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Un incontro con i più giovani
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Le foto dell'incontro. (Ci scusiamo per la pessima qualità delle immagini)

5 aprile 2006.Un bell'incontro quello tenutosi alla Scuola Media di Montagnareale tra lo scrittore Nino Casamento e i ragazzi.

Dopo la presentazione della vice preside, prof. Pina Pizzo, e gli interventi dei professori Lenzo Adornetto e Greco, è intervenuto Nino Casamento che ha parlato a lungo con i ragazzi ed ha risposto anche ad alcune domande che gli sono state poste.

Gli studenti hanno partecipato con grande attenzione ed interesse, a dimostrazione che la letteratura, quando essi sono opportunamente stimolati e guidati dagli insegnanti, può coinvolgerli ed impegnarli ancora.

 

Gli interventi

(Tutti gli interventi sono stati tenuti a braccio)

Introduzione della prof.ssa Pina Pizzo
In questo nuovo libro del prof. Casamento ci sono incastonate tante bellissime storie, che fanno parte della vita di tutti i giorni, inserite in un contesto sociale e storico di notevole interesse. Io vi invito a leggerlo, perché è davvero un libro piacevole, avvincente, interessante, scritto in un linguaggio chiaro e lineare, anche se in uno stile forbito. E' molto bella pure la descrizione dei paesaggi, rappresentati con tocchi molto intensi e delicati. Qualcuno ha definito Nino Casamento come uno scrittore paesaggista, ed è vero. I suoi paesaggi ci parlano davvero, così come ci parlano le storie del romanzo, che sono particolarmente dolorose, ma descritte con una semplicità ed una serenità unica. Il tema di fondo è l'eterno scontro tra il bene e il male. Un po' la  stessa ispirazione del precedente romanzo, mi pare. Come evitare una nuova Auschwitz è l'interrogativo che balza dalla lettura del libro. Auschvitz non è soltanto quella che avete studiato a scuola, ma sono tutti i luoghi dove continuano ad essere violati i diritti fondamentali dell'uomo. E questo succede dappertutto e tutti i giorni. A questo proposito mi piacerebbe leggere un brano del libro. "Che strana specie gli uomini!" rifletteva sconcertata. "Alcuni pronti a impegnarsi a migliorare il mondo o a salvare con grande generosità la vita dei propri simili. Altri portati a danneggiarla, persino a toglierla con estrema crudeltà. Alcuni erogatori d'amore, altri portatori di morte". "Eppure sono fatti della stessa carne, mangiano gli stessi cibi, indossano gli stessi vestiti, amano gli stessi passatempi, vivono negli stessi luoghi, si sfiorano percorrendo le stesse strade. Gli uni capaci di sprofondare negli abissi di una ferocia disumana, gli altri di innalzarsi nel cielo purissimo dell'amore, dell'altruismo e talvolta dell'eroismo!". Qui traspare chiaramente lo spirito del romanzo, venato di pessimismo, ma con un'alternanza di luci ed ombre che dà al testo una particolare vivacità. Anche quando lo sconforto nei momenti più gravi sembra prendere il sopravvento, c'è sempre un barlume di speranza. E questa è una gran bella cosa. C'è sempre una positività nell'animo dei protagonisti, una voglia di andare avanti, di riprendere a vivere. Voglio ringraziare, anche a nome dei ragazzi, il professor Casamento per questo duplice omaggio, per il dono del suo talento che ci fa con i suoi libri e per la sua presenza qui stamattina che è per noi di grandissimo valore. Sarà per i ragazzi l'occasione per una riflessione importante sul mondo in cui vivono.

