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la presentazione a Rivignano
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Presentazione del romanzo
Il nome nemico
di Nino Casamento

nella foto da sinistra: D'Alvise, Zucchi, Casamento, Rocchetto, Comuzzi

Rivignano - Enoteca Toso - 11 gennaio 2006

Tutti gli interventi sono stati tenuti a braccio


 
Vito Zucchi
Grazie a tutti di essere intervenuti. Siete veramente molto numerosi. Mi dispiace che alcuni siano rimasti in piedi perché non ci sono sedie a sufficienza. Cercheremo pertanto di essere più brevi per non farvi stancare. Vi ringrazio per la vostra partecipazione a questa serata di cultura per Rivignano, che si è potuta tenere per l'iniziativa dell'amministrazione comunale che è qui presente con alcuni suoi esponenti e per l'ospitalità della famiglia Toso.
Questa sera presentiamo il secondo romanzo di Nino Casamento. Il primo l'ha presentato circa un anno fa sempre qui a Rivignano.
Nino è un siciliano, ex insegnante, ex politico, giornalista pubblicista, che sa cercare il succo delle cose, che sa illustrare i momenti che determinano le emozioni e nei suoi libri noi vediamo proprio che ci descrive questi momenti. Poi ci dirà lui come fa. Però andiamo per ordine. Cominciamo con Davide Rocchetto, che parlerà a nome dell'Amministrazione comunale.
Davide Rocchetto, assessore alla Cultura
Buona sera a tutti. Grazie da parte dell' Amministrazione comunale per la vostra preziosa presenza, grazie per essere qui questa sera.
Voglio ringraziare innanzitutto lo scrittore, Nino Casamento, che è ritornato a Rivignano e ha voluto concederci l'onore di essere qui con noi questa sera e di presentare questo libro in anteprima proprio nel nostro Comune.
Grazie a Vito Zucchi che accetta sempre amichevolmente i nostri inviti. L'abbiamo voluto qui dopo la positiva esperienza di un anno fa perché sappiamo quali sono le sue qualità nell' esprimere le emozioni.
Grazie anche a Claudio D'Alvise, non soltanto per essere qui questa sera, ma per tutto il lavoro che la Commissione biblioteca da lui presieduta sta svolgendo. Ringrazio anche gli altri membri della commissione che sono presenti.
Grazie anche al maestro Ermes Comuzzi.  I suoi interventi sono sempre preziosi e molto graditi.
Io e Nino ci siamo conosciuti più o meno un anno fa e devo dire che sin dal primo momento non ho mai nascosto la mia soddisfazione nello scoprire un personaggio di così grande spessore culturale qui nella nostra comunità di Rivignano. In queste occasioni non manco mai di sottolineare quanto straordinariamente in questi anni la nostra comunità, il nostro paese sia evoluto, sia cresciuto, grazie al contributo, non solo chiaramente dal punto di vista culturale, anche se secondo me questo è un aspetto fondamentale, grazie al contributo di molte persone, tra cui anche Nino Casamento e tanti altri che sono presenti qui questa sera. Nino non è più semplicemente partecipe alla vita del nostro paese, ma a Rivignano (e questa è una cosa che mi rende molto, molto fiero e felice) ha trovato ispirazione per scrivere questa sua nuova opera, questo suo nuovo lavoro e in più ha voluto ambientare alcune scene proprio qui nel nostro paese. Questo dà un contributo notevole e rappresenta un supporto fondamentale ai nostri continui sforzi come Amministrazione comunale, per valorizzare quello che, secondo me, è un elemento indispensabile, imprescindibile, anche se troppo spesso troppo sottovalutato nella nostra società in generale, ovvero la cultura. Con quest'opera facciamo un altro passo avanti in questo cammino piuttosto difficile.
Io ho già letto il libro, l'ho letto con molto piacere, tutto d'un fiato. E' un libro che, devo dire la verità, è scorrevolissimo, è piacevolissimo e devo fare i complimenti all'autore perché è stato capace non soltanto di raccontare uno stralcio, una parte di una vita, ma è stato capace anche di arricchire il racconto, correndo sempre al limite tra la realtà e l'invenzione, trasmettendoci tante cose positive: valori, sentimenti, ma anche tante informazioni, tante cose che non dobbiamo dimenticare. Alludo soprattutto all'esperienza durissima della guerra, che poi rimanda ad un'altra esperienza, altrettanto drammatica (ne abbiamo già parlato) che è quella dell'emigrazione che, seppur trattata col taglio romanzesco, è un supporto fondamentale per la diffusione dei valori dell'informazione, della conoscenza, della presa di coscienza.
