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Cecilia Garbellotto all'ITCG di Patti
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Presentazione del romanzo L'Albero dei torti

di Nino Casamento

 

ITCG "F. Borghese" di Patti Aula magna, 5 aprile 2005

 

Intervento della prof.ssa Cecilia Garbellotto

 

E' a voi, ragazzi, che dedico questa mia presentazione del libro di Nino Casamento. Cercherò di esprimermi con parole semplici, capaci di suscitare il vostro interesse, la vostra attenzione. Non voglio annoiarvi con disquisizioni letterarie, con complicanze stilistiche, o con tutto quell'apparato rituale tipico delle presentazioni ufficiali, ma mi auguro ad un tempo che le mie parole siano adeguate alla valenza umana, e soprattutto sociale, che questo testo ha per voi giovani del Sud. Per più giorni questo libro è rimasto in uno scaffale della libreria, non riuscivo a sentire quell'impulso vitale che ritengo indispensabile per cogliere il messaggio, l'essenza più riposta di un libro. Poi una sera ho scelto di sottrarmi al consueto rito televisivo di inebetismo collettivo e ho cominciato a sfogliare queste pagine. Ciò che mi incuriosiva era soprattutto il suo titolo: L'albero dei torti, un titolo per me accattivante.
Spinta dalla curiosità ho scorso le righe, sempre più coinvolta ho divorato quasi tutto d'un fiato le pagine, pagine scritte in un linguaggio semplice, chiaro, senza tante complicanze stilistiche e retoriche, un linguaggio essenziale, capace di "dar vita alle cose", "di dar voce ai luoghi", un linguaggio spesso anche poetico, evocativo, soprattutto quando Nino Casamento si sofferma a carezzare i ricordi, le speranze, le emozioni, o a dipingere gli splendidi paesaggi locali, le luci, i colori della vostra terra.
Man mano che procedevo nella lettura, provavo forti emozioni, una marea di sensazioni, di stati d'animo che andavano dall' amarezza, alla collera, alla rabbia, per concludere poi con certezza che la vita vai sempre la pena di essere vissuta. Pensavo: ecco un libro che si fa leggere, che mi sta dando, mi sta comunicando qualcosa.
Ho sentito di trovarmi di fronte a pagine di prosa esistenziale, di prosa della memoria, ma spesso anche a veri e propri squarci poetici , poesia non di mere parole, ma poesia come voce dell'animo, come espressione del cuore. Improvvisi flash, metafore evocative di sofferenza, di dolore sono poesia, è poesia quella che nasce dal ricordo, dal recupero memoriale di un passato felice, sono poesia le dolci emozioni che prova l'emigrante nel momento in cui ritorna nella propria terra quasi per ritrovarvi una dimensione a misura d'uomo, sono poesia il rammarico, l'amarezza, il saluto commosso dell'emigrante alla propria "Grande Madre", che chissà quando rivedrà, diventa poesia il sogno di trovare l'amore per la vita. Mi sono trovata di fronte a pagine di una poesia capace di assurgere a portavoce di sentimenti, di emozioni in cui si esprime un sentire universale, il sentire degli emigranti di ogni tempo, di ogni luogo.
Ed è appunto al vostro sentimento, e perché no, anche alla vostra curiosità, che io faccio appello nel momento in cui vi chiedo di avvicinarvi insieme con me a quest' Albero dei torti. Man mano vi scopriremo una metafora, la metafora di una vita sofferta, la vita di un giovane emigrante che vede nell'albero piantato dal padre un'eredità di valori, uno sprone ad affrontare con coraggio sempre e comunque la vita. Ma la malasorte, il Fato, aggroviglierà sempre più i suoi rami, li caricherà sempre più dei tanti torti che subirà nel corso della sua vita fino a diventare per lui una presenza che minaccia di stritolarlo. Ma saprà di nuovo coltivarlo, su di esso nascerà un nuovo germoglio, quello della speranza, proprio quando la realtà più cupa sembra travolgerlo.
La storia di Gino, che si dipana lungo il corso dei tanti eventi che hanno contrassegnato il nostro vissuto dagli anni '70 al 2000, non possiamo ridurla alla storia di un singolo; la sua storia si allarga dal singolo alla società, dalla storia di un piccolo paese alla storia di una nazione, alla storia di tutti. La storia di Gino assurge a metafora della storia della mia generazione e anche di tanti di voi un domani, di tutti quei giovani del Sud che, con la "penna in mano e la laurea in tasca", partono a cercare fortuna nella grandi città del Nord.
