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a Varmo, la terra del protagonista
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Varmo (Udine) - sala del consiglio comunale

 3 marzo 2006 ore 20,30


Presentazione del romanzo "Il nome nemico"

 di Nino Casamento


L'iniziativa fa parte delle manifestazioni culturali "Incontri d'autore" che si svolgono nel mese di marzo, promosse dall'Amministrazione comunale della cittadina friulana.
La presentazione di questo libro ha assunto un significato particolare perchè proprio a Varmo ha trovato rifugio, accoglienza e integrazione Franjo Ivos, il profugo bosniaco le cui dolorose e amare vicende hanno ispirato l'autore nella stesura del romanzo. E qui vive e opera don Gianni, il parroco, che l'ha accolto e aiutato a ricostruire una vita spezzata, all'insegna di quella solidarietà umana e cristiana, che è un valore di cui proprio in questi tempi si sente uno straordinario bisogno.
Nei locali della bella e suggestiva sala consiliare, alla presenza di un numeroso pubblico, ha aperto la serata il sindaco Graziano Vatri, che ha ringraziato tutti i partecipanti e soprattutto il concittadino Franjo Ivos, che ormai fa parte a pieno titolo della comunità, il parroco don Gianni per l'accoglienza che ha saputo offrire ai profughi ed agli immigrati, con uno slancio ed una disponibilità straordinari, e l'autore del libro Nino Casamento.
Subito dopo è intervenuta Raffaella De Monte, che, pur essendo alla prima esperienza di presentazione di un libro, ha svolto una analisi del testo chiara, sobria, toccante, soffermandosi sui passaggi più significativi del romanzo. Nel corso dell'intervento si sono susseguite le letture di alcune pagine ad opera di Liviana Toneguzzo, che con mirabile capacità espressiva ha saputo coinvolgere emotivamente il pubblico, dando immagine alle parole.
Particolarmente emozionante è stato l'intervento di don Gianni, che ha ricostruito il primo incontro con il profugo che ha accolto nella sua casa, l'ha aiutato a trovare un lavoro e ad inserirsi nella comunità.
Il maestro Ermes Comuzzi ha poi voluto analizzare dal punto di vista contenutistico ed estetico il romanzo, soffermandosi su alcuni passaggi ed evidenziando la suggestività delle  immagini e delle vicende narrate.
Dopo alcuni interventi del pubblico è intervenuta Sara Chittaro, presidente della commissione biblioteca che ha allargato l'orizzonte delle riflessioni, svolgendo una interessante analisi dei mezzi di comunicazione, del valore della lettura e della necessità di rimotivare i giovani con valori forti e trascinanti.
Nino Casamento ha ringraziato l'Amministrazione comunale ed il Sindaco per la promozione di questa iniziativa, ritenendosi particolarmente felice di essere a Varmo. Innanzitutto perchè qui vive la persona alle cui drammatiche, dolorose, amare vicende si è ispirato per il romanzo e che di fatto è il protagonista dell'opera che viene presentata. Poi perchè Varmo da un punto di vista culturale e letterario è una cittadina di grande richiamo, di grande fascino, di intensa suggestione: il paese di grandi scrittori come Sergio Maldini ed Elio Bartolini, scrittori importanti ed entrambi vincitori del premio Campiello. Ed infine perchè è il paese di uno straordinario prete come don Gianni Pilutti che della solidarietà e dell'accoglienza ha fatto il pilastro del suo servizio pastorale.
Dopo un breve e commosso ringraziamento di Ivos Franjo, toccato da una manifestazione di affetto e di amicizia, il Sindaco ha chiuso la serata con la consegna di due targhe, una all'autore del libro e l'altra a Franjo, perchè "da oggi in avanti si senta ancor più cittadino a pieno titolo di questa comunità".
La serata si è conclusa al bar "Da Pestrin" dove tra una bicchierata e l'altra i presenti hanno voluto che Liviana Toneguzzo leggesse ancora qualche pagina di un libro che li ha colpiti ed emozionati. Si è chiusa così una giornata di intensa e profonda emozione.