Io mi fermo qui. Rischierei di parlare per tutta la sera e non vorrei fare un monologo. Vi auguro buona serata e a chi  non ha ancora letto il libro  auguro buona lettura. Sono sicuro che rimarrete tutti positivamente colpiti da quest' opera. Grazie a tutti e buona serata.
Vito Zucchi
Prima di passare il microfono al presidente della commissione biblioteca vorrei leggervi un passo per farvi capire come con poche parole l'autore riesce a pennellare il carattere delle persone. (Segue la lettura di un passo ambientato da  Morimossi, pag.138)
Claudio D'Alvise, presidente della Commissione biblioteca
Solo due parole, per non annoiarvi troppo. Ringrazio l'assessore Rocchetto, che ci è sempre stato vicino, sempre aperto alle richieste, alle esigenze della nostra biblioteca, ringrazio Vito ed il maestro Ermes, sempre presenti nei vari momenti della vita culturale di Rivignano. E in modo particolare ringrazio Nino Casamento che ci regala una nuova opera. Ricordo ancora la prima presentazione che abbiamo fatto appena un anno fa. In quella occasione dissi che finalmente iniziavamo ad uscire dalle sedi istituzionali per fare le presentazioni dei libri. Si cominciava proprio allora a fare le presentazioni in alcuni locali di Rivignano. A distanza ormai di un anno direi che l'esperimento è riuscito. Lo dimostra il numero di persone qui presenti. Noi come Commissione chiaramente non possiamo che essere felici di questo. Approfitto di quest'occasione per anticipare che prossimamente sarà presentato un altro libro, di un'autrice di Canussio, che ha per titolo Api senza miele, un' opera che  racconta anch'essa  storie della nostra terra.
Non mi dilungo oltre. Concludo ringraziando ancora Nino Casamento per questo libro, veramente scorrevole, che si legge d'un fiato, in un paio d'ore che passano piacevolmente e nel contempo spingono a riflettere.
Vito Zucchi
Vorrei dire che questo romanzo mi ha impressionato in maniera differente dal  primo libro di Nino Casamento. In quello l'autore riusciva a scavare bene nell'animo dei personaggi e faceva capire quali erano i momenti più significativi dell'emigrante: la lontananza di casa, il contatto con gli amici, il tradimento. A me sembrava un libro sul tradimento. Il protagonista del romanzo infatti andò a letto con la moglie di un amico e il rammarico per questo tradimento lo si percepiva da ogni parola.
Questo romanzo invece parla di Ulisse, è la storia di Ulisse, l'eroe che, malmenato dagli dei, deve peregrinare per tutto il mondo, sempre alla ricerca della famiglia, del ritorno a casa. Ci sono anche delle donne. La prima, la seconda, la terza: donne che lo hanno reso felice, donne che lo hanno reso immensamente triste. L'inizio del suo peregrinare si trova nel capitolo VIII. Il protagonista non sa come fare per trovare da mangiare ai propri figlie e parte con un amico alla volta dell'Ungheria. E iniziano le sue sventure. (Lettura di un brano del libro). Dopo mille peripezie, in cui perde la famiglia e sopporta infinite sofferenze, arriva profugo in Italia: prima a Lignano, poi a Cividale, infine a Rivignano, dove il giorno della festa dei Santi incontra una donna, reduce anch'essa da una esperienza altrettanto drammatica. A Rivignano trova lavoro, trova casa, trova accoglienza. Rivignano è un paese che nel passato ha attraversato periodi bui di povertà, ma poi si è sviluppato ed è diventato un paese felice, in cui si trovano tutti bene. Tutti quelli che arrivano sono accolti a braccia aperte. E non arriva solo Franjo, arrivano anche altri. (Lettura del brano dell'incontro con Silvana). La speranza e la voglia di vivere non finisce mai, anche dopo tutte le tragedie della vita.
