Nino Casamento
Insidie e delusioni nella vita di un emigrante
L'ALBERO DEI TORTI
Edizioni Gangemi Roma 2004
Castello Gallego di S.Agata di Militello
presentazione a cura di
Salvatore Di Fazio
docente di Italiano al liceo classico di S.Agata di Militello
critico letterario e teatrale della Gazzetta del Sud
Uno dei temi più diffusi e più affascinanti della narrativa siciliana e mediterranea è quello dei "ritorni" o dei nòstoi, come li chiamavano i Greci. Tutti quanti conosciamo la vicenda di Ulisse che da 2.800 anni incanta i lettori di tutto l'Occidente. Quello dell'eroe greco, che viaggia per dieci anni per raggiungere l'isoletta di Itaca e la fedelissima moglie Penelope, è uno dei miti più affascinanti della civiltà mediterranea. E' il mito del ritorno nella terra di nascita, dove sono custoditi gli affetti, i ricordi, le origini, le immagini dei luoghi e le costumanze dei padri. Né gli incantesimi di Circe né il giovanile amore della bellissima Nautica riescono a trattenere Ulisse lontano dalla sua patria. C'è in ciascuno di noi un'attrazione fatale verso il paese in cui siamo nati, che né ricchezza né felicità alcuna riescono a cancellare, anche quando abbiamo fatto fortuna altrove, in un luogo lontano.
E tutti quanti conosciamo pure la celebre lirica di Salvatore Quasimodo, Vento a Tindari, scritta negli anni in cui Nino Casamento ambienta il suo romanzo, L'albero dei torti. Chi non ha sentito ripetere a scuola o altrove i bellissimi versi che costituiscono il motivo ispiratore: "...e tu mi prendi/ da cui male mi trassi/ e paure d'ombre e di silenzi,/ rifugi di dolcezze un tempo assidue/ e morte d'anima"? A te ignota è la terra/ ove ogni giorno affondo/ e segrete sillabe nutro..."? E poi ancora: "...Aspro è l'esilio , / e la ricerca che chiudevo in te/ d'armonia oggi si muta/ in ansia precoce di morire...".
Per quale motivo cito questi versi? Perché Vento a Tindari è il canto di dolore dell'esule, dell'emigrato, dell'anima spaesata, sradicata, disancorata dalla sua terra. E perché la lirica di Quasimodo è anche il canto d'amore alla propria terra, da cui spesso il destino ci strappa, con violenza, per portarci altrove, lontano, in paesi ignoti, dove ogni giorno affondiamo e nel silenzio di una solitudine segreta alimentiamo la nostra malinconia.
E' evidente l'analogia, o meglio, la comunione del tema, anzi la condivisione di uno stato d'animo, nato da un'esperienza simile. Ed è evidente la identità di una condizione esistenziale fra il grande poeta siciliano a cui è stato assegnato il premio Nobel ed il personaggio-chiave del romanzo di Nino Casamento. Ed è pure evidente il fatto che il passaggio dal piano di una riflessione a quello di una situazione autobiografica avviene con estrema naturalezza.
In Quasimodo e in Casamento - ciascuno ovviamente sotto il profilo di differenti e distanti punti di vista - s'individuano alcuni nuclei tematici fortemente rivelatori di una condizione e di un vissuto interiore.
Vento a Tindari è il canto della fedeltà ai luoghi dell'infanzia e della memoria spensierata. L'albero dei torti è il romanzo della recuperata serenità spirituale, dopo l'avventura che accompagna la forzata partenza dalla terra dei Nebrodi e dopo un irrequieto vagare da una città all'altra del Nord, come accade spesso a chi emigra, a chi va in cerca di amaro pane, per esprimerci ancora una volta con le parole di Quasimodo.
Anche per quelli che abbandonano la Sicilia per cercare altrove fortuna letteraria o artistica o professionale, si disabbelliscono presto i sogni della ricchezza o della gloria. Non a caso, dunque, Quasimodo usa il termine esilio: per significare la deprivazione della speranza, l'esclusione dal mondo in cui era nato, la disarmonia fra l'uomo e le cose, fra l'esule e la terra che lo ospita, a volte con manifesta ostilità; per denunciare lo strappo, la cacciata, la sofferenza dell'espulsione.
