Nella foto: i flagellanti di Montagnareale
Intervento di
NINO CASAMENTO
alla Tavola rotonda su:
La Madonna delle Grazie e i flagellanti di Montagnareale
Sala consiliare - Montagnareale 11 agosto 2006
INTRODUZIONE
Nella ricorrenza dei trecento anni della prima processione del simulacro della Madonna delle Grazie, avvenuta nel 1706, il Comune di Montagnareale, l'Officina di studi medievali, il dipartimento di beni culturali e quello di civiltà euromediterranee dell'Università di Palermo hanno promosso questa tavola rotonda, questo momento di riflessione per scavare nella storia, per approfondire significati, radicamento di tradizioni, evoluzioni relative alla festa più antica, sentita, partecipata della comunità di Montagnareale.
Una festa che come tante altre combina nelle sue manifestazioni il sacro ed il profano, la parte civile, ricreativa e quella più schiettamente religiosa, che esprime la devozione del suo popolo. Il rito religioso, a sua volta, si compone, come sappiamo tutti, di due momenti: la processione penitenziale dei flagellanti, che deriva (in forma non più cruenta, ormai solo simbolica, folkloristica, seppur ancora densa di partecipazione devota) dalle antiche e diffuse pratiche di flagellazione e di espiazione, così diffuse dappertutto, ma soprattutto in Sicilia e in tutta l'Italia meridionale.
Occasione e stimolo a questo Convegno è stata la tesi sui flagellanti di Luca Facciolo, che è qui presente e a cui dobbiamo rivolgere un ringraziamento particolare.
La tavola rotonda prevede gli interventi del Sindaco di Montagnareale, Nino Sidoti, del sottoscritto, di Roberto Princiotta, del nostro arciprete padre Daniele Collovà e del professor Sergio Bonazinga dell'Università di Palermo. Siccome in sala abbiamo alcune personalità che alla storia di Montagnareale hanno dedicato appassionate e impegnate ricerche, immagino che si aggiungerà alle relazioni di base qualche loro intervento che risulterà sicuramente gradito e arricchirà questo momento di riflessione, che mi auguro possa avere il logico sbocco in una pubblicazione a cura del Comune, che in questi ultimi anni tanta attenzione sta dedicando alle attività culturali della nostra comunità.
Ringraziamo i relatori, l'Amministrazione comunale, l'arciprete, tutti coloro che si sono prodigati per la buona riuscita dell'iniziativa e soprattutto il pubblico presente e diamo inizio agli interventi.
INTERVENTO
sul tema:
"L'evoluzione storico-sociale della festa della Madonna delle Grazie
nella partecipazione popolare"
Devo confessare che ho avuto molte perplessità a far parte dei relatori. Non mi ritengo qualificato a trattare un tema di questo genere. Ho ceduto alle cortesi insistenze della bibliotecaria Antonietta Pizzo e del dr. Facciolo, che mi ha voluto anche coordinatore di questa tavola rotonda.
Io non sono uno storico, non ho titoli né competenze specifiche per trattare un argomento di tale portata. Mi limiterò perciò a tracciare una sorta di quadro generale dell'evoluzione di questa festa nella partecipazione del suo popolo, con tutti i limiti e senza nessuna pretesa di valenza storica. Le cose che dirò sono notizie di seconda mano, frutto di letture dei pochi documenti editi e di testimonianze dirette di qualche anziano. Valgono quindi come richiamo all'atmosfera, all'ambiente in cui nelle varie epoche si è svolto questo rito, che ho avuto modo di rappresentare in una scena del mio primo romanzo, L'Albero dei torti e che mi è valsa l'attenzione del giovane studioso Facciolo.
In un passo di quel romanzo avevo ricostruito alcuni momenti di questa festa, attingendo ai ricordi di ragazzino, di giovanotto ed evidenziando gli aspetti più appariscenti, disegnando alcuni personaggi e descrivendo soprattutto la partecipazione corale del popolo alla festa. E solo per questo Facciolo, venuto a Montagnareale, ha voluto incontrarmi. Per altre più significative ed importanti informazioni io stesso l'ho indirizzato verso altre personalità che potevano fornirgliele, a partire ovviamente dall'arciprete.
A me piace descrivere le feste nei miei romanzi. Contribuiscono a ricostruire l'ambiente umano dei luoghi in cui si svolgono le vicende che racconto, l'anima della gente, i sentimenti più radicati e profondi.