Io vi ho letto solo alcuni passi del libro, ma voi leggetelo per intero e scoprirete intense emozioni. A me il libro piace perché racconta i fatti ed accenna solo alle emozioni. Così ognuno di noi proverà emozioni diverse in base alle proprie esperienze di vita, in base al proprio carattere, alla propria sensibilità. Io l'ho letto così. Ora vorrei che del libro parlasse Ermes Comuzzi, il critico per antonomasia, che meglio di me saprà sottolineare il valore di questo interessantissimo romanzo.
Ermes Comuzzi
Ho letto il libro e naturalmente ho preso qualche appunto. Cercherò di esprimere l'opinione che mi sono fatto. Il romanzo racconta la storia di Franjo e di Silvana. L'uno testimone e vittima di guerre etniche nella vicina Jugoslavia, terra di uccisioni di massa, l'altra, siciliana,  anch'essa testimone di lotte feroci condotte dalla mafia, alla quale viene ucciso un familiare. E questo la spinge a scappare dalla sua terra natìa. Anche lei  fuggita da un'altra guerra, quella combattuta dalla mafia. Due realtà quindi di grande attualità.
Franjo e Silvana sono perciò due naufraghi miracolosamente sfuggiti ad un destino di morte, che si incontrano proprio qui, a Rivignano. E il romanzo parte proprio da Rivignano e si chiude a Rivignano. Franjo narra le sue disavventure e lei di rimando le proprie.
Ma come ha impostato il romanzo l'autore? In modo veramente originale e interessante. Dicevo che i due si incontrano a Rivignano. Naturalmente portano con sé il peso della violenza che hanno subito. S'incontrano, si piacciono, si frequentano, ma sempre ad una certa distanza, perché ancora non possono esprimere un sentimento d'amore interiore, perché ancora pesa su di loro un passato che li rende veramente restii e non riescono a comunicare con parole dolci perché da anni non le sentono più, perché hanno vissuto in una società di violenza.
L'autore parte da Rivignano e narra il loro incontro. Poi improvvisamente fa un flash back, cioè chiude il loro dialogo e parla del loro passato.  Franjo racconta la guerra che coinvolge la sua nazione, la Bosnia, e le conseguenze terribili che si trova a subire. Io non starò a raccontarvele. Vi lascio la curiosità di scoprire questa storia amara ed avvincente leggendo il libro. Poi lo scrittore toglie ancora l'obiettivo dal passato e ritorna a Rivignano. Il protagonista frequenta il bar Fantini, dove ci va con questa donna, che vede sempre più di frequente. C'è qualcosa che si muove, ma non scatta ancora l'amore, perché ancora su di loro incombono i ricordi. Ed ecco di nuovo un altro flash back. Lei racconta la sua storia.  Io non ve la racconto. La dovete leggere voi, perché è molto bella.
E poi alla fine riappare la scena rivignanese. A Ariis si volge la manifestazione dei fuochi epifanici. Lui la porta. Ecco, questo è un momento molto bello. I canoisti accendono il falò in mezzo al fiume. Lei è colpita da quel riverbero delle fiamme in mezzo al fiume. Avvicina la sua guancia a Franjo e i due si baciano. E' il momento in cui cancellano immediatamente le antiche pene, i vecchi ricordi che pesavano su di loro, come per iniziare la nuova vita. Noi vediamo il fuoco epifanico - e qui lo scrittore è stato meraviglioso - questa fiamma che si chiude, che si spegne con i detriti che se ne vanno giù lungo l'acqua del fiume Stella. Simboleggia proprio il loro passato che si spegne e viene trascinato via, lasciandoli liberi di amarsi.
Nino, il libro mi è piaciuto moltissimo. Sei stato meraviglioso, perché il tuo modo di scrivere è scorrevole, fluido, avvince il lettore, lo coinvolge e lo fa partecipe al dramma prima e poi alla gioia.