Prof. Francesca Lenzo Adornetto
Presentando il libro a ragazzi che non lo hanno ancora letto, credo sia necessario fare una breve sintesi del romanzo. Il protagonista è un bosniaco, una persona la cui vita è stata segnata purtroppo da momenti brevi, fugaci di felicità, di serenità e poi da tutto un susseguirsi di sventure, di tragedie. L'autore dice: "le sofferenze si susseguivano come i grandi di un rosario". E' questa l'espressione che usa. E in effetti la vita di quest'uomo, sin da bambino, sarà segnata da tante tragedie. Nasce alla fine del secondo conflitto mondiale, nel marzo del 1945, in assenza del padre, che è in guerra. Subito dopo il rientro, il genitore viene arrestato e condannato a dodici anni di carcere per motivi politici. E' questa la prima prova della vita del bambino. Più tardi il padre viene liberato, ritorna a casa. La famiglia diventa più numerosa, i figli adesso sono tre. Trova lavoro e trascorre con la famiglia un bel periodo. Ma un bel giorno perde l'occupazione ed è costretto a trasferirsi in un'altra città, dove purtroppo s'innamora di un'altra donna e quindi abbandona la famiglia. Il ragazzo, Franjo, ha appena 14 anni. E' bravo, studioso. Nel momento in cui la famiglia viene abbandonata sente il dovere morale, la responsabilità, di provvedere ai fratellini e quindi di mattina va a scuola e il pomeriggio se ne va nella discarica del paese a raccogliere pezzi metallici, che rivende. Così può portare qualcosa a casa, può procurare il cibo per i fratellini, può far curare la mamma che nel frattempo è caduta in una profonda crisi. Quando guarisce anche lei trova un lavoro per portare avanti la famiglia. Il ragazzo viene intanto ingaggiato in una squadra di calcio e fa il portiere. E' bravissimo, diventerà sicuramente un campione. Però nella penultima partita del torneo cade e si frantuma un ginocchio. Deve perciò abbandonare questa idea. Più in là si diploma ragioniere. Aiuta la famiglia, continua a lavorare. Un'altra tragedia: una sera esce con tre amici per andare in discoteca e cosa succede? Quello che accade anche oggi, purtroppo. I giovani amano la velocità. E proprio durante questa uscita hanno un incidente. I tre compagni muoiono. L'unico a sopravvivere è Franjo. A 30 anni si sposa con una ragazza di 18 anni, che ama naturalmente. Anche qui una serie di disavventure.
Mi vorrei adesso soffermare sull'esperienza del campo di concentramento. Nella ex Jugoslavia scoppia la guerra e, sebbene in Bosnia non ci siano ancora combattimenti, c'è una grossa crisi, per cui manca il cibo, manca tutto. Allora Franjo decide, assieme ad un amico, di andare in Ungheria a fare rifornimenti di vettovaglie. Al ritorno purtroppo viene arrestato e portato in un campo di concentramento. E soffre, soffre tantissimo. Ci resta per quattro mesi. Come vivono le persone in un campo di concentramento lo sapete già, perché ne abbiamo parlato nella giornata della Shoa. Viene quindi liberato in occasione di uno scambio di prigionieri e cerca di tornare a casa, di ritrovare la sua famiglia, ma non potrà più raggiungere la sua città. La sua famiglia intanto è stata portata via e lui si sposta dalla Croazia, alla Serbia, alla Bosnia, all'Italia, sempre alla ricerca della famiglia. E in queste disavventure, durante il lungo viaggio, ha la possibilità di incontrare persone disponibili, disinteressate, generose, solidali e persone cattive, come il fratello, che non lo ospita in casa, come il cugino, che si rifiuta di aiutarlo economicamente, ma incontra anche gente molto buona che gli dà ospitalità, che gli dà i soldi per proseguire il suo viaggio. Alla fine ritrova la sua famiglia, ma è tutto cambiato. La moglie, credendolo morto, ormai ha un altro uomo. Franjo, più deluso che mai, raggiunge l' Italia e si rifugia in Friuli, dove, per sua fortuna, incontra una ragazza siciliana, Silvana, che aveva lasciato la Sicilia perché amareggiata, delusa, impaurita. Infatti il fratello era morto, ucciso dalla mafia.  Il suo corpo non era stato più trovato. A Rivignano i due si incontrano e, dopo tremende delusioni, si mettono insieme cercando di ricostruire una vita in comune e di  recuperare di nuovo il rapporto con la loro terra.