Anche nel mio ultimo romanzo, Il nome nemico, descrivo una festa di questo territorio dei Nebrodi, quella di S. Sebastiano a Tortorici. Ho trovato un certo rapporto tra queste due comunità. La festa principale a Tortorici, dicevo, è quella dedicata al culto di S.Sebastiano. Anche a Montagnareale in passato la festa più importante era dedicata a questo Santo. E poi anche lì ritroviamo i nudi, che presentano una certa somiglianza con i flagellanti di Montagnareale, seppur limitata all'abbigliamento e a pochi altri aspetti.
Torniamo alla nostra Madonna delle Grazie. La prima processione si tenne dunque nel 1706, a 68 anni esatti dal distacco di Montagnareale da Patti ed alla sua costituzione in Comune autonomo, avvenuta appunto nel 1638, al tempo del ducato di Pietro Anzalone, nipote del più famoso Ascanio. Questa separazione da Patti è l' avvenimento che ha avuto la maggiore attenzione da parte degli storici che hanno ricostruito le vicende antiche di Montagnareale. Ricordo per tutte le pagine di Silvio Buzzanca nel libro "Montagnareale. Contributo per una ricostruzione storica", a cura appunto di Silvio Buzzanca e di Turi Rappazzo, Pungitopo editore, 1998.
Questo libro è nato da una iniziativa della Biblioteca comunale, allora presieduta dal prof. Mario Lena, con un interessante Convegno che ha rappresentato il primo vero significativo momento per il recupero della nostra storia, delle nostre radici, della nostra memoria. La base è stata la bella relazione del prof. Falcone, cui sono seguiti vari interventi, di Giuseppe Aragona, di padre Pietro Cappadona, del compianto Nunzio Baragona. A questo convegno sulla storia di Montagnareale ne è seguito un altro più recente, nel 2003, con interessanti contributi di S. Buzzanca, Turi Rappazzo, Riccardo Magistri, che ha portato in quella occasione documenti inediti.
Montagnareale quindi diventa Comune autonomo nel 1638. E prima? Era il più importante casale di Patti e veniva chiamato il Casale della Montagna. Il nostro centro però esisteva già da molti secoli. I primi consistenti nuclei abitativi risalgono alla fine del 1300, come si desume dal libro "Patti e la cronaca del suo vescovado", a cura del canonico Giardina. Turi Rappazzo nel già citato libro ci dice che insediamenti sparsi ce n'erano anche prima, molto prima, e Nunzio Baragona ci ha parlato di documenti ritrovati risalenti al 1312, in cui si accenna già all'esistenza di una Chiesa. E su questo sarebbe interessante sentire Silvio Buzzanca, che sull'argomento sa parecchio.
Quindi quando si svolge la prima processione della Madonna Montagnareale aveva già una sua storia.
La statua realizzata a Palermo nel 1672 ( come sostiene S. Buzzanca nello stesso libro) o nel 1679, come invece sostengono Angela Pipitò e Turi Rappazzo nella pubblicazione "Feste Fiere e Mercati" realizzata dall'Amministrazione prov. di Messina, editore EDAS, Messina, 1992, è stata portata in processione solo una trentina di anni dopo. Perché? Arrivò solo allora, dopo tanti anni dalla sua costruzione? o non era mai stata portata in processione "per timore di non potersi conducere" come si legge in un documento dell'Archivio parrocchiale, nel quale si parla di questa prima processione (Segue lettura documento n.1)
Il culto della Madonna delle Grazie ha origini lontane nel tempo. Lo testimoniano i numerosi donativi alla madonna, che si trovano nei registri parrocchiali, alcune delle quali sono riportate nell'interessante contributo storico di Angela Pipitò e Turi Rappazzo, prima citato.
In quello stesso anno, 1706, prima di quella del 15 agosto con la statua della Madonna, c'era stata già una processione, esattamente l'11 aprile, con l'immagine della Madonna delle Grazie. Doveva essere un dipinto o un'effigie lignea. (Segue lettura documento n.2).
Com'era Montagnareale agli inizi del 1700? Notizie su anni precedenti ne abbiamo. Si ricavano soprattutto dal rivelo (censimento) del 1607, citato e commentato da Nunzio Baragona nel libro su Montagnareale, dove si evidenzia che il paese aveva per l'epoca una situazione economica sufficientemente florida. La maggior parte dei capi famiglia dichiarava un patrimonio netto di 50 onze. Si praticava una redditizia agricoltura: fichi, ciliegie, castagne, nocciole, una consistente zootecnia ( e lo indica anche il fatto che come protettore del paese fu scelto S.Antonio abate). Si facevano prodotti derivati dalla trasformazione. C'era all'epoca un commerciante all'ingrosso di formaggi, un grossista di vino, 12 botteghe, un ricco artigianato. Ma soprattutto la seta. 16 filande. La nexitura di la sita cominciava nei primi di giugno e perdurava fino a metà luglio. A conclusione la festa più importante, quella di S.Sebastiano. C'erano tantissime chiese, ben 18.