L'autore apre il libro con la descrizione bellissima dei giochi d'artificio per la Festa dei Santi a Rivignano. (Lettura del passo). Alla fine, dopo vari flash back, chiude quest'arco con la scena del pignarul che brucia sul fiume Stella. (Lettura del passo relativo). L'autore è stato bravissimo in questa descrizione, che ha reso davvero bella, davvero poetica. Occorrerebbe un'arpa che accompagnasse con note piacevoli e leggere questa lettura. Un finale bello veramente. Dopo quel bacio in riva al fiume il passato, che prima incombeva su di loro, quasi d'incanto si scioglie come i detriti del pignarul portati via dalle acque del fiume.
Seguono alcune domande del pubblico, a cui risponderà l'autore nel corso del suo intervento conclusivo.


Nino Casamento
Innanzitutto debbo scusarmi. Se a Vito stasera non funzionano le orecchie, a me purtroppo non funziona la gola, la voce, a causa di un brutto raffreddore. Fino a due giorni fa avevo solo un filo di voce e pensavo di non riuscire a parlare questa sera. Invece almeno una parte della mia voce l'ho recuperata. Spero pertanto di farmi sentire e comunque mi scuso se essa non vi arriva nel pieno della sua potenzialità.
Voglio ringraziare anch'io, come ha fatto prima l'assessore. Innanzitutto Beppe Toso che ci ospita in questo locale. Come ricordava prima Claudio D'Alvise, un anno fa l'assessore Rocchetto ha pensato di fare le presentazioni dei libri a Rivignano al di fuori della localizzazione classica, tradizionale, istituzionale, per ambientarla, per collocarla invece nei locali che sono per alcuni aspetti più frequentati, più vicini alla gente, appartengono alla loro quotidianità, per tentare anche in questo modo di superare il difficile rapporto che c'è in Italia tra il lettore ed il libro, tra il libro e la gente in generale. E collocare il libro in luoghi che la gente sente più vicini alla loro vita di ogni giorno probabilmente può fare scattare una molla in più e favorire la partecipazione. La cosa è perfettamente riuscita perché da allora parecchie di queste iniziative si sono svolte in bar e ristoranti di Rivignano e questa sera in un'enoteca.
C'è poi un motivo in più per quanto riguarda questo libro, che determina una sorta di armonia tra esso e questa ambientazione, questa scenografia all'interno di un' enoteca. E' vero che il libro affronta, come ci ricordavano prima efficacemente sia Vito che Ermes, aspetti drammatici, fenomeni di grande impatto sociale come la recente guerra nell'ex Jugoslavia. Dirò poi com'è nata l'idea di raccontare questa storia. Grazie Fabrizio della domanda; come ringrazio pure gli altri che hanno posto gli interrogativi cui cercherò di rispondere nel corso dell'intervento. Il libro affronta, dicevo, terribili, drammatiche, tristi  vicende, anche se con alcune sfumature, sfaccettature che alleggeriscono e comunque nel finale aprono il cuore alla speranza,  dalla morte fanno rinascere la vita, come ha sottolineato il maestro Ermes. Però non affronta solo queste tematiche, né fa scorrere solo momenti, paesaggi, luoghi e personaggi del Friuli e di Rivignano, ma fa una sorta di excursus rivolto ad alcuni aspetti più peculiari del Friuli, per esempio alla sua gastronomia. Certo, in modo generico, leggero, come può farlo un romanzo, che non è un trattato di gastronomia o di enologia, ma fa un excursus sulla gastronomia e sui vini del Friuli, ambientando anche alcuni episodi all'interno di alcuni locali rivignanesi. C'è per esempio una scena che si svolge all'Aghesante, altre nel bar Fantini, c'è un accenno al bar La cale e ad altri locali che non nomino. In uno di questi bar si svolge addirittura una discussione tra il protagonista ed il barista  sulla famosa  controversia con gli ungheresi relativa al nome del Tocai. Per farla breve, l'ambientazione in un' enoteca si armonizza quindi con questi riferimenti ai vini friulani.