Nino Casamento
Innanzitutto voglio dirvi che sono contento di essere qua. Per due motivi. Primo, perché mi piace avere questi incontri nelle scuole. Il precedente libro, ma anche questo, seppur uscito da pochi mesi, ho avuto occasione di presentarlo in tanti posti, anche importanti, di un certo livello culturale, in vari paesi, in varie realtà, anche fuori della Sicilia. Ma ho avuto occasione di presentarlo anche in alcune scuole superiori, in alcuni licei e Istituti tecnici della nostra provincia. Questo l'ho già presentato all'ITCG di Capo d'Orlando. Sono stati degli incontri molto soddisfacenti, molto belli, con i ragazzi che partecipavano, s'interessavano. All'Istituto tecnico di Patti ho avuto un incontro proprio ieri ed è stata una bella giornata. I ragazzi mi hanno fatto tante domande, erano molto attenti. Insomma, sono rimasto molto contento, anche perché per tanti anni sono stato insegnante. All'inizio della mia carriera ho insegnato anche nella scuola media, prima nel Nord Italia e poi qui in provincia di Messina. Infine, per tanti anni, nelle Scuole superiori della zona concludendo la mia attività all'Istituto tecnico di Patti, dove ho insegnato fino a qualche anno fa Italiano e Storia. Questa è la prima volta che vado in una scuola media e mi auguro di non annoiarvi, di poter richiamare la vostra attenzione, come hanno fatto prima brillantemente le vostre professoresse.
A Montagnareale poi, ed è questo il secondo motivo, sono ancora più contento di incontrarmi con i ragazzi, perché questo è il paese cui sono nato, in cui abito, dove conosco molti di voi studenti, che mi capita di incontrare anche per le strade. E' perciò un piacere aggiuntivo quello di essere qui con voi per parlare di un libro, di un romanzo che ho scritto e di avere la soddisfazione soprattutto, come ovviamente capita a quelli che scrivono, che il libro venga letto, discusso, che faccia riflettere, che coinvolga. Devo dire che finora sono rimasto molto soddisfatto, sia dai riscontri avuti da quelli che l'hanno letto, sia soprattutto, come dicevo prima, da questi incontri con i ragazzi.
I giovani oggi, ma non per colpa loro, leggono poco. Le vecchie generazioni leggevano di più, perché allora c'erano stimoli diversi. Pensate che quando facevo anch' io la scuola media, come voi, la televisione era nata da poco. Ancora c'era un solo canale, poi appena due e per poche ore di trasmissione al giorno. Quelli che si avvicinano di più alla mia età, come alcuni dei vostri professori, se lo ricordano. Non c'era Internet,  non c'erano tutti questi mezzi di comunicazione dei giorni d'oggi, per cui il libro diventava, possiamo dire, l'unico strumento per chi volesse informarsi o anche solo passare il tempo in una bella lettura. Oggi purtroppo i libri si leggono poco. Le nuove generazioni sono distratte da altri mezzi di comunicazione di massa che magari sono più piacevoli, però non sono in grado di sostituire il libro. Esso resta sempre uno straordinario strumento non solo d'informazione, ma anche di arricchimento spirituale. In questa difficoltà di lettura, specie delle giovani generazioni, cominciano però a intravvedersi dei segnali diversi, positivi: si riprende in qualche modo a leggere. Proprio l'altro giorno leggevo sui giornali che c'è un incremento, scusate il termine, un aumento della lettura, proprio perché la scuola da qualche anno fa quello che dovrebbe fare, cioè stimola alla lettura. Essa non deve essere però un' imposizione, perché se così è finisce per far odiare il libro, che deve essere invece una cosa bella, piacevole.
E qui vengo al discorso degli autori, che tante volte scrivono per sé stessi e non scrivono per gli altri. Spesso non si fanno capire. Qualche volta anche a me, che pure dovrei avere gli strumenti per affrontare anche le letture più ostiche, è capitato di cominciare a leggere un libro e di non avere la voglia di andare avanti. Ci sono libri che non coinvolgono, non prendono, non hanno trama. Gli autori dovrebbero anch'essi fare lo sforzo di interessare, di scrivere in modo chiaro, senza per questo scadere nel banale, perché altrimenti non riuscirebbero nel loro scopo, ma dovrebbero sforzarsi appunto di interessare i lettori, soprattutto i giovani lettori, con