Riflessioni scaturite dall'incontro

Il Gazzettino, 17 marzo 2006

La cultura dell'accoglienza e della solidarietà

del dr. Bruno Brusadini

 

Nella serata di venerdì 3 marzo, all’interno della cornice della manifestazione “Incontri d’autore” promossa dal Comune di Varmo e dalla sua Biblioteca Civica, ho assistito alla presentazione del romanzo “Il nome nemico” di Nino Casamento. La storia raccontata nel libro è stata ispirata dalle vicissitudini e dal dramma umano di una persona, Ivos Franjo, che a causa degli eventi che hanno sconvolto la sua terra di origine, la Bosnia, è giunto a Varmo diventandone oramai cittadino. All’incontro hanno preso parte anche l’autore dell’opera, il suo protagonista e don Gianni Pilutti, parroco di Varmo, che da anni nella canonica del paese fornisce una prima accoglienza a persone, tra cui lo stesso Ivos Franjio, profughe, rifugiate politiche o semplicemente immigrate. Gli accenni alla storia narrata nel libro hanno portato i partecipanti alla serata a condividere talune riflessioni sia sull’oggetto del racconto, e soprattutto sulla storia reale che lo ha ispirato, sia su taluni principi e valori, quali ad esempio l’accoglienza, che attraverso persone come don Gianni Pilutti trovano modo di manifestarsi in maniera concreta, caparbia e, nello stesso tempo, naturale. Quanto è stato raccontato nonché  alcune osservazioni che sono state espresse durante l’incontro mi hanno, devo confessare, turbato emotivamente e hanno innescato una serie di pensieri e riflessioni che ho voluto raccogliere in queste righe per poterle condividere con altri. Sostanzialmente due sono le suggestioni che mi sono rimaste addosso a fine serata: quanto il dolore e la sofferenza appartengano in maniera immanente alla condizione umana e quanto sia importante trovare la via giusta per comunicare, raccontare e, soprattutto, testimoniare certi valori.

Sentire narrare di eventi drammatici che si sono abbattuti su una persona che, come noi, è fatta di carne ed ossa, di relazioni affettive e sociali non può non suscitare un senso generale di tristezza e di umana solidarietà. Ma sapere che il dramma di un singolo è solo la minima parte di un dramma universale che ha colpito indistintamente migliaia di persone, le quali non hanno potuto fare altro che subire gli eventi, ebbene, ci fa sentire che i dolori degli altri sono, in fondo, i nostri dolori. Ma questo sentimento non nasce da un atteggiamento di buonismo fine a stesso bensì da una  percezione, magari inconscia, che ciò che è accaduto ad altri potrebbero capitare anche a noi. E questo sentire i drammi vissuti da altri come nostri drammi possibili, ci turba, ma ci fa sentire fratelli di coloro cui già è toccato in sorte un destino malevolo. Il dolore vissuto ed il dolore possibile, ovviamente, non sono la stessa cosa. E questa sostanziale diversità,  per  il profondo rispetto che deve essere riconosciuto a coloro che hanno patito sofferenze reali,  deve essere ben chiara. Ma nonostante questo necessario distinguo, penso che il modo migliore, e forse più naturale e sincero, per avvicinarsi ai problemi ed ai drammi che altri vivono sia quello di cercare di sentirli  come se fossero nostri, come se fossimo noi a doverli affrontare in prima persona. 

Stimolato sia dalle parole dell’autore del romanzo sia dalla testimonianza dell’attività di don Gianni e dal comportamento tenuto dal signor Ivos Franjo in questi anni all’interno della piccola comunità di Varmo, ho riflettuto su come sia difficile trovare il modo di parlare e discutere di valori senza correre il rischio di cadere nella retorica. Spesso, infatti, assistiamo a iniziative che pur lodevoli negli intenti si riducono in proclami fine a se stessi che non riescono ad innescare alcuna riflessione e, dunque, alcun cambiamento nelle coscienze individuali. L’autore del romanzo, don Gianni, e lo stesso Ivos Franjo hanno trovato, penso, il modo giusto per comunicare e testimoniare alcuni valori universali che non possono non accompagnare la vita delle persone ma che per essere recepiti non vanno semplicemente ascoltati, spiegati o illustrati come aprioristicamente giusti  ma vanno metabolizzati nella vita di ogni giorno. Per l’autore utilizzare la scrittura come strumento di comunicazione è stata una scelta compiuta certamente molto tempo fa e, probabilmente, una sorta di scelta di vita, ma è una scelta che, oggi più che mai, riveste una valenza pedagogicamente positiva. Infatti, il libro come mezzo di formazione, oltre che di informazione,  ha due punti di forza: il tempo e la libertà.  Il libro concede al lettore il tempo per leggere, per suggestionarsi, per riflettere e, dunque, per capire. Inoltre, il libro si accosta al lettore con garbo e, prima di offrirgli una tesi ed un punto di vista, lo lascia libero di adattare le parole al suo modo di vedere e di sentire. Questi due caratteri del rapporto tra libro e lettore permettono di arrivare ad una comprensione forte dei concetti raccontati perché frutto di una analisi personale, maturata secondo quei tempi che, cambiando da soggetto a soggetto, non possono essere imposti dall’esterno.  Queste peculiarità non sono proprie di tanti altri mezzi di comunicazione oggi particolarmente utilizzati nei quali, per il dominio dell’immagine sulla parola o per la concisione dei tempi utilizzati o per la deliberata scelta di colpire e scuotere il destinatario del messaggio, viene usato semplicemente uno slogan che veicola una opinione preconfezionata. Quest’ultima, magari giusta e condivisibile, non potrà essere veramente assimilata ove non sia seguita da un successivo approfondimento che, il più delle volte, manca in quanto non adeguatamente stimolato dal messaggio iniziale che esaurisce la propria funzione e forza in pochi attimi.  Questo modo di trasmettere le informazioni e, dunque in ultima istanza di formare le persone, porta con sé il rischio di perdere il fondamento critico che sta alla base di una vera comprensione. Diventeremo, allora, persone che parlano di valori e li ritengono importanti ma, in fondo, senza sapere perché lo sono e, perciò, senza la possibilità che quei principi vadano ad orientare le scelte quotidiane.