Devo poi ringraziare l'Amministrazione comunale di Rivignano, tutta l'Amministrazione comunale, dal Sindaco, al vice sindaco, che tra l'altro vedo qui questa sera, agli assessori, ai consiglieri. Relativamente alla cultura in questo paese hanno fatto davvero delle cose interessanti. Lo frequento ormai da diversi anni e mi rendo conto che Rivignano sul piano culturale è una realtà viva, davvero vitale. Ma in modo particolare voglio ringraziare, permettetemi questo riferimento, questa estrapolazione, l'assessore Rocchetto. E lo faccio non certo per scambiarci i complimenti, per ricambiare le parole di apprezzamento che ha avuto nei miei confronti, ma perchè sento davvero di farlo. Ci mette animo, passione nell'organizzazione  e nella promozione delle iniziative, di tutte le iniziative culturali, come ha fatto con questa. Ho visto come ha seguito tutte le fasi dell'organizzazione: con quale impegno, con quale sensibilità, con quale dedizione, con quale attenzione. Apre davvero il cuore alla speranza vedere che in una realtà come Rivignano ci sono giovani come lui, come Claudio, come altri che ho avuto modo di conoscere, che dedicano alla propria comunità  le loro energie, la loro intelligenza, la loro preparazione culturale, dedicandosi appunto con  impegno e dedizione. Abbiamo bisogno di questi giovani e Davide è davvero una di queste risorse preziose per questa comunità.
Poi devo ringraziare Vito Zucchi e il maestro Ermes. Non voglio aggiungere niente alle cose che hanno detto loro del libro, con tagli sicuramente diversi. Vito, da consumato attore qual è, ci ha fatto rivivere alcuni passaggi della storia, ambientata in gran parte in questo territorio. Il maestro Comuzzi ha fatto una panoramica più generale con grande lucidità ed efficacia. Gli ho voluto fare una dedica speciale, con qualche parola anche in friulano, che ormai ho imparato a conoscere, perché anche lui come Davide è una giovane preziosa risorsa per questa comunità. Si, perché la gioventù è una prerogativa che appartiene alla testa, non al corpo; e da questo punto di vista il maestro Ermes è ancora un giovane maestro, di quei maestri di una volta, di quelli che oggi purtroppo mancano sempre di più come apporto, come capacità, come ispirazione e guida delle giovani generazioni. E' ancora una giovane e fresca presenza culturale, capace di dare  impulso anch'egli a questa comunità.
Di Claudio ho detto, ma un riferimento intendo farlo anche alla biblioteca della cui Commissione è il presidente. Io sono un frequentatore della biblioteca di Rivignano che è un avamposto importante per la diffusione della cultura. Lo sappiamo tutti che nel nostro paese la lettura è in difficoltà. Sto riflettendo su questo problema e spero di fare entrare questa tematica nel nuovo libro che ho già iniziato a scrivere. Il nostro è un paese dove c'è un rapporto difficile con il libro. Si legge poco. Soprattutto le giovani generazioni. Non so se Vito mi sente. Caso mai glielo racconterò dopo. La provincia di Udine, di cui tu sei un validissimo componente, ha commissionato una ricerca e proprio sul Messaggero veneto di oggi c'era una pagina intera dedicata al resoconto di questa inchiesta sul rapporto tra i giovani friulani dell'ultimo anno delle scuole medie superiori e la televisione. E veniva fuori un quadro drammatico. I giovani vedono sempre di più la televisione, almeno tre-quattro ore al giorno, e partecipano molto meno invece alla vita sociale, alle varie manifestazioni di cui dicevamo. E tra l'altro sono orientati, sono influenzati da un certo tipo di trasmissioni e questa televisione, questa cattiva maestra, per usare l'espressione del filosofo Popper, ci propina tanti programmi-spazzatura e condiziona la vita, le idee dei giovani, influenza anche la stessa capacità di rapportarsi tra di loro. Allora  cercare di aiutare i giovani a scoprire la lettura, la lettura dei giornali, a riscoprire il libro è una cosa importante. E la biblioteca di Rivignano, all'interno di un contesto più generale del sistema bibliotecario regionale, fa davvero un'opera meritoria. Bisognerebbe che le giovani generazioni, non solo loro naturalmente, frequentassero di più la biblioteca e facessero delle buone letture per aggiungere questi stimoli culturali a quelli degli altri mezzi di informazione di massa, che non dobbiamo certo distruggere, eliminare, ma che dobbiamo cercare di integrare per contenere e disinnescare alcuni momenti negativi che pure presentano.