un linguaggio semplice, accattivante. Ma la scuola, come dicevo prima, ha fatto molto, anche con questi incontri con gli autori, che sono molto utili. Certo, nelle città, nelle scuole importanti arrivano autori famosi, che vanno in televisione, che hanno fatto dei best sellers, cioè libri che hanno una grande diffusione, che entrano in un grande circuito, che vendono centinaia di migliaia di copie. La televisione è un grande riflettore. Se passi in televisione, spesso al di là del valore dell'opera, diventi uno scrittore molto conosciuto, molto seguito, molto letto. Però anche nei piccoli centri, nelle scuole più periferiche gli incontri con l'autore, ma anche la semplice lettura stimolata dagli insegnanti, è  uno strumento importante per far avvicinare i giovani al libro.
Il libro, lo dico solo con una battuta perché il discorso sarebbe lungo, ha una grande utilità perché, per dirla con una parola oggi molto usata, è lo strumento più interattivo, capace di fare partecipare molto di più il fruitore rispetto ad altri mezzi di comunicazione, per esempio la televisione. La TV cosa fa? Ti fa restare passivo, schiacciato dalla forza, addirittura qualche volta dalla prepotenza, delle immagini. Tra l'altro spesso fai zapping, quindi non hai la possibilità o la pazienza di soffermarti, vai di qua e di là. C'è un grande sociologo che scrive sul Corriere della Sera. Si chiama Alberini. E proprio avant'ieri sosteneva che questa è l'epoca (ed è un danno soprattutto per le giovani generazioni) del "pensiero frantumato" perché, facendo così, i ragazzi non riescono ad applicarsi, perdono l'abitudine alla concentrazione e allo sviluppo dei processi logici. Saltellando di qua e di là, si soffermano solo sulle cose che allettano, che sono piacevoli, ma senza avere la possibilità di riflettere e di formarsi per la vita. Invece il libro è uno strumento che aiuta a riflettere e sviluppa anche l'immaginazione perché quando uno legge partecipa alla costruzione dei personaggi. Prendete per esempio Franjo, il protagonista del libro o Silvana, l'altra protagonista: io li raffiguro fisicamente, ne delineo la personalità, ne traccio il carattere, li rappresento inseriti nei loro ambienti, uno nella Bosnia, a Sarajevo, l'altra a Tortorici, a Patti, in questa nostra realtà, poi nell'Italia del Nord dove si incontrano: Ma chi legge li fa propri, se li immagina come vuole con la sua sensibilità, ci mette qualcosa di suo. Il libro insomma, come ha detto un grande scrittore, non è di chi lo fa, è di chi lo legge, perché il lettore partecipa anche lui a ricostruire i personaggi, a pensarli, a immaginarseli, a disegnarli di nuovo. E questo è un fatto creativo, che aiuta molto i giovani rispetto ad altri strumenti. E quindi è importante che ci siano questi incontri, che i ragazzi leggano, senza per questo sacrificare gli altri strumenti di comunicazione di massa. Non è che uno non deve vedere la televisione, non deve ascoltare la musica o non deve usare internet, con i dovuti accorgimenti. Io alla mia veneranda età, per esempio, uso molto internet, mi sono addirittura costruito un sito, mediante il quale comunico, informo sulla mia attività di scrittore, sugli incontri che faccio, ci metto le fotografie, come quelle che abbiamo fatto oggi. Se qualcuno di voi nei prossimi giorni vorrà andare   su  internet  potrà  trovare  le  foto  e  la  sintesi  di  quest' incontro  sul  mio sito. Tra l'altro
( guardate la grande forza dello strumento!) in poco più di un mese dall'inserimento del mio sito, ho ricevuto quasi 2400 visite. Significa che 2400 persone in tutta Italia e magari, chissà, qualcuno pure fuori d'Italia, hanno avuto la possibilità di sapere che esiste questo scrittore, che ha scritto dei libri, che ha fatto questi incontri, che ha svolto una certa attività culturale. Ogni giorno cerco di arricchirlo, di aggiornarlo. Questo per dire che internet è uno strumento importante. Ma non bisogna trascurare il libro, che è uno strumento che integra questi altri mezzi di comunicazione.
