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Tindara Caccetta - giorn. RAI
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Tindara Caccetta


(giornalista della RAI)


presentazione libreria Montecitorio - Roma

 


Voglio ringraziare tutti voi della vostra presenza e vorrei ringraziare Nino Casamento, che mi ha voluto  coinvolgere stasera in questa presentazione, il presidente Giovanni Salemi, la libreria che ci ospita e che ha organizzato questo evento.
Ringrazio in maniera particolare Nino Casamento; tutti hanno ricordato la sua attività di politico, di uomo di cultura. Io voglio ricordare di aver collaborato con lui nel periodo in cui fu assessore alla cultura del comune di Patti. Abbiamo fatto insieme diverse iniziative importanti, alcune delle quali nel quadro delle attività culturali della città sono rimaste davvero degne di nota e di ricordo.
Per quanto riguarda il libro, l'Albero dei torti, vi invito a leggerlo. I libri si scrivono perché qualcuno li legga. Nino Casamento è stato bravo. Mi capita spesso di presentare dei libri. A volte gli scrittori scrivono per sé stessi, non pensando al destinatario finale, al lettore. Invece questo libro si può leggere, come diceva Silvio Buzzanca, tutto d'un fiato e capirlo: è semplice, è lineare e per me questa è una cosa fondamentale, perché alla fine dei libri quel che resta è proprio questo: se si è capito qualcosa, se ci ha dato qualcosa e se è stato scritto in maniera tale da essere compreso. Scritto quindi pensando che qualcuno debba leggerlo. Forse a volte la crisi dell'editoria dipende anche da questo: che i libri sono fatti ma non in maniera tale da essere letti.
Vediamo adesso l'analisi dei vari piani di lettura dell'opera. Gino Ruggeri e Silvio Buzzanca mi hanno preceduto e ne hanno fatto una lettura che in parte avrei fatto anch'io. Ho preso alcuni appunti dopo aver letto in pochissimo tempo il libro, e voglio sottoporvi queste impressioni mie di lettura che possano suggerirvi la voglia, il piacere di leggere l'Albero dei torti.
Il piano di lettura sociologico-storico cui accennava Silvio, il riferimento all'emigrazione che in quegli anni avviene dalla nostra Sicilia, da tutto il meridione verso le grandi città del Nord è legato sì a quel momento storico, come diceva giustamente Silvio, ma è forse anche la parabola di tutti quelli che partono da casa propria per andare a cercare fortuna altrove, che poi in fondo avviene sempre, è sempre avvenuto in ogni luogo. Vi dico questo perché, leggendo il libro, in qualche maniera mi sono immedesimata io stessa in quella condizione. L'ho letto un sabato pomeriggio che ero da sola qui a casa. Io vivo a Roma da pochissimo tempo; anch'io ho lasciato la Sicilia per cercare un po' di fortuna nella capitale ed in qualche modo ho sentito, anche se tanti anni dopo, quelle stesse emozioni, quelle stesse sensazioni, quegli stessi ricordi, pur essendo la società cambiata, i tempi diversi. Forse la metafora di chi parte e cerca qualcosa che non ha trovato nella terra d'origine rimane sempre uguale  in ogni tempo; quindi forse  ognuno di noi si può ritrovare in quelle sensazioni, in quei ricordi, in quei momenti emozionanti che ci ricordano una Sicilia che non è solo quella dei gelsomini o dei fiori di zagara che conosciamo, cui siamo legati e che portiamo sempre con noi, ma che è anche la Sicilia fatta della fatica, fatta dell'entusiasmo, fatta della voglia di andare oltre, della voglia di cercare una dimensione in cui realizzarsi, dei tentativi che i giovani di Montagnagrande facevano, come ha raccontato Silvio Buzzanca, cercando di mettere in piedi un giornale, di scrivere, di farsi sentire, di farsi ascoltare.
E poi l'Albero dei Torti, secondo me,  è anche la metafora dei luoghi fisici. Io vorrei sottolineare questo: che nel libro si fa riferimento ( e credo che questo sia stato fatto volutamente) ai luoghi fisici della Sicilia perché, per esempio, si parla della neve, si parla dei Nebrodi, si parla anche dell'immagine di una Sicilia un po' diversa dal sole, dal mare, dalle isole, che è poi quella stereotipata e che tutti conosciamo.
Io come origine vengo dalla montagna e quindi ho sentito vicina la descrizione di quei  paesaggi innevati, di quelle stradine interne, tortuose, di quegli alberi enormi, di Monte Soro, di quei panorami mozzafiato. Credo che alla fine il riferimento a questa Sicilia un po' diversa, un po' meno usuale nell'immagine che tutti noi abbiamo dell'isola, possa essere anche un modo per far conoscere la nostra realtà agli altri, perché io ho piacere che qui stasera ci siano tante persone di Patti, di Montagnareale, delle nostre zone, ma spero anche che questo libro venga letto dai non siciliani e che essi possano trovare motivi e spunti di riflessione perché poi alla fine ognuno di noi abbia il proprio "posto delle fragole", la propria terra a cui tornare, il proprio nido a cui far riferimento nei momenti di difficoltà, nei momenti di dispiacere, nei momenti in cui non sai a che santo votarti e trovi nelle tue radici, nelle tue origini  un'ancora a cui aggrapparti e questo va bene per tutti; anche se poi alla fine devo dire che il libro di Nino Casamento si conclude con l'immagine forte di quell'albero dei torti che si materializza, che si fa presenza concreta e che cerca di schiacciare il protagonista.
