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la giornalista parlamentare F.Paterniti

 

                      
Fabiola Paterniti


Giornalista


Presentazione libro a Capo d'Orlando

 

Sono molto contenta, molto fiera di essere qui stasera. Nella mia attività di giornalista mi capita di fare interviste ad autori, di recensire libri di impegno civile, ma anche opere che affrontano tematiche siciliane. Io scrivo per giornali che non hanno diffusione in Sicilia, ma, nonostante questo, mi intestardisco a trattare motivi a me familiari. Dico subito che questo libro mi ha dato molto di più rispetto agli argomenti che di solito affronto. Intanto perché è la storia di un emigrante, anche se non di tipo tradizionale. Del resto gli emigranti di oggi sono questi: sono studenti, sono insegnanti, sono avvocati, sono professionisti, che vanno via dalla Sicilia conservando un forte legame con la propria terra d'origine, tanti ricordi che, col passare del tempo, diventano mito. Ecco perché mi ha incuriosito molto questo libro e sono stata contenta di leggerlo.
Come dice Silvio Buzzanca nella prefazione, il protagonista non è l'emigrante con la valigia di cartone, quello che si portava dietro le arance, ma è l' intellettuale che cerca quelle opportunità di lavoro che la Sicilia non offre. Il distacco dalla propria terra accresce la voglia di ricordare, di rivangare la memoria. Il romanzo narra la storia di Gino, un emigrante come tanti oggi a Capo d'Orlando, a Patti, in tutta la Sicilia, che va a lavorare a Milano e vive una vicenda molto dolorosa. Parte da un paesino della provincia di Messina, una comunità con tutti gli affetti, i vicini di casa che incontravi sempre, con cui potevi parlare, dialogare e si trova in una città che non ha anima, che non ha identità, che presenta tante insidie.
Per l'occasione ho ripreso in mano in questi giorni un'intervista fatta nel '92 allo scrittore Vincenzo Consolo, che mi richiama   molto   la   sensazione  che  ho vissuto leggendo il libro di Nino Casamento. "Il segno più inquietante dei nostri tempi è la cancellazione della memoria - dice Consolo - la superficializzazione del tutto: storia e sentimenti, linguaggio e scrittura. Milano è oggi il simbolo più evidente e potente di questo processo, è la sostituzione della verità con la sua rappresentazione". Mi ha colpito allora e ho ritrovato molto in questo libro proprio questa necessità di riportare alla luce i racconti del passato: la partita di pallone, l'oratorio, l'azione cattolica, tutte cose che in una città non hanno anima, non ci sono. Ci sono tante altre cose: c'è lavoro, ci sono opportunità, ci sono conoscenze, ma anche tanti tranelli come quelli che ha trovato Gino. E c'è questa voglia di non omologarsi al grande agglomerato, alla grande città. Nel racconto dei ricordi di Gino, nella descrizione di quei paesaggi, di quei tramonti da Gioiosa vecchia, io trovo pagine di vera poesia.
A questo proposito vorrei leggere un brano in cui si descrive il distacco del traghetto dalla Sicilia. E' un ricordo che tutti i siciliani, tutti i viaggiatori che si allontanano dalla propria terra hanno ben presente. E sono veramente delle pagine di poesia.
"La nave si staccò lentamente dal molo. Il mare ribolliva della schiuma sollevata dall'imbarcazione. Man mano che si allontanavano, l'orizzonte si slargava. La terra sembrava distendersi per farsi ammirare meglio, come fosse il corpo di una donna. Risaltava il campanile del Duomo. Quante volte, durante gli anni dell'Università, si era dato appuntamento con gli amici a mezzogiorno per assistere all'esibizione delle statue di bronzo, in una scena che lo affascinava sempre, anche se uguale e ripetuta.
E più in là la Chiesa della Madonna di Montalto, il Santuario di Cristo Re. E ancora il fitto viluppo delle case che, come un serpentello di cemento, s'inerpicava verso la  montagna e s'incuneava tra i declivi affacciati sul mare".
Io trovo che siano delle pagine affascinanti, dove  il ricordo  diventa poesia. Quanti di noi  hanno vissuto quelle sensazioni, che troviamo ripetute in tanta letteratura: in Elio Vittorini, in Saverio Strati, in Stefano D'Arrigo, che abitava lì di fronte. Tutte descritte da un'angolatura differente, ma sempre con quella  scena che io trovo davvero portante per l'emigrante, per il siciliano: il distacco da quella Sicilia, da quella terra che per noi col passare degli anni diventa un mito. Perché le cose brutte non si ricordano, col passare del tempo si ricordano solo le cose belle: gli amici, i luoghi, le esperienze, specie quelle giovanili.