Nel periodo immediatamente seguente al distacco da Patti, ovverosia attorno al 1644, al tempo della visita fatta dal vescovo Napoli, come ci ha detto Riccardo Magistri, in occasione del Convegno sulla storia di Montagnareale del 2003, la Regia Montagna aveva questa situazione:contava 2560 abitanti ed una presenza numerosissima di sacerdoti e di ecclesiastici. C'erano infatti ben 28 sacerdoti, 5 diaconi, 1 suddiacono e 13 chierici. 6 chiese urbane e 5 chiese rurali. Ben 6 confraternite, che nel 1666 diventano 9.
Un secolo dopo, al tempo della prima processione? Poche notizie. La situazione non doveva essere cambiata di molto. I cambiamenti allora non erano repentini e consistenti come oggi e da un secolo all'altro non si registravano grandi modifiche. Il dato più saliente ce lo dà Silvio Buzzanca e attiene alla situazione economica. Nei primi decenni del Settecento l'industria serica, che era la principale attività del paese, entra in crisi e inizia una lenta ma continua e irreversibile decadenza, che porterà la comunità, nei primi anni del 1700, a toccare il minimo storico di abitanti (circa 900) .
Come era la processione e la festa alle origini e lungo i secoli che ci separano dai primi anni '60, quando intervennero i primi significativi cambiamenti?
Non abbiamo molte notizie, né scritti significativi. Possiamo affidarci alla nostra immaginazione.
Allora come oggi il paese veniva adornato: festoni di fiori, qualche lampada ad olio in più, anche se il momento culminante e per certi versi conclusivo della Festa era attorno a mezzogiorno, quando "usciva" la processione. Al termine della messa cantata. Un lungo corteo di preti. Ce n'erano tanti, come abbiamo visto. I portatori erano 50 e si alternavano. Portare la Madonna era un privilegio, di cui si era gelosi, che si tramandava di padre in figlio. La flagellazione era allora davvero cruenta. Si spargeva il sangue. Non era una innocua rappresentazione come oggi. A torso nudo, con le spalle cinte da corone di "alastri", specie di rovi con grandi e pungenti spine, che si conficcavano nelle carni dei portatori. Lo spuntino che si fa ancora oggi, dopo la Messa e prima di cominciare la processione, così come alla fine della fatica, non era solo di "zuccarati" e vino, ma più consistente, un vero e proprio pasto. Intanto perché i portatori erano digiuni dalla sera precedente e non avrebbero potuto sobbarcarsi alla fatica a stomaco vuoto, ma anche perché allora le occasioni e le possibilità di un pasto soddisfacente erano davvero per pochi. E quella era l'occasione di mangiare e di ristorarsi.
Vero è che il giorno della festa, semel in anno, in quasi tutte le famiglie si preparava un pranzo straordinario, che non si ripeteva più durante l'anno, a base di "maccarruna" e di "castrato al forno". In tante famiglie si allevavano gli agnelli e si macellavano a ferragosto. Qualcuno mi ha raccontato che agli inizi del secolo XIX in qualche "putia" si faceva la carne al forno e l'invito a comprarla e gustarla avveniva attraverso una strana processione cui il putiaru dava vita, andando in giro per il paese con una canna, in cima alla quale era infilzata una testa d'agnello.
Qual'era il percorso? Dall'Immacolata verso la Chiesa Madre, passando per la strada della Nunziata, dove c'era appunto la chiesa dell'Annunziata. Stradine impervie, strette, polverose, entrava appena la vara.
Le soste: per antico voto la vara non può essere appoggiata a terra.
Nel corso dei secoli ci sono state varie modifiche dovute alla condizione delle Chiese. Quando agli inizi del secolo XX la Chiesa Madre venne chiusa al culto perché pericolante, la Statua della madonna venne trasferita a S.Caterina e il percorso dei flagellanti fu l'inverso di quello di oggi. Anticamente il punto di raduno, oggi a S.Caterina, era davanti alla Chiesa dell'Annunziata, poi chiusa al culto perché pericolante.