Alla fine però credo che, come conclude Casamento, c'è la gemma della speranza che dà ancora una possibilità per il futuro, c'è ancora una voglia di combattere un'altra battaglia, la voglia di vincerla, forse la stessa voglia che ha condotto Nino Casamento a scrivere questo libro, a pubblicarlo, dopo aver fatto tante altre esperienze nella sua vita; probabilmente anche questa per lui è una meta cui tendeva, cui ha approdato, una battaglia che sicuramente ha vinto e che  ci testimonia quelle sensazioni di cui ci parlava Silvio Buzzanca, di conservare un mondo che forse non esiste più, ma che forse c'è sempre nell'animo di chi parte per cercare fortuna. Quindi credo che da questo punto di vista Casamento la sua battaglia l'abbia vinta.
Questo è quello che volevo dire. Le mie impressioni ve le ho raccontate di getto, così come mi son venute leggendo il libro.  Però c'è  una cosa che differenzia, c'è  una differenza che vorrei sottolineare e che è tipizzante per la vicenda raccontata da Casamento, quella legata ai piccoli centri. Tenete conto che io vivo da poco in una grande città e quindi ho ancora l'occhio più critico, non mi sono completamente adagiata nei ritmi, nel sistema, nel meccanismo della metropoli, quindi torno spesso con la memoria alla mia vita precedente che è appena passata e alla quale forse tornerò domani, che è fatta invece da paesi piccoli, da gente semplice, dove il vicino di casa lo conosciamo e ci parliamo; mentre in città il vicino di pianerottolo ognuno di noi forse non lo conosce nemmeno. Ecco, questa è una dimensione che davvero è persa. C'è una frase nel libro che mi ha colpito moltissimo, là dove Casamento accenna alla solidarietà delle case. Non ci sono casermoni anonimi, ma casette che si stringono le une con le altre, e poi la vicina che chiede consiglio alla comare, che si stringe attorno a lei quando c'è un lutto; si festeggia insieme, si aspettano insieme con gli altri le ricorrenze importanti del paese. Ecco, questo mi sembra un mondo che sta finendo, un mondo che forse dovrebbe essere recuperato, dovrebbe essere salvato, perché la dimensione della città nega ad ognuno un ruolo, che invece nei piccoli centri non si nega a nessuno. Anche l'ultimo dei cittadini in un paese piccolo è riconoscibile ed è riconosciuto e conta e significa qualcosa, mentre nella grande città rischia di essere nulla, di essere un numero, di essere parte sì di un meccanismo, di una grande macchina che sicuramente è piena di speranza e di aspettative, ma qualche volta ci resti stritolato dentro, come il protagonista del libro di Casamento. Anche questo, che poi è un tema che è stato affrontato tante volte e da tanti scrittori, mi piace che Nino Casamento abbia voluto sottolinearlo, renderlo vivente nel libro.
Molte altre impressioni che ho avuto poi sono le stesse che vi hanno raccontato Gino Ruggeri e Silvio Buzzanca. Voglio fare ancora qualche altra sottolineatura riguardo a quegli aspetti che io ho trascurato perché loro ne hanno parlato abbastanza, riguardo cioè alle vicende storico-politiche che hanno accompagnato quegli anni. Solo una cosa vorrei richiamare: il riferimento che fa Casamento alla figura di un prete, un prete di una parrocchia che diventa centro di aggregazione vera, centro di scambio, centro di confronto e di dibattito anche politico, anche forte, in cui si parla, si discute, ci si confronta. Fa riferimento a don Milani, a Barbiana, una realtà che tutti voi conoscete e che io ho sentito molto vicina, che ho conosciuto per varie motivazioni. Io ho visto quei luoghi fisici, ho avuto modo di visitare Barbiana, un posto che davvero è ancora più lontano, più isolato, più dimenticato rispetto alle nostre montagne, rispetto a Montagnareale, a Patti, a tutte le nostre zone. Ecco, quello che forse, secondo me,  bisognerebbe fare è ripensare una sede di dibattito. Leggo anche in questo senso il suggerimento di Nino Casamento, a prescindere dal discorso religioso.  Leggendo infatti il libro, vedrete come questa parrocchia in realtà era un luogo laico d'incontro, in cui si parlava, in cui ognuno diceva la sua, ognuno traeva linfa dalle competenze dell'altro per affrontare la vita, una sorta di educazione, di formazione. Oggi non si fa più. Né educazione, né formazione, né politica, né laica, né religiosa. Non ci sono più le sedi. Forse siamo rimasti tutti un po' disillusi, sia dalle vicende politiche, sia in maniera più larga e ampia dalle vicende della società, però potremmo ripensare un modo diverso per confrontarci e questo suggerimento possiamo coglierlo anche dalle pagine di Nino Casamento.
Io non voglio più abusare, come si dice in questi casi, della vostra attenzione, però un ultimo invito a leggere il libro ve lo voglio fare, questo sì, perché alla fine noi veniamo qui e raccontiamo le nostre impressioni, però la critica vera, quella che vale, è quella del lettore. Se alla fine voi avrete trovato nel libro qualcosa, suggerito anche dalle nostre parole bene, però l'importante è che abbiate il piacere della lettura. Grazie.

 


 






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