Voi avete la fortuna di vivere in un mondo, in una società, che ha tante brutte cose, orribili, spaventose, perché l'uomo continua ad essere malvagio e violento. Basti pensare a quello che è successo proprio in questi giorni a quel bambino barbaramente ucciso. Quella frase che ho scritto nel romanzo e che è stata prima letta, sembra veramente scritta a posta per questa vicenda. Ci sono uomini che fanno tanto per i bambini: missionari, gente che gira il mondo per cercare di aiutare il prossimo e altri invece che agiscono con una crudeltà disumana che li fa diventare peggio delle belve, perché le belve uccidono per fame, per una esigenza di sopravvivenza. Alcuni uomini fanno delle cose terribili, sono spaventosamente crudeli. Cos'è allora l'uomo, com'è questo mondo in cui c'è tanta violenza?
Ma, se è pieno di tante cose brutte, esso è pieno anche di tante cose belle e anche di tanti strumenti che aiutano a vivere. Voi siete fortunati perché chi vuole, oggi, ha la possibilità davvero di scoprire un mondo straordinario attraverso i nuovi strumenti. E poi di girare, di viaggiare. Una volta il viaggio più importante si faceva a Patti, al massimo a Messina. Ai miei tempi c'erano già le macchine, ma prima si andava a piedi. Mia nonna mi raccontava che andava a Patti a fare le scuole elementari, perché l'ultimo anno di questo ciclo scolastico allora si doveva fare a Patti e i bambini dovevano andarci a piedi, attraverso la scorciatoia lungo il fiume. Ho sentito qualche mese fa uno zio della professoressa Pizzo, che mi ha raccontato tante cose interessanti che metterò nel libro che sto scrivendo. Mi diceva che persino da Laurello scendevano a Patti, a piedi oppure chi scecchi, chi muli. Era un vero e proprio viaggio. Qualche volta qualcuno si spingeva fino a Messina. Ma chi ci andava? Oggi si va in pullman o col treno; in un'ora si arriva. Si va a Palermo: con il completamento dell'autostrada si arriva in un niente. Allora a Messina ci andavano pochissimi fortunati, rari privilegiati, persone di un certo livello economico e sociale. Gli altri non avevano la possibilità. Al massimo, come dicevo, andavano a Patti.
Oppure le feste. Oggi si ha la possibilità di partecipare a tante feste. Una volta c'era in ogni paese un'unica festa, quella patronale. Si vestivano tutti di gazzosa. Era l'unico momento di gioia, di divertimento, d'incontro, perché poi per tutto l'anno non c'era più niente. Voi siete da questo punto di vista fortunati. Però bisognerebbe mantenere alcune cose positive, mantenere le tradizioni e tutto ciò che ha un valore universale, che supera la dimensione dell'attualità e si protrae nel tempo, come il libro.
Vero è che il romanzo ( e con questo chiudo perché sono stato piuttosto lungo) racconta una storia dolorosa. I protagonisti sono due persone che io definisco "due naufraghi della vita". Voi sapete chi sono i naufraghi, no? Sballottati dalla tempesta, praticamente hanno perso tutto, riescono ad aggrapparsi. E' una metafora, un simbolo. Sono due naufraghi che, nonostante le violenze subite,  l'uno dalla guerra, l'altra dalla mafia, ritrovano la forza di riprendere la loro vita. Gli uomini devono cercare di superare le difficoltà, di andare avanti, di lottare per la propria esistenza e per migliorare il mondo.
Questo messaggio di speranza, di voglia d'impegnarsi per superare le cose brutte, è affidato soprattutto alle giovani generazioni. Siete voi quelli che dovete cercare di migliorare la società di oggi nelle tante cose che non funzionano. Siete voi che dovete costruire il  futuro. Noi la nostra parte, i nostri partiti nni ficimu. Voi siete quelli che dovete dare il contributo essenziale per riscattare questa nostra società, che ha tante cose belle, a partire da una natura straordinaria, ma ha anche tante cose che non funzionano e che non ci consentono purtroppo di misurarci con le realtà più evolute. Sta a voi giovani, appunto, utilizzare tutti gli stimoli che servono per arricchire le vostre conoscenze, per arricchire la vostra personalità, studiando, leggendo, impegnandovi, perché l'uomo che non sa, resta ignorante e l'ignoranza è causa del degrado e della degenerazione di una società. Ragazzi, il mondo di domani sarà quello che voi saprete costruire. Dipende tutto da voi. Potrà essere un mondo fatto di cose belle o fatto di cose brutte. E quindi anche un libro come il mio può servire a darvi un messaggio di speranza e di impegno per migliorare questa nostra società.