L'esule, in genere, vive un sentimento di duratura precarietà spirituale, anche quando raggiunge lo scopo per cui è andato via, perché avverte la mancanza di quel congiungimento, che è mitico e affettivo, con le proprie origini; perché non riesce a recuperare interamente quell'identità che ha smarrito; perché il successo altrove conquistato non compensa il rimpianto delle cose perdute, non dissolve il senso di vuoto che, di tanto in tanto, ci aggredisce.
La grande letteratura siciliana - da Verga a Consolo - ha fatto dell'emigrazione, anche se per ragioni intellettuali, un motivo continuo di poesia o di materia narrativa.
Ciò premesso, facciamo qualche considerazione sul romanzo di Nino Casamento, che già nel titolo fa chiaro riferimento alle offese che il destino immeritatamente riserva a tanti uomini. L'albero dei torti è un racconto che segue numerosi percorsi. I quali, come le fronde di una pianta, si aprono a ventaglio, o ad ombrello, e poi si intersecano, si affiancano, si aggrovigliano.
Gino Marino, il protagonista dell'opera, è appunto uno dei tanti giovani siciliani, più specificatamente del territorio gravitante attorno alla città di Patti, che negli anni del grande esodo migratorio, - favorito, anzi sollecitato dall'improvviso e frenetico sviluppo economico post-bellico - abbandona la terra di nascita e si caccia in un'avventura imprevedibile nei suoi futuri risvolti, sorprendente a suo modo, avviluppata di forti inquietudini, di amare sconfitte e di brevi successi.
Quella di Gino, insomma, è in primo luogo una fuga da se stesso, da una condizione esistenziale, da una realtà sonnolenta, stagnante, emarginante: la realtà di una Sicilia di periferia che, se da un versante è un abbaglio di luce solare, di paesaggi mediterranei, di colori e odori carichi di eros, dall'altro è un' isola matrigna, avara di opportunità, carica di malessere. Ed è la fuga - accattivante e subdola, illusoria e traditrice - di chi identifica nella prospera e attivissima Milano il sogno di un'esistenza gratificante, la terra promessa di chi vuole spezzare le catene della frustrazione, una sorta di albero della cuccagna, anche se questo non tarderà a trasformarsi per molti nell'albero dei torti.
Ma ricostruiamo prima, per quanto rapidamente, le tappe fondamentali del viaggio di questo siciliano delle nostre parti, lungo le insicure strade della fortuna... mancata.
Gino si presenta al lettore come un ragazzo che si affaccia alla vita con la fede e la voglia di cambiarla. Prima che il gioco e gli svaghi, Io colpiscono le guerre e la povertà, i conflitti sociali e gli squilibri economici.
Parte ancora bambino da Montagnagrande, che in arte è il nome di Montagnareale, ridente paesino sopra la cittadina di Patti, e insieme con la famiglia alla stazione di Patti Marina - pirandelliano simbolo di un eterno andare e venire dell'uomo lungo i sentieri dell'ignoto che è la vita - prende il treno per raggiungere Caronia e poi con altro mezzo di trasporto Cerami, dove il padre carabiniere era stato trasferito.
Più tardi ricorderà con tenerezza nostalgica i luoghi dell'infanzia, le partite di calcio con i compagni coetanei, gli anni liberi dall'angoscia e agili come il vento, quella spensieratezza che sembra incoscienza, ma che è innocenza e fiducia in sé e negli altri.
La prima sosta è appunto Caronia, da dove in pullman potrà arrivare a Capizzi. Il borgo rivela immediatamente tutto il suo grigiore: una piazza vuota e desolata, immersa in un'atmosfera fredda e allucinata; poche le persone sparse in quello spazio disanimato e tutte intabarrate, come se cercassero dentro di sé, strette in quei mantelli, la ragione stessa del loro essere al mondo, e in quell'angolo di terra sperduta.
Gino sprofonda in una tristezza infinita, in uno smarrimento da vertigine, in una spirale di rimpianti per i luoghi abbandonati, per lo strappo impietoso dalle cose a lui care. Cerami, che egli raggiunge con una camionetta militare, è la prima indesiderata destinazione della sua famiglia, soggetta a un vagabondaggio che inaridisce, che spezza il cuore.
L'obbligo di leva non rappresenta per Gino un'evasione. Como, Gaeta, Palermo sono città che non lasciano memorie, che non entrano nella carne. Ogni trasferimento, peraltro, è un ramo spezzato all'albero della vita. Franca, la ragazza di cui è innamorato, si abbandona a un pianto dirotto quando corre a salutarlo.