Io prima di conoscere, di frequentare il Friuli, cosa che faccio da cinque anni a questa parte, avevo in mente, come tanti altri italiani, una sorta di stereotipo che, come tutti gli stereotipi, ci vengono trasmessi dai grandi mezzi di comunicazione di massa, da alcune analisi sociologiche che li impartiscono e li fanno scorrere nella mente delle persone. Bisogna dire che tutti gli stereotipi sono frutto di pigrizia mentale, di superficialità, di genericità, di mancanza di approfondimento. Rappresentano una sorta di marchio semplificato che viene affisso a porzioni del territorio nazionale. Per esempio la Sicilia viene rappresentata come una terra tutta mafia e tutta arretratezza. Naturalmente non è così. Il discorso è molto più complesso,  molto diverso. Il Nord Est, attraverso questi stereotipi, che ho scoperto totalmente falsi, veniva rappresentato come una realtà, un territorio che aveva avuto un passaggio troppo brusco, troppo repentino, troppo veloce da una condizione di arretratezza ad una di grande, impetuoso sviluppo economico e quindi impregnato essenzialmente di una materialità produttivistica e consumistica. Una sorta di connotazione, come direbbero a Milano, di civiltà del danè, dei bez, per dirla in friulano, e perciò poco attenta alle ragioni della spiritualità, dello studio, della promozione della conoscenza, della cultura, di tutto quello che costituisce insomma l'anima autentica di un popolo, il suo tessuto spirituale che innerva e rafforza anche la sua materialità, anche la sua economica. E invece ho trovato un Friuli profondamente diverso da quello stereotipo, una terra attenta, forse come pochissime altre realtà dell'Italia, alle tradizioni, alle radici, alla cultura, all'arte, insomma ad una dimensione partecipata e solidale del vivere sociale, con una forte carica di spiritualità.
E questo vale soprattutto per Rivignano. Ha ragione Vito. Questa è una cittadina accogliente. Questo concetto, in modo traslato, lo faccio esprimere al protagonista del libro che, pur vivendo in una condizione di grande difficoltà, qui viene aiutato, sostenuto, confortato, accettato. Si sente quasi come a casa sua, in una realtà dove non c'è assolutamente razzismo. Una cittadina, quindi, che trovo da un lato accogliente e dall'altro viva, vitale. Ho trovato fermenti che sgorgano dalla società, dalla comunità. Questa vitalità non è solo merito dell'Amministrazione comunale, di questa come delle precedenti, ma nasce proprio dal corpo vivo della società, tra la gente, che si mette assieme, si unisce, crea delle associazioni. Qui ci sono alcuni rappresentanti del ricco associazionismo rivignanese, che opera nell'ambito dello sport, della musica, del teatro, della ricerca e del recupero delle tradizioni popolari, dell'arte. Tutte espressioni di una vivacità culturale che rappresenta l'altra faccia della medaglia della nostra società in generale, la parte migliore sicuramente, quella che magari certa televisione non fa apparire, attenta com'è ad altri fenomeni, ad altri aspetti, per lo più a valori effimeri, tesa a rappresentare un mondo spesso finto, a dare spazio ad una cultura ridotta solo a spettacolo, a fenomeno commerciale e consumistico. Una visione degenerata, veicolata appunto da uno strumento televisivo che tende sempre più ad ammorbare le coscienze soprattutto dei giovani e a rimbecillire le menti.
Non voglio parlare del libro. Ho voluto fare un discorso più generale, anche per motivare la scelta  di ambientare il romanzo a Rivignano. D'altro canto l'autore quello che vuole dire lo dice scrivendo, tutto il resto è noia. Può rispondere semmai ad alcune osservazioni, ad alcune domande che fa il pubblico, come farò io adesso rispondendo alle domande che mi sono state poste.