Prof. Alessandro Greco
Vorrei porre tre domande. Questa del nome nemico mi è sembrata un'immagine che ritorna in tutto il libro. In diversi momenti della vita di Franjo sembra che i suoi affetti più cari, il suo nome stesso gli si rivolgano contro: il fratello che non lo vuole ospitare in Italia, il cugino a cui si rivolge per avere un aiuto, il suo stesso nome gli diventa appunto nemico. Eppure lui non perde mai la speranza. In tutto il romanzo c'è tanto dolore, ma la speranza non viene mai meno.Il protagonista si risolleva sempre. In fondo quel nome non gli è mai veramente e definitivamente nemico. Come si spiega tutto questo?

Parte del libro è ambientata nel nostro territorio e ci ritroviamo. Ci incuriosisce invece, ci appassiona la descrizione del Friuli e soprattutto della Croazia, della Bosnia. Sono descrizioni legate alla conoscenza diretta dei luoghi? Mi piacerebbe che lei lo precisasse perché abbiamo affrontato in classe la problematica della verosimiglianza in narrativa e questo ci aiuterebbe a capirla meglio.

Nel libro infine si raccontano tre eventi bellici: la seconda guerra mondiale con il riferimento alla Shoa, la guerra nell'ex Jugoslavia e poi di striscio la guerra in Iraq, quando lui, vedendo le immagini di quella guerra rabbrividisce perché ricorda quello che era successo nel suo paese. Evidentemente il libro esprime un chiaro giudizio negativo sulla guerra. Noi sappiamo poco del conflitto che ha dilaniato l'ex Jugoslavia, solo dieci anni fa, in uno stato confinante col nostro. Mentre noi continuavamo a vivere tranquillamente, ai nostri confini si consumava una guerra sanguinosa.

 

Nino Casamento
Condivido le considerazioni del prof. Greco. Il nome nemico: l'ho scelto io questo titolo perché mi sembrava il simbolo di un atteggiamento che tutti noi a volte abbiamo. Quando parliamo di razzismo non ci riferiamo solo a quello che riguarda il colore della pelle. Il razzismo è un pregiudizio e, come tutti i pregiudizi, viene appunto prima del giudizio, è fuorviato da altre cose, da elementi che uno non fa scaturire dalla conoscenza di una persona (se è bona, se è tinta). No, sol perché magari ha un colore diverso o viene da un paese lontano, quella è una persona che io devo scansare, che non voglio accanto a me. Addirittura il paradosso, l'esasperazione qui è che questa persona, il protagonista del libro, diventa nemico solo perché ha quel nome. Non è un nemico, non ha fatto niente, non è nemmeno un soldato contrario ai Serbi. La guerra fino a quel momento è tra i Serbi e i Croati. Lui era un bosniaco e perciò non era in guerra. Soffriva certamente, perché come diceva prima la professoressa quando scoppia una guerra è chiaro che  le difficoltà le risentono anche quelli che non combattono, che non sono al fronte, però lui non era in guerra, non era un nemico. Aveva quel nome, Franjo, che vuol dire Franco, Francesco che i soldati serbi leggono sul passaporto durante un controllo. Lo stavano facendo andar via, ma si accorgono di quel nome. Lì c'è un contrasto di religione, che dura a tutt'oggi, tra i musulmani e i cattolici. Lui aveva un nome cattolico che lo etichettava, che lo bollava. Per giunta era il nome del più acerrimo nemico dei soldati serbi che lui incontra, il presidente della Croazia. E solo per questo motivo, solo perché ha la sventura di avere quel nome (guardate l'uomo a che cosa si riduce!) diventa un nemico. Solo perché ha quel nome, quel simbolo. Guardate a quale grado di violenza, di esaltazione si può arrivare, a prelevare una persona e portarla in un campo di concentramento, con sofferenze disumane, solo perché ha un nome anziché un altro. Un simbolo della stupidità che scuote il mondo, oggi e sempre.
Però c'è anche l'altro risvolto. Questo nome è quello che lo salva al momento dello scambio di prigionieri. Esso testimonia la sua origine cattolica e così può rientrare nel pacchetto degli scambi. Lo stesso nome prima lo condanna e poi lo salva. Poi c'è un'altra fase nel libro, quando Silvana ritorna a Tortorici, dopo tanti anni, quando riesce a superare lo scoraggiamento, la paura per una città dove le avevano ucciso il fratello. Era andata via perché non se la sentiva di vivere in un paese dove magari andando al bar, entrando in un negozio, passeggiando per la strada poteva incrociare, sfiorare, senza saperlo, persone che magari potevano essere stati gli assassini del fratello. Poi pian piano riesce a superare questo rapporto con la sua terra, torna con Franjo e nei vicoletti del paese risuona il nome del suo compagno, storpiato perché non lo sapevano pronunciare. "Ciao, Franjo" sente l'uomo e questo saluto lo rinfranca, perché in una terra dove lui era uno straniero, un forestiero, viene accolto, viene salutato in modo affettuoso, amichevolmente, e questo diventa un segno di superamento delle difficoltà, un segno di speranza.