Ottenuto il congedo, Gino torna per qualche settimana a Montagnagrande, dove riaffiorano alla mente i giorni felici di una volta con il loro bagaglio di affetti, di evasioni ludiche, di fughe nell'immaginario, di svaghi innocenti.
Da Milano finalmente arriva per il giovane Gino la prima nomina per l'insegnamento di materie giuridiche in un istituto d'istruzione superiore. Destinazione Lodi. La prima sensazione non è di contentezza, ma di spaesamento, di smarrimento, quasi di vertigine.
Caso vuole che Gino conosca, in quella città, un collega napoletano, un certo Giulio Grimaldi, ricco e interessatamente generoso, ma dalla personalità equivoca, da cui non c'è altro riparo che un definitivo distacco.
Questa prima trappola, da cui fortunatamente riesce in tempo a disincagliarsi, gli fa intuire che la grande città è un reticolo di insidie, un labirinto di pericoli, ai quali bisogna prestare una vigile attenzione e in cui è opportuno muoversi con oculatezza. A Milano, da dove viaggia giorno per giorno, il nostro immigrato incontra Anna, una venticinquenne bella e disponibile, sposata ma disinibita, affascinante ma inaffidabile. La relazione erotica, che con lei intreccia e che lo immerge in un sensuale bagno di esperienze mai godute prima, fa esplodere nel suo io più profondo un vespaio di rimorsi e ne intorbida e sconvolge la coscienza per il tradimento che egli compie ai danni dell'ignaro marito, di cui peraltro è ospite bene accetto: prova evidente che Gino è in fondo un giovane di sani principi e di temperamento piuttosto forte.
Per non scendere a ulteriori compromessi con se stesso, Gino cerca un nuovo alloggio, che riesce a trovare non senza prima uno spiacevole, degradante passaggio attraverso la condizione scapigliata del vagabondo di strada. La pensione che prende in affitto la condivide con un impiegato anconetano di nome Giovanni. Il quale ha rimpianti e nostalgia, pure lui, della sua casa natale, della sua terra lontana. Due destini uguali, due condizioni di precarietà parallele confluiscono cosi in un' amicizia sincera, ma di breve durata.
Per dimenticare, Gino si tuffa nel lavoro. Le sue faticose giornate si dividono fra le attività di docente e gli impegni di avvocato. Le occasioni peraltro non mancano. Conosce Michele, un giovane di Viareggio che fa l'assicuratore e che è alla ricerca di un procuratore legale. In cambio delle sue prestazioni professionali Michele offre a Gino un paio di stanzette del suo appartamento a pianoterra. La rete delle conoscenze si dilata e finalmente la buona sorte pare sorridergli e compiacerlo.
Intanto, Vincenzo Biazzo, un affermato avvocato siciliano che sta per mettere fine alla professione, - "vecchio, rugoso, accasciato, ma penetrante nello sguardo" - lo accoglie un giorno nella sua casa di Ragusa, dove si è ritirato e dove è accudito da una sorella anziana, nubile, avara e religiosissima.
Gino scopre il fascino della città barocca, la teatralità monumentale e gli splendori architettonici dei suoi edifici pubblici e privati, l'espressionismo grottesco delle molte figure di pietra. Il rapporto di amicizia fra il giovane e l'anziano collega pare debba fruttargli denaro e successi, dal momento che egli eredita la numerosa clientela del vecchio Biazzo. Ma la sorte è stata buona solo in apparenza. Fra i clienti, infatti, Gino conosce un certo dott. Facchi, ex magistrato " un omone alto, sulla sessantina, grasso e calvo, con due occhi acquosi e uno sguardo viscido ". E c'è pure un certo Nicola, di origine pugliese, di professione imprenditore " sui 40 anni, piuttosto basso, un po' grasso, occhi neri, sopracciglia marcate, un paio di baffoni che gli conferiscono l'aria da bullo di periferia", che per darsi un atteggiamento di sicurezza e di forte personalità indossa giacche di pelle e ostenta sigari da texano.
Molto incautamente Gino accetta un fine-settimana in Francia con questo Nicola, che gli propone di farlo socio nei suoi affari. Ma quanto rapidi erano stati gli approcci altrettanto immediati sono i ripensamenti da parte del giovane siciliano: menzogne, tergiversazioni, ambiguità, truffe, minacce e intimidazioni gettano nella sconforto il nostro professore che studia i modi possibili per liberarsi da questo perfido ricattatore.