A don Gianni va riconosciuto un grande merito in quest’ottica di comunicazione di valori positivi. Egli, pur  vivendo le proprie scelte con la semplicità di chi non può fare altrimenti perché obbedisce un moto dell’animo e pur assolutamente convinto della indispensabilità della proprie azioni, non ha mai imposto il suo pensiero. Egli non si è mai dimenticato di conoscere ed ascoltare coloro che avevano, comunque, delle giustificazioni per essere disorientati dal suo comportamento o per essere addirittura contrari a ciò che stava accadendo nel loro paese. Ed ancora, egli non ha scordato il fatto che tutti noi abbiamo bisogno di tempo per capire, e questo tempo ci è necessario anche se, a volte, gli eventi non ti permettono di averlo. In questi ultimi casi, come lui ha fatto, si va avanti per la propria strada, pronti ad accettare critiche e malumori ma pronti altresì a dialogare sempre con le persone. Stiamo attenti a tutti coloro che, fermi nelle loro convinzioni, con arroganza  pretendono di imporre delle scelte andando a deridere chi la pensa in maniera diversa. Per fare sì che scelte positive ne generino virtuosamente altre ugualmente positive è necessario sposare una filosofia di vera condivisione, pur nella consapevolezza che non sempre sarà possibile trovare una omogeneità di vedute. Ivos Franjo è, infine, l’opportunità migliore che abbiamo avuto per comprendere alcuni valori che si sono accompagnati alla sua vicenda. E ciò perché nulla del suo comportamento ha mai creato contrasti o ha mai ferito la nostra sensibilità ed il nostro senso di giustizia e di uguaglianza davanti alle regole. Quest’uomo è entrato nella nostra comunità in punta di piedi, ed anche questo ha un suo significato quando la comunità è piccola, ha sempre rispettato le persone che lo stavano aiutando e per le quali, ne sono certo, nutre un forte affetto. Egli ha compreso le difficoltà che c’erano e dovevano essere affrontate. Ha raccolto ciò che gli è stato offerto con gratitudine, ripagando gli sforzi che venivano fatti per lui con il rispetto di quelle regole che tutti noi dobbiamo osservare. Guardando, invece, esperienze diverse da quella di quest’uomo, mi chiedo se il principio universale di accoglienza, dovendo fare i conti con la contingente scarsità delle risorse, non debba essere rivisto secondo il concetto in base al quale l’aiuto va dato principalmente a coloro che sono disposti a metterlo a frutto. E questa distinzione potrebbe restituire un senso di giustizia anche nella nostra solidarietà che, spesso, premia coloro che non se la meritano a discapito di tante altre persone.  Infine, partendo dalla considerazione che  in ognuno di noi ci sia il buono ed il cattivo e che siano l’educazione che riceviamo, l’ambiente in cui viviamo, la libertà dai bisogni contingenti a condizionare il nostro libero arbitrio e, dunque, a poter fare di noi delle buone persone, ebbene dobbiamo chiederci cosa ognuno di noi può fare per migliorare questi fattori di condizionamento. Quindi, indipendentemente dal ruolo che all’interno della società o della famiglia rivestiamo, dobbiamo essere consapevoli che le nostre azioni hanno l’opportunità, con la connessa responsabilità, di  orientare le scelte ed il sentire degli altri.

 

 

Nelle foto in basso, da sinistra:

1. foto in alto. Al tavolo: Raffaella Del Monte, Liviana Toneguzzo, Sara Chittaro, Graziano Vatri, don Gianni Pilutti, Nino Casamento   2. Toneguzzo e Chittaro  3. uno scorcio del pubblico presente  4. i relatori al tavolo  5. Nino Casamento e Franjo Ivos, le cui vicende hanno ispirato il romanzo  6. la consegna di una targa di riconoscimento al protagonista del libro  7. una targa ricordo allo scrittore



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