Rispetto alla seconda domanda voglio confessarvi una cosa che non ho ancora avuto occasione di dire. Qualche posto l'ho visto davvero, altri invece o li ho inventati di sana pianta, come fanno alcuni scrittori, oppure mi sono documentato attraverso libri, cartine, letture di testi geografici. Per esempio a Sarajevo, che pure descrivo, non ci sono mai andato, però ho letto delle cose. D'altro canto, ragazzi, Giulio Verne ha scritto Il giro del mondo in 80 giorni, senza averlo mai girato. In Friuli invece ci sono stato. Conosco, anche per motivi personali, quei luoghi, ma la Bosnia, la Croazia no. Qualcosa ho visto, ma poco, solo sulla costa. Per il resto mi sono documentato e poi ho cercato di immaginare, perché un romanzo è sempre una creazione, non è una fotografia.

Vengo adesso all'ultima domanda del prof. Greco. Chiaramente il libro prende posizione contro la guerra, contro tutte le guerre. La guerra non è mai giustificabile, a meno che non si tratti di una guerra difensiva, per difendersi da una invasione, come del resto è previsto dalla nostra costituzione, ma la guerra in sé è un elemento negativo che non costruisce niente, che  distrugge: lo sappiamo. Anche in Iraq sembrava che una grande potenza militare come gli USA potesse risolvere tutto nel giro di 10-15 giorni e invece guardate cosa sta succedendo. Ma anche in altre parti del mondo. Noi non lo sappiamo o non ci prestiamo attenzione, ma ci sono tanti posti dove si combatte ancora oggi, con il rischio tra l'altro che la guerra si diffonda.
Quindi questo è un libro contro la guerra, contro tutte le guerre. Mi piace ricordare un'espressione, dove io dico pressappoco che la guerra è una cosa che l'uomo si porta dentro, come una gramigna che, anche quando si estirpa a forza da un posto, poi ti spunta da un'altra parte del mondo. E bisognerebbe interrogarsi sul perché l'uomo è portatore di questo valore negativo.
E poi è un libro contro la mafia. Io considero la mafia un grande handicap. Sapete cosa vuol dire? Un grande svantaggio per questa nostra bellissima terra, anche quando si esprime nelle sue forme più ovattate, poco appariscenti, della mentalità mafiosa. A questo proposito voglio raccontarvi un episodio. Quando è saltato in aria il giudice Falcone sull'autostrada, voi forse eravate ancora in fasce, forse qualcuno non era neppure nato. Io allora, appena un mese dopo, sono andato in Spagna. Allora avevo un incarico alla Provincia e lì c'era una nostra iniziativa, cui partecipavamo con una dlegazione. Io c'ero andato con un collega consigliere provinciale, di cui sicuramente avete sentito parlare, perché è stato poi presidente della Provincia e successivamente sindaco di Messina: Peppino Buzzanca. Eravamo amici, avevamo fatto assieme una passeggiata. Al ritorno ci siamo fermati nella hall dell'albergo dove ci siamo intrattenuti a chiacchierare con altri clienti che erano lì, sia spagnoli che di altre nazionalità. Ad un certo punto uno di questi ci ha chiesto di dove eravamo. In altre occasioni ci eravamo sempre limitati a dire che eravamo italiani. Questa volta il mio amico ha voluto precisare: "siamo siciliani". Non l'avesse mai detto! Io, scorgendo subito il loro imbarazzo, avevo cercato di rimediare, precisando che eravamo di una zona tranquilla della Sicilia, di Messina, di un paese vicino Taormina, conosciuta nel mondo per le sue bellezze. Ho cercato di salvare il salvabile, ma non è servito a nulla. Nel giro di pochi minuti attorno a noi uno dopo l'altro sono scomparsi tutti, come se avessimo la peste. Abbiamo provato una grande umiliazione. Tant' è che poi ho rimproverato il mio amico dicendogli:"Ma a te cu ti purtava pi cci dicevi ca erimu siciliani.'Nta stu mumentu, poi!".  Era tanta, vuol dire, l'impressione destata da quell'atto terribile, dal fatto che per ammazzare un giudice avessero fatto saltare un'intera autostrada, con quelle immagini che hanno fatto il giro del mondo, rappresentando noi siciliani come delle belve, come dei barbari! Perché, pensate che l'uccisione di Tommasino non sia per noi un marchio negativo? Qui la mafia non c'entra, c'entra la delinquenza comune di quei quattro balordi (poi non sappiamo cosa c'è dietro, gli accertamenti sono in corso) ma son cose che comunque marchiano un territorio. Vai poi a ricostruire un'immagine positiva delle Sicilia! Ora la Sicilia che ha purtroppo questo marchio della mafia se non si libera, se non riesce ad emergere, è persa. Noi dobbiamo sconfiggere la mafia perchè tra l'altro non fa crescere neppure l'economia. Perciò il libro spende una parola nel suo piccolo oltre che contro la guerra anche contro la mafia, che è un'altra forma di violenza.