La storia di Gino ci si presenta come spezzata: ora nel presente, ora nel passato recuperato attraverso la memoria, in un continuo flash back, per poi ritornare nel presente. Tra queste due dimensioni corre il film della sua vita.
Con una tecnica narrativa quanto mai coinvolgente, il romanzo ci immerge immediatamente nel presente di Gino.
Gino è in preda ad uno stato di profonda depressione, è attanag I lato da un agghiacciante sentimento di solitudine, la sua vita gli sembra vuota, senza senso, inutile, piena di tante delusioni, quasi un "fallimento". Ad aggravare ancor più il suo stato d'animo sono le tragiche immagini televisive di miseria, di violenza, di morte nella guerra in Afghanistan. Quasi per distaccarsi dalle immagini di quella terra lontana, Gino scava sulle ali della memoria in un'altra realtà, quella del suo passato.Rivede a ritroso, come in un film, la sua vita trascorsa: tanti fotogrammi davanti ai suoi occhi, ora felici, ora amari.
Quasi per trovare un rifugio al male presente, ritorna con la memoria alle sue radici, all'epoca della sua infanzia, della sua fanciullezza trascorsa in quei paesini della Sicilia, dove si viveva di poco, ma felici, sereni. Recupera, riporta alla luce costumi, odori, sapori, luoghi, persone, sentimenti antichi, sensazioni perse per sempre, un mondo seppellito da tempo e che diventa quasi mitico nel ricordo.
I ricordi si accavallano ai ricordi, come "grappoli", dice Nino Casamento, "l'uno sull'altro".
Rivede la sua infanzia, la sua fanciullezza, le tante occasioni di crescita culturale, umana , spirituale vissute a Montagnagrande, le partite a pallone con gli amici, l'oratorio, la scuola vissuta di malavoglia, il desiderio solo del diploma, gli anni dell' Università, anni veramente felici in cui si era affascinati dai riti del mondo goliardico: ma la contestazione studentesca cambia l'Università, diventano solo un ricordo tutti quei riti, si dà l'addio a quella entusiasmante condizione di studenti allegri e spensierati.
Ricorda la sferzata, il torto più brusco alla sua vita spensierata, la malattia del padre. Inizia un doloroso calvario in cui si alternavano speranze, voglia di non arrendersi alla cruda realtà, viaggi alla ricerca di sieri miracolosi ed infine l'amaro crollo della speranza. Ma riprende le forze per andare avanti, la vita lo imponeva. Si dedica intensamente alla professione, fa praticantato. Ricorda anche le delusioni provate, le umiliazioni subite alla sua prima esperienza politica fino all' amara consapevolezza che la politica, quando tradisce il suo più autentico significato, non può farla chi ha la "schiena diritta".
Ricorda come un inferno il servizio militare e poi finalmente, con il congedo, una nuova era: la voglia di realizzare i propri progetti. Ogni tanto guardava l'alberello piantato dal padre, lo vedeva irrobustirsi, estendere i suoi rami, in esso vedeva come uno sprone ad affrontare con coraggio la vita. Arriva il momento della svolta, "con la penna in mano e una laurea in tasca", parte per Milano, professore di Materie giuridiche.
E' il grande salto nella metropoli, nel mondo civile, nella "Milano da bere" degli anni '70 e '80, nella Milano delle grandi opportunità, una città che, come dice Silvio Buzzanca, "gli dà tanto" in termini di facili successi, una città dove trova, dove gli si offre, ciò che Gino cercava: la liberazione dalla miseria atavica della sua isola, ma che gli avrebbe inferto anche tante batoste, tanti torti, fino a spegnergli la gioia dell'anima.
Gino, desideroso di amicizia, spontaneo nel suo impeto alla vita, comincia a scoprire le prime striscianti e subdole insidie, i tranelli della grande città, ma riesce a non esserne coinvolto. Professore di mattina, avvocato fino a notte inoltrata: una vita senza respiro, ma un crescendo sempre maggiore di tante soddisfazioni, una scalata professionale, con sullo sfondo sempre il desiderio di trovare la donna della sua vita.
Ma ben presto si trova come risucchiato in una ragnatela, in un reticolo di raggiri, tranelli, ricatti, intimidazioni, minacce, intessuta da persone che gli si erano dimostrate amiche, cui egli si era dato con fiducia, credendo in loro, ma che poi si sarebbero rivelate avventurieri, truffatori, personaggi loschi in "una città così diversa da quel mondo semplice e puro che lo aveva cullato nella sua giovinezza": le tante illusioni crollano, subentra I' amarezza della delusione. La mazzata era stata pesante, ma forse poteva essere una lezione utile per il futuro.