Gino, dopo gli anni trascorsi a Milano, dove ha subito tante aggressioni, è costretto a tornare in Sicilia, ma non ritrova più la vecchia comunità, non ritrova  più il vicino di casa. Adesso persino l'amico lo tradisce. Insomma un cambiamento profondo. E' un continuo flash back. Anche questo tipo di narrazione che usa Casamento io lo trovo fantastico. All'improvviso ti trovi davanti alle pagine iniziali. Gino, depresso, che all'improvviso si ricorda le partite di pallone con gli amici, le scorribande con le macchine. Certo che deve essere stato molto doloroso scriverlo, perché ritengo che ci sia molto di autobiografico. Però trovo anche che questa voglia di aggrapparsi ai ricordi  per non omologarsi alla nuova realtà, per non arrendersi (perché questo filo di speranza rimane per tutto il libro) sia molto importante, importante per i siciliani, ma anche importante nella scrittura, perché, come diceva Consolo, la memoria è quella che oggi ci permette di vivere. La storia viene fatta non nella grande Milano degli anni '80, la Milano da bere, la Milano delle grandi sensazioni, ma nel piccolo centro del Sud. E questa è la storia.
Un'altra cosa che mi ricordo, sempre di Consolo, nell'introduzione del libro "Sirene siciliane" di Basilio Reale, sono le sensazioni bellissime di questa terra, perché Basilio Reale parla del nostro territorio come ne parla Consolo, come ne parla Casamento. Provengono tutti da queste parti. E descrivendo la Sicilia, i nostri luoghi, utilizzano un linguaggio che non è il solito, ma è un linguaggio poetico, dove ogni immagine, ogni parola evoca altro. E Consolo dice: "Siamo una terra di passaggio, tra Oriente e Occidente. La Sicilia occidentale è la Sicilia della storia, la Sicilia orientale è quella del mito, della natura. E questo passaggio ci permette di superare la storia, ma anche il mito".
E la prosa di Casamento in molte parti diventa poesia. Quando nella parte finale del romanzo fa echeggiare il suono della campana che ridà la speranza perduta, è poesia. Come quei costrutti arcaici, che sono utilizzati molto, quei termini dialettali. Ecco: l'importanza del linguaggio, il conservare il dialetto. I libri di impegno civile partono anche da questo, dal tipo di linguaggio che si utilizza, ovunque vai, ovunque ti trasferisci. Consolo era fissato. Ogni volta che lo intervistavo ribadiva sempre lo stesso concetto: " Il dialetto va conservato". I giovani oggi vivono in un periodo in cui domina la cultura dell'immagine. In questo libro ci sono come delle foto: sono conservati i costrutti, sono conservati i termini dialettali. Silvio Buzzanca, giornalista di Repubblica, nostro amico, quando mi parlò di Nino Casamento mi disse: "E' il mio maestro!".
Oggi si pubblicano un sacco di libri, ma sono pochi quelli che mi lasciano qualcosa. Quando si tratta di romanzi è fondamentale l'importanza della memoria, del ricordo. Significa mantenere la nostra storia, conservare la nostra identità.  Un'ultima cosa. Io, come ho già detto, mi occupo di libri di impegno civile. Un libro ti deve dare qualcosa. Chi lo legge deve poter dire: "Ho imparato qualcosa da questo testo". E questo è un romanzo che mi dato molto. Mi ha dato molto come storia personale, come storia di un territorio, come simbolo di una vita. Vi ho trovato un forte impegno civile. C'è un riferimento alla politica che ti sbatte la porta in faccia. E il protagonista, che viene presentato come un uomo molto sfortunato, non si abbatte. Nino Casamento  è così. Si rimbocca le maniche (me lo son fatto dire da Silvio che lo conosce bene) e ricomincia. E' una scommessa continua. La nostra vita è una scommessa. E questo libro ti dà anche questo messaggio. La letteratura fine a sé stessa  non vale niente. I libri pubblicati oggi sono tanti, ma quelli di qualità sono pochi, sono quelli che ti lasciano qualcosa. Questo libro mi ha lasciato molto.
Voglio concludere leggendo un'altra pagina di poesia che si trova nell'ultima parte del romanzo. Quei rintocchi della campana, con quel suono che riapre il cuore alla speranza. E' un'idea splendida. Noi siciliani usiamo molto le immagini. Tanti sono gli autori che lo hanno fatto.
"Quei rintocchi scendevano nel suo cuore come gocce d'acqua su una zolla riarsa. Si abbandonò a quella melodia come quando bambino si consolava con la cantilena della madre che scacciava dal suo animo indifeso le insidie dell'orco cattivo. Quella campana era un segno di vita, il richiamo di una fede perduta. Forse sull'albero selvatico dei torti, che aveva messo profonde radici nel giardino della sua vita, si poteva ancora innestare la gemma della speranza".
E' poesia.
Grazie Nino per questo libro. Per concludere vorrei chiederti quanto in esso c'è di autobiografico, quanto dolore ti è costato, perché la scrittura diventa una delle cose più difficili quando devi tirar fuori qualcosa di te.

 

 

 






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