C'erano poi i virgineddi e l'anciuleddi, ornati per voto con ori raccolti presso parenti e amici. Fino agli anni 50 furono parecchi, poi sempre meno, segno di affievolimento dell'attaccamento alla tradizione.
Nei primi anni '60 la processione si sposta al pomeriggio e la festa si allunga fino a sera tarda.
Col passare degli anni i portatori si ridussero. Ci furono momenti in cui si stentò a trovarli. Per esempio negli anni delle guerre. Sia la prima che la seconda.
Figure complementari ai portatori erano gli addetti alle aste, uno davanti ed uno dietro. Indimenticabili don Nino Cappadona, detto Nino Laurenti e don Antonio Salemi, che svolgevano un ruolo importante anche quando, alla fine di luglio, la statua della madonna si scendeva dall'altare e si collocava sulla vara, pronta per la processione. Oggi c'è l'ausilio di un mezzo meccanico, ma allora era davvero faticoso e difficile. Ci voleva abilità e maestria.
Ci sarebbe stato anche un furto dell'originaria corona d'argento.
Le attrattive della festa. Grazie ad un documento dell'archivio storico diocesano della Curia vescovile di Patti si sa che a Montagnareale il giorno dell'Assunta si correva il palio degli asini. Nel 1681 ci fu un processo contro un chierico, reo di scorrettezze, un certo Giuseppe Sidoti.
La calia. Io ricordo don Peppi e don Calorio, antenati del nostro vice Sindaco e don Antonio u camperi, zio, se non mi sbaglio, del Sindaco Sidoti. Grandi "gistre" piene di calia. I gelati a partire dagli anni 30. Il ghiaccio dalla Fossa della neve. Il pozzetto si girava a mano, col sudore che colava e andava a insaporire il gelato.
I giochi. Non c'erano certo i cantanti, né le manifestazioni che ci sono oggi e che si prolungano per tutto il mese di agosto. La gente si divertiva con il gioco delle pignate, la 'ntinna, ovverosia l'albero della cuccagna, a cursa 'nte sacchi, a maidda piena di spaghetti al peperoncino, il gioco della padella. E ancora i cciappi, a strummula ecc.
C'era anche allora qualche bancarella, dove si vendevano organetti, strummula, ruzzeddi, ma soprattutto attrezzi agricoli.
Molto seguito era il concerto bandistico, tenuto dalla banda locale. Per anni ci fu una banda comunale. Addirittura ci fu un periodo, in cui c'erano due corpi bandistici, che facevano capo l'uno alla Società di Mutuo Soccorso (1911), l'altro a Unione e Progresso (1916). Il maestro era ingaggiato dal Comune ed era un impiegato, inserito regolarmente nei ruoli comunali e stipendiato. Quelli della mia generazione ricordano il maestro Maniscalco. Alla fine del concerto c'era il sorteggio. Quasi sempre ad essere messo in palio era un capo di bestiame.
La festa si concludeva cu giuocufocu. Non c'erano i fuochi d'artificio come li conosciamo oggi, o almeno erano profondamente diversi. Pali con grandi ruote che giravano e una fila di maschi che terminavano con una bomba più grossa, detta u caiordu. Alcune di queste bombe fallivano, per la gioia dei ragazzi che alla fine andavano a raccoglierle, per spararle l'indomani. A volte contribuivano a farle fallire, con colpi di pietra che spostavano l'allineamento, allo scopo di recuperarne un numero maggiore. Io ricordo che ragazzino attendevo con ansia la mattina successiva alla festa per andare sul colle di Belvedere a raccogliere i resti e sparare in miniatura giochi d'artificio.
Sono cambiate tante cose. La penitenza è diventato quasi un fatto folcloristico, ma lo sforzo dei portatori immortalato in una splendida fotografia di Pippo Palmeri ricorda plasticamente la devozione e la sofferenza che in nome della Madonna alcuni figli di Montagnareale, nell'epoca del consumismo più sfrenato e della prevalenza dell'edonismo più sfacciato, ancora portano dentro di sé. Permane un vincolo di fede con la Madonna e un rapporto stretto con la tradizione e l'identità storica, che si cerca di salvare dal tumultuoso cambiare dei tempi che tutto sradica e travolge, e che merita di essere conservata per tramandare alle generazioni successive i sentimenti più autentici e profondi di una comunità che non vuole perdere le sue radici.
Le foto in basso sono di Andrea Lo Presti e di Pippo Palmeri:
n.1. il tavolo dei relatori - n.2. i proff. Princiotta, Casamento, Bonazinga - n.3. i relatori al Convegno - n.4. Roberto Princiotta e Nino Casamento