Mi è stato chiesto se c'è qualcosa di me nel libro. Questa domanda mi è stata fatta più volte nelle presentazioni del mio precedente romanzo, che si prestava di più a questa interpretazione perché lì c'era la storia di un emigrante. E molti sapevano che emigrante lo ero stato anch'io. Da giovane son dovuto andare via dalla Sicilia per cercare un lavoro; appena laureato son venuto al Nord. Quindi qualcuno pensava che la storia di quell'emigrante, di quel giovane avvocato che andava a Milano, fosse la mia e che il romanzo fosse in qualche modo autobiografico. Ho dovuto spiegare che non era così. Questo a maggior ragione vale per questo libro, nel senso che io non sono scappato dalla Sicilia per questioni di mafia, anche perché ho la fortuna di vivere in una zona della Sicilia che, non so come, è rimasta immune da questo triste fenomeno, anche se ormai si sta diffondendo in tutta Italia e travalica i confini regionali e del territorio meridionale, come  purtroppo vediamo. Né tantomeno sono stato un profugo dell'ex Jugoslavia. E quindi rispetto alla storia che racconto non c'è niente di me. Adesso dirò invece a chi mi sono rifatto. Certo nel libro c'è sicuramente moltissimo di me, come c'è nel libro di qualunque autore, dal più grande al più piccolo: la scelta dei luoghi, dei personaggi, delle situazioni, dei sentimenti che si esprimono, delle considerazioni che si  fanno. Certo le emozioni che ho provato io di fronte al pignarul sono diverse dalle sensazioni che provava il protagonista della storia. Ne provava probabilmente altre. Lo diceva prima Vito, riferendosi ad alcune situazioni. La sensibilità, il modo in cui si vive il racconto, la storia, un luogo, un paesaggio, un particolare (come per esempio l'incontrare Janette, andare alla Coopca o all'Aghesante o alla Tarabane o in altri luoghi descritti nel libro) sicuramente sono quelli che io ho vissuto con la mie impressioni, con la mia sensibilità.
Invece la storia viene da un incontro casuale che ho avuto l'anno scorso in occasione della festa dei Santi. Ho incontrato una persona che non conoscevo, che mi è stata presentata, che mi ha colpito subito. Era un profugo dell'ex Jugoslavia, un bosniaco della zona di Sarajevo. E' qui con noi questa sera e io lo saluto, ma non voglio indicarlo per non metterlo in imbarazzo. Quella sera mi ha fatto soltanto alcuni accenni in modo molto riservato. Io incuriosito, come avrebbe fatto chiunque, gli ho posto alcune domande e ho capito che alle spalle di quest'uomo c'era una storia triste, drammatica, ma bella da un punto di vista narrativo e quindi gli ho chiesto se era disposto a raccontarmela. Questa persona, facendo forza a se stesso, perché ha dovuto scavare dentro di sé dei ricordi terribili, si è abbandonato una sera a casa sua a questo racconto. Sono tornato un'altra volta, ho registrato tutto e ho tirato fuori sette pagine, dense di particolari. Certamente era solo il succo delle vicende drammatiche, terribili da lui vissute; io poi le ho elaborate, arricchite, trasformate, romanzate. E ne è venuta fuori in parte la sua storia in parte la mia, però restando fedele al dramma di quest'uomo che ha vissuto questa esperienza spaventosa. E poi l'ho imbastita, l'ho intrecciata  con un'altra storia, quella di una donna che viene anch'essa da fuori, da una realtà che è quella da cui io provengo, quella della Sicilia, della mafia.
Una sera alla Tarabane, mangiando una pizza, si aprono reciprocamente i loro cuori. Lei non aveva mai raccontato a nessuno il motivo che l'aveva spinta a scappare dalla Sicilia. Non era fuggita come altre alla ricerca di un lavoro di cui la Sicilia è avara, ma proprio perché colpita dalla mafia in uno dei suoi affetti più cari, più profondi. Le avevano ucciso il fratello e Silvana aveva deciso di  abbandonare la sua terra. Mesi dopo conosce una friulana in vacanza a Capo d'Orlando, in provincia di Messina, un centro turistico vicino al mio paese, una località molto bella. E rimane affascinata da questa persona che le parla della sua regione, tanto diversa dalla Sicilia, una terra tranquilla, ordinata, generosa, attaccata alle sue tradizioni e così decide di andar via e di andare proprio in Friuli. Essendo infermiera non ha difficoltà a trovare lavoro all'ospedale di Latisana. Qui conosce casualmente Franjo, un altro naufrago della vita. C'è nel libro una scena che si svolge alla Tarabane, in cui i due si confrontano e all'uomo che le racconta le sue terribili esperienze lei dice: "Non credere, anch'io sono superstite di una guerra". "Ma che dici? Ma quale guerra, voi non avete avuto una guerra" le ribatte l'uomo. E Silvana (leggo le parole che faccio dire nel libro alla donna) precisa: " Anche noi del Meridione - dice all'uomo che le apre il suo cuore e le racconta le devastazioni, i lutti, le sofferenze subite da lui e dalla sua famiglia - stiamo vivendo sulla nostra pelle un'altra guerra, quella scatenata dalla mafia o dalla camorra. C'è gente che uccide e terrorizza con altrettanta disumanità. E non indossa divise, ma agisce nell'ombra, tende agguati, colpisce a tradimento, domina il territorio. Peggio di un'armata nemica".
