte nè parte, li ha convinti che potevano fare i giornalisti e con essi ha dato vita ad un giornalino. Lui è stato il mio primo direttore. Altri poi ne ho avuti, sicuramente più importanti, ma il primo è stato lui. Era lui che mi commissionava gli articoli. Il primo giornale si chiamava Paese nuovo. Poi siamo passati a Nebros, abbiamo allargato il bacino, rivolgendoci ad un uditorio più grande, ma il primo giornale è stato Paese nuovo. Mi ricordo benissimo la sera in cui l'abbiamo stampato, ciclostilato, pinzato allegramente tutta la notte, perché la mattina dopo, domenica, lo dovevamo distribuire.
E veniamo al libro. Io vi invito caldamente a leggerlo perché è bello. Si legge tutto d'un fiato. Uno apre la prima pagina, comincia a leggere e vuol andare avanti fino in fondo, senza fermarsi. E' scritto bene.  E' una storia di grande umanità, una storia di grande tragedia da un lato, ma anche un grande inno alla vita dall'altro: le due cose si mischiano continuamente nella vita del protagonista, di Gino. Lo seguiamo in tutte le sue vicissitudini, i suoi dolori, le sue gioie. E questo è il primo piano di lettura. Appena ho finito di leggere il libro ho appuntato la mia attenzione molto interessata su questo piano di lettura del protagonista, ma anche degli altri personaggi che girano intorno al protagonista, perché  trovavo  parte di me in quello che avevo letto.
Perciò c'è un primo piano di lettura che è quello personale: sono luoghi, situazioni, vicende che molti di noi hanno vissuto e per questo in un primo momento avevo scritto che quello era un inno, non soltanto al paese, a Montagnagrande, ma a un mondo che fu, ad una realtà che ormai non esiste più. Di primo acchito prevale il sentimento, prevale il cuore nella lettura del libro, prevale anche la curiosità, perché è divertente, anche se, come l'autore tiene a sottolineare alla fine, molte delle cose che si leggono sono invenzioni letterarie, sono pura fantasia. A me pare che nelle vicende personali del protagonista, dei suoi amici, dei suoi conoscenti si legge qualcosa che può essere rintracciato nella vita sia di Gino che nella vita di tutti noi. Vale la pena di leggerlo per questo, anche per curiosità, per vedere come una persona, ad un certo punto della sua vita, si ferma, guarda indietro, ricorda, scrive e racconta del suo passato, della sua adolescenza, della sua giovinezza, del suo paese.
Quando poi ti fermi un po' a riflettere e ripensi dopo qualche giorno a quello che hai letto, emerge un secondo piano di lettura, almeno in me. Essendo io uno storico mancato, ci trovo un altro piano di lettura che è più storico, forse anche più sociologico. La bravura di Casamento in  questo libro, ed è il secondo piano di interesse, è appunto quella di aver saputo mischiare le vicende personali di un uomo e di un gruppo di persone che ruotano attorno al protagonista, con quelle della nostra società dai primi anni '70 fino ad oggi. E si coglie perciò una ricostruzione dell'evoluzione di Montagnagrande, vista da un'angolatura molto particolare, di un isolotto che sembra resti totalmente scollegato dal resto del mondo e immerso in una specie di stasi atavica, in cui non si muove niente o almeno apparentemente non si muove niente e nessuno percepisce il movimento che è intorno e che è dentro quell'isolotto. Però il movimento c'è ed è evidente, seguendo il racconto di Nino Casamento, come il movimento ci sia ed abbia in qualche modo interessato anche quest'isola che, per alcuni aspetti, si potrebbe definire felice.
E vediamo il protagonista. Io l'ho scritto nella presentazione. Il personaggio si muove dentro i grandi eventi della società italiana. Eventi che poi prendono corpo e figura man mano che si va avanti: nella descrizione del prete viene fuori il Concilio vaticano con tutte le novità, col terremoto che ha portato dentro un certo modo di intendere la Chiesa e la religione. Abbiamo poi l'acculturazione di massa. In un paese, nel mezzogiorno, dove nessuno andava a scuola, improvvisamente cominciano ad apparire i primi frutti della scolarizzazione di massa; ci sono anche persone che frequentano l'Università, c'è il '68, i primi moti studenteschi, la rivoluzione dei costumi, il nuovo approccio alla vita. E poi il '69, le lotte operaie, lo spostamento, l'emigrazione, un