Gino, nonostante tutto, finisce fra i tentacoli di quest'essere fraudolento che gli divora una grossissima somma di denaro. In questo tortuoso percorso verso l'affermazione negata, Gino incontra un'ennesima cliente di nome Grazia, nativa anche lei del territorio dei Nebrodi - capelli nerissimi, occhi scuri e penetranti, lineamenti gentili, un sorriso che colpisce e disarma - la quale ha in corso una causa di separazione.
Così, nell'esistenza movimentata ma plumbea di Gino si apre una nuova parentesi idillica: fra le montagne verdi e silenziose la coppia assapora i diletti dell'intimità, ma per un breve lasso di tempo.
Di lì a breve, però, tutti i guadagni di Gino finiscono in cenere per il tradimento e la vendetta del consocio in affari. Pur di recuperare la libertà, Gino rinuncia al recupero della somma investita. Le vacanze le trascorre al paese, in quel piccolo mondo antico che profuma di natura mediterranea e promette serenità di paesaggi.
Le troppe sconfitte esistenziali rendono malinconico il rientro a Milano. Quell'attrazione fatale della Sicilia, avvertita tante volte come naturale richiamo dei luoghi della memoria, ora si fa esigenza impellente e irrinunciabile, necessità di ritorno a una dimensione altra, quella originaria, bisogno fisico di ritrovare il clima, i cieli, i colli, gli spazi in cui l'uomo si riappropria della sua umanità. Ma a questa urgenza se ne contrappone un'altra, più concreta e più prosaica: quella di riattivarsi nel lavoro, senza cui non c'è possibilità di vita.
Passa del tempo. A un pranzo di nozze Gino conosce Marianna, nativa di Patti, con cui stringe una di quelle amicizie che d'estate riempiono l'anima e i giorni. Lei s'innamora perdutamente di lui. Lui la considera un oggetto di avventura, uno svago provvisorio, un motivo d'interesse passeggero per dare senso ai suoi giorni aridi e vuoti.
E' svanita un'altra estate. Ripartire è diventato un consueto appuntamento con la precarietà dei ritmi esistenziali. Dal traghetto che lo allontana da Messina, la città si mostra come se fosse stata messa in vetrina. Il campanile del duomo, la chiesa di Montalto, la statua della Madonna sulla falce del porto, gli edifici stessi, man mano che si dissolvono nel pulviscolo nebbioso, fino ad eclissarsi, lasciano nei suoi occhi un'accidia che affanna.
Anche Marianna sarà una delle tante stelle cadenti del burrascoso firmamento amoroso di Gino, come la Stefania che incontra in una villa di Alessandria, come la bella Grazia, che presto fugge come una fiera indomabile, come Marisa, Franca, Anna che passeranno, senza fermarsi a lungo, nella strada della sua vita.
Nell'estate successiva Gino trascorre le ferie tra San Giorgio, Mongiove, Montagnareale, Patti e dintorni. Lo sfarzo dei festeggiamenti in onore della santa patrona, i piaceri delle notti spensierate nei locali notturni della costa tirrenica, la cornice di chiassoso folklore che inscrive ogni manifestazione, ogni ricorrenza, ogni rito siciliano fanno svanire le brume e dimenticare il diverso farneticante, convulso ritmo di vita cittadina a Milano.
A Verona la premurosa e dolce Maria Rosa, conosciuta in Sicilia, gli dichiara il suo amore, ma dietro questo sentimento si celano sotterfugi, inganni, infedeltà. La delusione è profonda.
A Montagnagrande si elegge un nuovo sindaco. Gino fa di tutto perché nel suo paese si verifichi una svolta politica, civile, amministrativa, sociale. Ma Lino, il nuovo capo del comune, tradisce presto le aspettative dei suoi concittadini e quelle di Gino in particolare, che lo aveva sostenuto con accanimento.
Fallito nelle sue ambizioni, l'ex primo cittadino ritorna a Milano dove continuerà a svolgere la sua attività lavorativa. Gino, al contrario, è ormai rassegnato al suo destino di emigrante vanamente sradicato dalla sua terra. Deciso a rimanere nel suo paese, rivanga fra le sue memorie una tradizione locale carica di violenza e di significati: quella della uccisione dei maiali - una festa e un rito di sangue e di morte - i quali, scuoiati e squartati, sarebbero stati "divorati" da questo e da quello.