Nel libro è poi descritto il campo di concentramento in cui l'uomo viene rinchiuso. Viene preso per il solo fatto, come dice il libro, di portare un nome nemico. Lui non c'entra niente, non è un soldato, non sta combattendo, perché tra l'altro la Bosnia non era ancora in guerra. La guerra era tra i serbi ed i croati. Viene intercettato da una pattuglia serba al ritorno dall'Ungheria dove era andato a cercare cibo per i suoi figli, come abbiamo sentito nella lettura del brano letto da Vito. Lo fermano, controllano l'auto, stanno per farlo andar via, quando il capo pattuglia si accorge dal passaporto che porta lo stesso nome del presidente della Croazia, di quello che i soldati serbi consideravano il loro peggiore nemico. E solo per questo, perché porta quel nome, un nome nemico (badate bene, non l'uomo nemico, ma solo il nome nemico) solo per questo viene colpito e portato in un campo di concentramento.
E qui il prigioniero rievoca uno dei più terribili campi di concentramento dei nazisti, quello di Mathausen, che aveva avuto modo di visitare da giovane. In effetti sono io ad averlo visto e a restarne raccapricciato. Ho voluto inserire quei ricordi perché ritengo importante richiamare quello che è successo, soprattutto ai giovani. Per dirla col nome di un'associazione rivignanese, per non desmenteà  neppure la storia, oltre che le tradizioni popolari, perché troppo spesso oggi si dimentica quella che è stata la barbarie nazista, lo sterminio cui essa si è abbandonata in un folle odio razzista. Leggevo proprio ieri che recentemente, proprio nel campo di concentramento di Mathausen, un gruppo di giovani austriaci si è fatto fotografare con indosso i simboli nazisti e nell'atto del saluto nazista, quasi a volere sfregiare quel luogo che ha visto tanto dolore, tanta sofferenza che alcuni uomini hanno inflitto ai loro simili. Ecco perché bisogna ricordare ai giovani quelle vicende. E nel libro anch'io ho voluto portare a questa causa della memoria il mio piccolo contributo perché si rifletta  dove può portare il razzismo, il disprezzo della vita umana e si impedisca che si ricreino le condizioni perché quelle cose possano ripetersi.
Nel libro ci sono infine luoghi, paesaggi, personaggi di questo territorio. C'è Udine, Lignano, Cividale, l'Abbazia di Rosazzo e ancora Varmo, Teor, Pocenia, Palazzolo, il Tagliamento, lo Stella, la cui immagine si trova proprio nella copertina del libro, ma c'è soprattutto Rivignano. Come diceva prima brillantemente il maestro Ermes il libro si apre e si chiude proprio a Rivignano. Si apre con le immagini della festa dei Santi e si chiude con l'incendio del pignarul nel fiume Stella. E in mezzo luoghi, situazioni, personaggi di questa accogliente cittadina.
Concludo ringraziando tutti voi che siete intervenuti a questa manifestazione, ma soprattutto in modo particolare la persona che, raccontandomi la sua storia, mi ha consentito di scrivere questo libro, di lanciare questo messaggio di fratellanza, di solidarietà, che proviene dalla   testimonianza di una persona che ha vissuto tante traversie, ha subito tante violenze ad opera di un cieco razzismo, ma che qui a Rivignano ha trovato quell'accoglienza, quella solidarietà che ancora alberga nell'animo di molte persone e che in questa vostra cittadina davvero è così presente e vi fa onore. Grazie.

 

Nella foto in basso: Aldo Salvador e Ivos Franjo, il personaggio reale che ha ispirato la storia del romanzo

 


 



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