Due alunni chiedono, l'uno qual è il mio sito, l'altro se quella raccontata nel romanzo è una storia vera o inventata.

Bella domanda! In genere chi scrive, qualunque scrittore, dal più grande al più piccolo, quando scrive un racconto, un romanzo, una storia, in genere parte sempre da qualche esperienza diretta. Può anche capitare che s'inventi tutto di sana pianta, però anche in questo caso ci mette comunque qualcosa che attiene alla propria esperienza, alle cose che vede, che conosce, che gli sono successe. Lo spunto per questo libro me l'ha dato una persona che ho avuto modo di conoscere in Friuli. Il Friuli, essendo al confine con quella che una volta era la Jugoslavia, oggi la Slovenia, la Croazia ecc., ha molti profughi che, scappati da una nazione in fiamme per una terribile guerra, sono venuti in Italia e sono stati accolti, perché il nostro è uno stato accogliente. Non è che siamo tanto razzisti. Certo, ci sono anche da noi sacche di razzismo, ma in genere siamo accoglienti. Abbiamo accolto tanti di questi profughi che sono venuti in Italia, hanno imparato la nostra lingua, si sono inseriti, hanno trovato un lavoro, vivono, si sentono italiani o comunque hanno un buon rapporto con l'Italia.
Ho conosciuto, dicevo, una persona che mi ha subito impressionato. Ho capito da poche battute che aveva alle spalle una storia terribile che mi ha incuriosito. Ho chiesto ad un suo amico di chiedergli se aveva piacere di raccontarmela per farne un libro. Mi sembrava dovesse essere una storia dolorosa, ma bella, affascinante dal punto di vista narrativo, letterario. Per farla breve, sono stato a casa sua, ho raccolto i suoi ricordi. Ne sono venute fuori sette pagine, con i dati essenziali, che poi io ho elaborato. Per esempio lui mi ha accennato ad un campo di concentramento, ma fornendomi solo qualche particolare. Io ci ho fatto un capitolo, perché poi l'altra caratteristica di chi scrive è che tu parti da una cosa concreta, ma poi la modifichi, la elabori secondo la tua sensibilità, le tue esperienze, il tuo modo di vedere, le cose che ricordi, le immagini che hai dentro di te ecc. E quindi un romanzo è sempre un misto di realtà, di storia vera e anche di fantasia, di costruzione, di creatività di chi appunto scrive.
Per fare un esempio: la descrizione che faccio del campo di concentramento di Mauthausen, paragonandolo a quello in cui era stato rinchiuso questo bosniaco, è invece uno dei campi di concentramento più terribili fatto dai nazisti. Ebbene, quello non l'ha visto il protagonista del libro, l'ho visto io, quando, giovane professore, sono stato a Mauthausen e sono rimasto terribilmente colpito. Quelle immagini, quelle scene, quelle sensazioni erano le mie. Io quel giorno non ho potuto mangiare. Ci sono entrato alle dieci e ne sono uscito verso le due del pomeriggio. A quell'ora avrei dovuto avere una gran fame e invece quel giorno non sono riuscito a mangiare perché ho visto cose spaventose. Le descrivo nel libro: borse fatte di pelle umana, esperimenti dei medici nazisti, immortalati  in alcune gigantografie. Ricordo che in una si vedeva un giovanottone alto, biondo, doveva essere un polacco, prima nella sua interezza, poi, nella successiva, tagliato a metà e infine nella terza ridotto a un quarto, nella dimensione di un nano. I medici gli avevano segato le ossa delle gambe e delle braccia, poi le avevano riattaccate. Cose terribili. Questa esperienza è stata mia, come altre, non del protagonista. Quindi un misto, di storia vera e di creatività. Questo è il romanzo.



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