Vedi, Nino, la prosa della memoria diventa poesia quando tu segui Gino in quell'esigenza, impellente ed irrinunciabile, dell'emigrante di ogni tempo di ritornare, specie dopo ogni fallimento, dopo ogni batosta, nella sua terra natale, dalla "Grande Madre", quasi per trovarvi un po' pace, quasi a riprendere le forze, quasi a recuperare la sua umanità. La vita di Gino infatti è un continuo partire e tornare, ripartire e ritornare: "ad ogni ritorno gli sembra di stringere il mondo nelle sue mani."
Si lascia conquistare da nuove amicizie, intreccia fiduciosamente nuovi rapporti, sboccia un nuovo amore, ma ben presto si rende sempre più conto di correre il rischio di rimanere stritolato di nuovo in un perverso meccanismo di loschi traffici imbastito da persone in cui ancora una volta aveva fiduciosamente creduto, ma che poi si riveleranno disinvolti maneggioni della politica, rampanti spregiudicati: è un altro colpo alle sue illusioni. Altri torti gli ha riservato la sorte e altri ancora gliene riserverà. Ma ancora una volta la vita lo riprende per intero. Ben presto però vive una nuova delusione, forse tra le più forti: sempre nella speranza di trovare la donna della sua vita, vede in un nuovo amore la donna che aveva sempre sognato, ma meschini inganni, bugie, una sequela di sotterfugi lo fanno amaramente risvegliare dal suo sogno. Si sente svuotato, ciò che gli pesa e soprattutto l'inganno, la fiducia tradita, l'umiliazione subita.
In preda allo smarrimento più profondo, fiaccato nell'animo, sul punto di perdersi, finisce per arrendersi alla sorte: dopo quel suo viaggio agli lnferi, decide di tornare definitivamente nel suo paese natale, nel suo Eden primitivo, "quasi per riannodare quel cordone ombelicale giammai tagliato dall'emigrante con la sua terra", "per ritrovare in quel microcosmo rassicurante il gusto della vita", un ormeggio a cui aggrapparsi, una realtà a misura d'uomo.
Torna nella sua terra, in quella terra da cui aveva spiccato il volo verso il Nord, in quel piccolo paesino quasi da favola in cui era nato, in quel mondo popolato da gente semplice, dove si viveva di poco, ma c'era il "vicino", era come una grande famiglia nelle gioie e nei dolori. Con la voglia di ricominciare, per amicizia si getta nella politica, ma amaramente scopre una politica ormai ridotta a "chiacchiericcio inconcludente", "senza anima, senza idee", fatta solo di perverse logiche di potere. La maledice, è capace di cambiare gli uomini, di incattìvirlì, di separarli, di schiacciare i sentimenti.
Vive pertanto sulla sua pelle un'altra lacerazione profonda: la comunità non è più quella dì un tempo, quegli antichi sentimenti di serenità, di solidarietà, di amicizia, che erano la sua essenza, i suoi valori costitutivi, sono ormai solo un ricordo.
Amaramente constata che quel mondo ha perso la sua dimensione di un tempo. I grandi eventi della storia, che accompagnano tutto il percorso della vita di Gino, le trasformazioni dell'epoca, il nuovo modo di vivere la religione, i primi esiti della scolarizzazione di massa, i primi approcci all'università, il '68, la contestazione studentesca, il nuovo tipo di emigrazione, il capovolgimento dei costumi, hanno coinvolto anche quel mondo: non vi trova più quella "civiltà del villaggio", non vi è più quella comunità della sua adolescenza, unita in un abbraccio solidale e fraterno.
Bruciato in tante deludenti ed amare avventure il suo desiderio d'amore, persi i compagni e le amicizie di un tempo, crollate le illusioni, senza più la gente di prima in una comunità che per ciò stesso aveva perso la sua connotazione, Gino si sente solo, estraneo.
A rendere ancor più tormentoso il suo male di vivere è la televisione con le sue immagini della guerra in lrak, del terrorismo sempre più diffuso ed invadente, con le sue sequele di violenza, di distruzione, di morte, di imbarbarimento progressivo dell'umanità. Guarda l'albero dell'orto, non ha più il suo aspetto rassicurante: esso si era sviluppato a dismisura quasi che si fosse nutrito di tutti i torti e di tutte le malvagità che egli aveva subito, è ormai una presenza minacciosa, cattiva, da cui si sente come stritolato; è diventato per lui un incubo.