La metafora conclusiva del romanzo diventa così una delle chiavi di interpretazione dell'avventura di Gino, che è poi l'avventura di ogni uomo, e in particolare di ogni emigrato. La vita non riserverà null'altro di buono al nostro protagonista: dei vecchi amici, alcuni si sposano, altri rinunciano a rimpatriare, altri scelgono altre strade. Ora la sola fedele amica è la solitudine, che diventa compagna inseparabile, triste consorte dei suoi anni a venire.
E alla solitudine si accompagnano la successione grigia delle giornate sempre uguali, la caduta dei punti di riferimento, lo spegnimento dell'entusiasmo, il franare dello spirito vitale e del desiderio di ricominciare.
Gino riprende l'insegnamento, però non trova più nella scuola, irrimediabilmente cambiata, e neppure nella politica, inquinata e impoverita di contenuti e di ideali, motivazioni valide per un ulteriore impegno civile. La guarigione dallo stato depressivo in cui era caduto non è sufficiente a riaccendere la fiaccola dell'entusiasmo. La donna che sinceramente ama e che forse avrebbe volentieri sposato cade vittima di una tragica fatalità.
Ai rosei sogni giovanili subentra ora un incubo: un giorno quattro rami dell'albero del giardino si allungano misteriosamente, smisuratamente, mostruosamente. Penetrano in casa attraverso la finestra e, trasformatisi in tentacoli viscidi e vigorosi, lo abbrancano, lo avvinghiano, lo stringono come se volessero stritolarlo, allo stesso modo in cui il virgiliano Laocoonte viene agguantato e soffocato da due giganteschi serpenti per avere sconsigliato di introdurre il cavallo di legno dentro le mura di Troia.
Ora il cerchio si chiude per sempre. Soltanto il suono della campana della chiesa, simbolo della speranza cristiana, attenua il pessimismo esistenziale che avvolge il racconto e impedisce che la caduta di Gino si trasformi in disperazione.
Ritengo che non sia il caso di disturbare Freud per individuare i significati reconditi di quello strano allegorico sogno.
L'albero dei torti è l'albero della vita percossa, violentata e spenta da quel male oscuro che investe il protagonista e ciascuno dei personaggi minori, i quali vivono e agiscono in una zona di penombra, in un limbo esistenziale dove la vita è svuotata di valori e di obiettivi positivi. Si tratta, a mio avviso, di microstorie che affollano un palcoscenico vasto e magmatico, dove ciascuno, per una ragione o per un'altra, si sente sconfitto, dove insegue un miraggio che si rivela fatuo: il piacere, il guadagno, il successo, l'auto-affermazione rimangono conquiste a metà, tentativi del vagheggiamento di una impossibile felicità. Lungo strade senza uscita, le mille strade di questa società incerta e mobilissima, Gino smarrisce il senso dell'essere.
Ambientato negli anni del risveglio economico, dello spopolamento di massa delle campagne e dei paesi dell'entroterra, il romanzo di Nino Casamento è una storia di emigrati e di emigrazione, di quel vasto fenomeno sociale che rivoluzionò scompigliandolo l'assetto demografico dell'Italia di allora. Fu, quella di allora, soprattutto una rivoluzione culturale e sociale, vasta e inarrestabile che mise in discussione i modi di vivere e di rapportarsi, Il patriarcato delle abitudini e dei costumi, i valori e le tradizioni più consolidate.
Partivano ogni giorno in gruppi sempre più numerosi, famiglie intere e lavoratori di ogni età. Milano appariva come l'America italiana, non come una città, ma come la città per antonomasia: ricca, dinamica, sollecitante, disinibita, aperta a tutte le opportunità.
Il protagonista, che è un giovane laureato, fugge dalla Sicilia e dal suo provincialismo per fuggire prima di tutto da un mondo che lo opprime, da una sorta di carcere esistenziale che non sopporta. Ma Gino non trova quello che si sarebbe aspettato. Le ragazze che incontra e che fugacemente ama si rivelano presto delle fatue stelle cadenti, che brillano e si spengono rapidamente nel cielo delle sue avventure.
