Ricordo di padre Spiccia
di Nino Casamento
(Il Filo n.1, giugno 2002)
In occasione della ricorrenza di 50 anni di sacerdozio di Padre Spiccia, vogliamo ricordare con una testimonianza un uomo che ha segnato la vita di questa comunità. Lo scopo è intanto quello di rendere omaggio ad un prete straordinario, ma nel contempo anche quello di ricordare i fermenti e la vivacità di un paese, che ha bisogno di recuperare almeno parte di quello spirito.
A Montagnareale ancora oggi, a distanza di oltre trent'anni, nessuno lo ha dimenticato. E chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente ne ha sentito sempre parlare. In questa piccola comunità padre Spiccia ha lasciato il segno. Come sacerdote, come operatore culturale, come uomo. Ha formato diverse generazioni di giovani, specie quella che oggi si aggira sui cinquanta e dintorni.
Lo vidi per la prima volta a 11 anni. Allora abitavo in un altra zona della Sicilia e tornavo nel mio paese natìo per trascorrervi le vacanze estive. Frequentavo le medie all'Istituto salesiano di S.Cataldo, dove imparai a servir messa. Era naturale che anche a Montagnareale seguitassi a farlo, tutti i santi giorni della lunga estate. Facendo il chierichetto, ebbi modo di stargli vicino e di cominciare a conoscerlo, stringendo con lui un rapporto che negli anni a venire doveva diventare più intenso e profondo, specie quando, all'età di 15 anni, mi stabilii definitivamente a Montagnareale. Entrai nell'Azione cattolica, un'associazione che allora rappresentava dappertutto una preziosa fucina della formazione cristiana, umana e culturale dei giovani. Feci tutta la trafila nei ruoli di dirigente cui padre Spiccia mi volle impegnare: da delegato aspirante a presidente dei giovani. Quante iniziative, quante esperienze sotto la sua guida, quanti ricordi!
La tentazione di scrivere di lui in termini agiografici è forte. Non lo farò per non fare un torto ad un uomo così rigoroso e schivo, sempre lungi dall'adulazione, che ci insegnava a sfuggire, ma anche perché le ombre che sfumano la figura di un uomo servono a far risaltare la luce e la nitidezza dei contorni e a far stagliare meglio la personalità di chi non è passato invano in questa comunità ed ha lasciato un segno profondo nella tua vita, specie nell'età delicata della giovinezza.
In linea con i tempi, manifestava una rigidità di costumi ed un rispetto per la forma che mettevano soggezione ed in alcuni di noi stimolavano talvolta spontanei istinti di ribellione. Per fortuna riusciva a stemperare alcune manifestazioni di intolleranza con un uso sapiente dell'ironia e con opportune battute di spirito, che avevano il potere di alleggerire certe manifestazioni di austerità che, per la vocazione alla trasgressione tipica della nostra età, ci riuscivano a volte pesanti.
Teneva moltissimo all'abbigliamento. Quanti aspri rimproveri, mitigati però dall'immancabile battuta ironica, sull'uso estivo dei pantaloncini!
Non parliamo poi degli spettacoli, che dovevano essere sempre castigati, pena severe reprimende. Un giorno venne a sapere che un gruppetto di giovani di Azione cattolica era andato a vedere il film "La ciociara". Si proiettava all'arena Adriana di Patti, un locale di cui oggi resta la carcassa diruta lungo la passeggiata verso il Canapè. Non volle accettare giustificazioni. In fondo c'era solo una scena di sesso, quella dello stupro di mamma e figlia da parte della soldataglia, che suscitava semmai sentimenti di raccapriccio e di indignazione e poteva avere piuttosto funzione educativa. Non ci fu verso. Quei giovani furono sospesi dalla frequentazione della sala parrocchiale per due settimane.
Anche il ballo veniva visto come occasione di peccato. Durante il periodo di carnevale, per evitare che incappassimo nelle tentazioni dei veglioni, ci faceva organizzare iniziative più "innocenti". Non posso dimenticare quello che successe quando, alcuni tra di noi, verso la metà degli anni 60, tentarono di organizzare in un magazzino di Belvedere la prima festa da ballo riservata esclusivamente ai giovani, senza l'accompagnamento d'ordinanza delle famiglie. Voleva essere un segno di emancipazione e di liberazione. Dovendo addobbare la sala e servendo dei pennarelli, a qualcuno venne in mente di andarli a chiedere all'arciprete. Subì un terzo grado che durò tre quarti d'ora! E la sera, nel bel mezzo della festa, comparve padre Spiccia, che intendeva rendersi conto di persona del clima e della compatibilità morale di quella manifestazione. Un gesto in cui ad una funzione di controllo del prete sulle possibili evoluzioni dello svago nella comunità si accompagnava l'amorevole istinto protettivo del padre, che si preoccupava di sapere cosa stavano facendo i propri figli, anche se solo spirituali.