In preda ad uno stato di inquietudine profonda, resta rinchiuso nella sua camera come in una gabbia, mentre le giornate scorrono vuote e senza senso. Da questa condizione di penosa prostrazione, Gino gradatamente si riprende; sente di nuovo scorrere dentro di lui la voglia di vivere, l'albero ha bisogno di essere coltivato, ripreso, torna ad essere per lui il simbolo di un'eredità di affetti e di valori che andava recuperata, uno sprone a non arrendersi, a rialzarsi. Riprende la scommessa della vita, vive di nuovo come amica la scuola, si accende la luce di un nuovo amore, crede di aver trovato finalmente la donna della sua vita, gli sembra di vivere una nuova, felice stagione.
Ma ecco che l'albero dei torti si grava, si appesantisce di un altro frutto, il più amaro: i tanti sogni carezzati naufragano improvvisamente, si spegne la donna amata, e con lei si spegne dentro anche Gino, che si sente all'improvviso come svuotato, come scavato nell'intimo.
Ora la vita per lui torna a non avere più alcun senso. Mentre ormai vuole, mentre ormai cerca disperatamente una sola cosa, lasciarsi spegnere, un improvviso tocco di campana della sua chiesa (stupenda immagine poetica, lirica, evocativa) squarcia quel senso di vuoto.
Come per incanto la sua anima, che si era come rinsecchita, prosciugata, svuotata di ogni linfa vitale, sembra che torni a rivivere; quel suono lo riporta indietro nel tempo, forse a quel mondo della sua fanciullezza che faceva sentire protetti, che dava sicurezza. "Quei rintocchi, a cui il suo animo dolcemente si abbandona, sono quasi il segno di un ritorno alla vita, il ritorno ad un Eden di innocenza smarrita, il richiamo ad una fede che si era perduta, ma che ora sembra rinascere e da cui Gino vuole tentare di riprendere il cammino: forse sull'albero dei torti poteva di nuovo fiorire la gemma della speranza". Sarà così? Pur con la consapevolezza delle amarezze, delle delusioni, delle difficoltà che segnano il percorso della nostra avventura esistenziale, dobbiamo sperare, credere, anzi pretendere che sarà così, altrimenti non ci sarebbe altro che apatia, rassegnazione, non vita, sarebbe quasi "ed è.. .subito sera."
Ragazzi, io vi rivolgo un accorato appello a leggere questo libro: questa storia è un grande canto d'affetto, di tenerezza verso i luoghi, le atmosfere, i colori, le luci, i paesaggi, i litorali, le tante testimonianze di storia e di arte, che rendono unica ed irrepetibile la vostra terra, tutto un mondo che Nino ha saputo dipingere in toni realistici e ad un tempo lirici, poetici, evocativi, con delicate pennellate in tutto il corso del libro.
Vi invito a leggerlo perché è un canto d'amore verso la vostra terra e non solo nel suo aspetto fisico. E' un canto d'amore verso un mondo che non esiste più ma che rimane sempre nell'animo di chi parte, è quasi un tentativo di recuperarne le tradizioni. Ragazzi, in questo sgretolamento che sempre più avanza, travolgendo e spazzando via arrogantemente tutto ciò che viene considerato ormai "andato", in questa alienante omologazione che annulla  ed in cui si smarrisce ogni identità, accettate il larvato, delicato, discreto suggerimento di Nino Casamento e cercate anche voi, pur nella lucida consapevolezza che tutto cambia, di salvare qualcosa di queste piccole comunità, di recuperarne l'anima, di salvarne alcuni valori, alcune tradizioni che ne conservino l'identità, sì che, quando la vita vi allontanerà da esse, quando anche per voi verrà una nuova stagione della vostra vita, possano sempre restare per voi, come dice Caccetta , il vostro "posto delle fragole."
Vi invito a leggere questa storia di grande umanità, di angoscia, di desolazione, di malasorte, intrisa di amarezza, ma tra tante lacrime, che Nino ha saputo poeticamente conservare, vi troverete come un messaggio positivo, un canto alla vita, quasi uno sprone a non arrendersi mai, a rimboccarsi le maniche, a rialzarsi anche dopo una caduta, a riprendere con coraggio il cammino della speranza, a dar vita ai sogni, agli ideali, e perché no, anche alle utopie: sono queste le uniche forze propulsive che danno un senso alla vita e riescono a farci sentire ed essere persone, esseri umani. Nino, grazie dai giovani della tua terra.






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