novo tipo di emigrazione. Non c'è più il contadino che nei primi anni '50 o '60 partiva con la valigia di cartone, disperato, alla ricerca di un lavoro nelle grandi imprese del Nord o all'estero, ma c'è un'emigrazione di tipo culturale. Erano giovani laureati che andavano ad insegnare nelle scuole del Nord o andavano a lavorare nelle grandi centrali burocratiche del paese, facendo carriera e raggiungendo ruoli importanti nella società. Insomma tutto un movimento che nel libro si può seguire attraverso le vicende di questo Gino che va a finire a Milano, città che rappresenta l'epicentro di altre vicende che noi possiamo seguire: cioè il grande sviluppo industriale degli anni '70, la grande Milano da bere degli anni '90, quindi il successivo tracollo; c'è la massoneria, la mafia, tangentopoli, insomma tutto quello che è successo in Italia e che ruota intorno a questo personaggio che ne subisce di cotte e di crude, alle prese con avventurieri e affaristi. Poi c'è lui, c'è Gino con tutte le sue vicende umane: il padre che nei primi anni '70 muore di cancro, l'illusione del siero Bonifacio che suscitò all'epoca grandi speranze, grandi attese e grandi delusioni, come è avvenuto più recentemente col caso Di Bella. Sono tutte vicende che stanno dentro la società italiana, ma che stanno anche dentro Montagnagrande, presa a metafora dei piccoli paesini del Sud Italia, perché il legame tra il luogo d'origine e l'emigrante rimane sempre forte ed è come una forza di gravità che spinge il protagonista a tornarvi come alla ricerca della pace dopo il travaglio ed il fallimento. Ad ogni caduta professionale o sentimentale Gino torna in quest'isolotto, dove nel giardino di casa sua c'è un albero, piantato a suo tempo dal padre, che cresce; lui lo guarda e pensa che sia l'albero dove sono appesi tutti i torti subiti nella sua vita.
In tutto questo percorso, fatto di andate e  ritorni in paese c'è, e va sottolineato, una nota dolente: il cambiamento che subisce la comunità. Non si tratta di nostalgia o di rimpianto, perché non erano bellissimi tempi, non era l'età dell'oro, ma di un'amara constatazione di qualcosa che c'era e che non c'è più. Non esiste più la dimensione della solidarietà del villaggio, che è andata persa, è andata distrutta. Questo è accaduto a cavallo degli anni '70, quando nei piccoli paesi il cambiamento non ha portato un miglioramento, ma un peggioramento nella qualità della vita.
Il nostro personaggio infatti verso la fine del romanzo ha parole amare: si sente solo, si sente abbandonato, anche lì a casa sua, in quella Montagnagrande dove è scomparsa la solidarietà, il calore umano. Non ci sono più neppure le persone di un tempo, quelle che hanno connotato la comunità.
Per questo bisogna  essere grati a Nino Casamento, perché ha saputo riparare ai guasti della società, ha messo nero su bianco e salvato, anche per i posteri, quegli ambienti, quelle atmosfere, quelle sensazioni, per me bellissime,  di un luogo dove tutti erano una grande famiglia, dove c'era l'attesa per la festa della Madonna, per la processione, dove tutti si stringevano attorno a chi aveva un lutto. Pensavo questa cosa l'altra sera. Stavo facendo zapping in Tv, quando, mi pare su Rai Tre, è comparso un vecchio spezzone dedicato a Pier Paolo Pasolini, il quale, con tono molto rammaricato, diceva appunto che negli ultimi anni '70 nella nostra società si è rotto qualcosa. Anche lui veniva da un paesino del Friuli, dove probabilmente aveva vissuto quelle stesse atmosfere di cui abbiamo parlato e notava che si stava perdendo quel mondo, che la società antica si stava sgretolando ad un ritmo velocissimo e nessuno faceva niente per salvare le manifestazioni di quella società. E mentre ascoltavo queste parole mi è venuto alla mente il libro di cui stiamo parlando, perché Nino Casamento  invece salva dall' oblìo un mondo che non c'è più. E questa è già opera molto meritoria.
E qui concludo perché, come diceva il replicante di Blade Runner,  "non si possono perdere le lacrime nella pioggia". E i pensieri che Casamento ha affidato alle pagine del suo libro sono appunto come delle lacrime, che altrimenti andrebbero perse nella pioggia e non se ne saprebbe più nulla. Grazie.

 


 






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