Quando poteva ci portava a mare lontano dalle lusinghe e dalle insidie delle spiagge più frequentate, dandoci così modo di conoscere la bellezza allora incontaminata e selvaggia delle spiagge solitarie di valle Tindari.
Aveva un carisma irresistibile. Quando la sera usciva per la passeggiata del dopo cena, attorno a lui si radunava immediatamente e spontaneamente un grappolo di giovani, che avevano il privilegio di ascoltarlo e di intrecciare dei dibattiti che Lui conduceva, stimolando la partecipazione di tutti, con un'abilità ed un'arte, che sembravano discendere direttamente dalla maieutica di Socrate. Ed erano straordinarie occasioni di approfondimento, di applicazione critica, di crescita spirituale e culturale.
E come si può non ricordare le riunioni dell'azione cattolica? Ci voleva sempre protagonisti, non semplici spettatori. E così promuoveva cicli di conferenze in cui a turno ognuno di noi doveva essere il relatore, costringendoci a leggere, approfondire gli argomenti e a curare la nostra capacità espositiva. Un vero autentico maestro, come difficilmente poi ci è capitato di incontrare nel corso dei nostri studi. Persino la Via Crucis, durante i riti della settimana santa, faceva diventare protagonisti i giovani del paese: dovevamo pensare, scrivere un testo, leggerlo al microfono dai balconi delle case scelti per rappresentare le stazioni.
Pochi di noi avevano in casa dei libri o potevano attingere ad una pubblica biblioteca: allora era lui a fornirceli, scegliendoli opportunamente.
Faceva stampare un notiziario, sul quale a turno ci faceva scrivere, educandoci al gusto della essenzialità e della sintesi. Esso, per suo merito, divenne pure il primo tentativo di ricostruzione della storia di Montagnareale, che fino a quel momento nessuno mai aveva pensato di fare, dando anche per questa via un contributo positivo alla ricomposizione della memoria storica e dell'identità della nostra comunità. Lo inviava a tutti gli emigranti, per mantenere un legame profondo con i figli di questa terra che si erano dovuti allontanare in cerca di migliori fortune. Diede vita anche ad un giornale murale che veniva affisso nella sede dell'azione cattolica.
Fu proprio su quel giornaletto che pubblicai all'età di 13 anni la mia prima poesia, tanto ingenua e semplice,quanto sentita e pregna di nostalgia per il paese che puntualmente alla fine di ogni estate ero costretto a lasciare.
Un altro suo grande amore fu il teatro. Lo considerava formidabile strumento di formazione cristiana e di crescita personale, umana e culturale dei giovani. Ci fece cimentare nella rappresentazione della Passione di Cristo, che impegnò per mesi tutto il paese e che portammo in giro in tutto il circondario. A conclusione della tournèe avemmo persino l'onore di rappresentarla per gli studenti delle scuole di Patti nel salone del seminario vescovile. Ci seguì puntigliosamente in tutte le fasi della lavorazione. Era rigoroso. Ci consigliava, ci criticava, ci spronava a far sempre meglio. La sera prima del debutto assistè alla prova generale. Manifestò la sua preoccupazione e la sua insoddisfazione. Ma dopo il riuscito debutto, dovette ricredersi e rimase memorabile la sua battuta: "questa recita vale più di 50 prediche!".
Pensò anche di dotare la chiesa di una sala parrocchiale con palcoscenico. E quello divenne il luogo deputato all'incontro ed alla socializzazione della comunità. Lì si rappresentavano opere teatrali, si proiettavano films, si organizzavano cineforum, si svolgevano dibattiti, si giocava, ci si radunava.
Sembrava volesse prendere a modello la comunità educante di Barbiana dell'indimenticabile don Milani. In effetti per tante iniziative quello sembrava il suo modello. Ricordo che proprio da lui sentii parlare per la prima volta di questo prete straordinario. E per me rimase sempre un mistero: come poteva un sacerdote, così ortodosso e rigoroso come lui, far riferimento e rimanere affascinato, sino al punto di riprenderne metodologie educative, dal prete della disobbedienza , della contestazione, persino della trasgressione? Non era contraddizione, ma la manifestazione di una mente ferma ed ancorata ad alcuni principi di fondo, ma nel contempo aperta alla creatività, sensibile alle innovazioni, capace di cogliere il nuovo che avanzava.
Era infine un autentico formidabile "costruttore di pace". Se veniva a conoscenza che nel paese due persone o due famiglie avevano litigato, faceva di tutto per rappacificarle. E ci riusciva sempre, grazie alla sua autorevolezza e al suo esempio.
Con lui Montagnareale visse una stagione felice, conobbe la sua età dell'oro. Per questo nessuno riesce a dimenticarlo.