Ma il romanzo non è solo questo. E' un viaggio nel proprio vissuto, nella memoria cioè di una fanciullezza e di una giovinezza trascorse nei luoghi natii, fra le occupazioni povere e semplici dei paesi del Nebrodi, fra le ristrettezze economiche di una fascia montana chiusa e contadina, nella quale però gli uomini imbacuccati negli scapolari neri, le battaglie sportive in campetti di fortuna, le strade dissestate e polverose, le prime automobili e le prime scomode corriere che s'inerpicavano rumorose per i tornanti delle strade collinari e montane, appartenevano a un mondo ora del tutto ingiallito ma che, per questi motivi, rivela il suo fascino. Perciò l'attenzione di Casamento è riservata a un'epoca ormai scolorita come una vecchia fotografia e per questo alleata con un toccante segnale di malinconia. Da questa realtà e da questi luoghi vengono i personaggi del bellissimo racconto, che è anche racconto di psicologie e atmosfere rarefatte, di anime inquiete e insoddisfatte, di sentimenti e di passioni strettamente legati alle nuove condizioni di vita: "La giornata in qualche modo passò, - cito un brano fra i tanti - ma le prime luci della sera gli misero addosso una sorta di angoscia, quella sensazione di smarrimento che si ritrova chi non ha un tetto dove rifugiarsi".
Il paesaggio naturale e spirituale moltiplica quel senso di vita chiusa e spenta nel cui cerchio i giorni ripropongono la propria immagine uguale e immutabile, dove tutto è sonnolenza quasi gattopardiana.
Il romanzo di Casamento è inoltre una meditazione sui mutamenti generazionali, sulla fragilità della storia umana che aggroviglia il presente e il passato in un viavai di eventi incerti e sempre diversi e imprevedibili. Ed è storia della instabile collocazione dell'uomo nella sua avventura umana, dell'uomo che si muove fra le immagini, i segni, le parole, le realtà eternamente mutevoli: le realtà del Nord e del Sud come metafore anche delle nostre personali contrastanti diversità e verità, a volte scabre e crudeli a volte mitiche e oniriche di cui il romanzo è anche un aspro resoconto.
Da evidenziare l'estrema esattezza delle descrizioni, la vitrea staticità del nostro Meridione contrapposta all'effervescente attivismo del Settentrione, che tuttavia non ripaga il prezzo di una vita che si consuma nell'artificio e da cui Gino si allontana, ponendosi - con i suoi frequenti ritorni in Sicilia - a una distanza che pare infinita per ritornare poi stancamente a quella realtà in cui egli patisce un vivo senso di esclusione e di disadattamento.
Il libro è pure un'officina di ritratti ben disegnati, anche se sul filo di una sempre incombente tristezza. Nino Casamento, in sintesi, crea un clima crepuscolare intorno a Gino e lo alimenta di un senso non trascurabile di lontananza. Paesaggi e stati d'animo spesso si confondono. Gino, nella difficile ricerca di una sua identità umana, sociale e professionale, scandisce il transitare del tutto, l'oscillare della fragile linea di passaggio da ragazzo inquieto di provincia a professionista non meno inquieto in una metropoli aperta a tutte le dimensioni e a tutti gli imprevisti.
Egli ci fa intravedere in controluce le sue pene, le sue sconfitte, la progressiva perdita della pienezza della vita: un segno che viene da lontano, dal fondo del passato.
Racconto di un viaggio, che è anche pieno di peripezie e di intrighi, ma anche storia di un capovolgimento dei costumi e storia di lacerazioni interiori dovute all'eclissarsi di quelle forme di semplicità e di solidarietà che l'evoluzione sociale ha relegato nell'oblio.
La prosa è fluida, piana, felpata. Lo stile è limpido, ordinato, calligrafico. La parola è sempre vigile, lineare, spesso lirica. Ci sono vibrazioni docili, battiti e stupori che sanno ancora accendersi di fronte allo scenario del mondo. Il tessuto narrativo difende un forte bisogno di analisi, accumula episodi, li disperde. Da un lato una cronaca puntuale di comportamenti e di parole, dall'altro una sorta di controcanto musicale, accompagnato da una scia di accordi paesaggistici.
In sintesi e in conclusione, un piacevolissimo romanzo che invito tutti a leggere, soprattutto perché è calato nel nostro universo più immediato e conosciuto, riscoperto e valorizzato da una magnifica prosa letteraria.