La presentazione di
Cecilia Garbellotto
agli studenti dell'Istituto tecnico di Patti (ME)
Prima di accettare o meno l'onore di presentare questo secondo romanzo di Nino Casamento, ho creduto fosse prioritario leggerlo, analizzarlo in tutti gli aspetti, penetrarne la sua essenza più riposta, comprendere il sentimento che ne sostanziava le pagine, coglierne il messaggio.
Oggi è a voi, ragazzi, che io dedico questa presentazione, è a voi che io desidero offrire uno spazio, un'occasione di riflessione.
Il romanzo, scritto in un linguaggio fortemente incisivo, avvincente, ma ad un tempo privo di ogni retorica, di ogni complicanza stilistica, di ogni manipolazione accattivante, riconferma la capacità dell'Autore a scavare a fondo nelle pieghe più riposte dell'animo, a penetrare i sentimenti, la psicologia dei personaggi cui dà vita, come anche a cogliere il significato profondo di eventi, di fenomeni sociali del nostro tempo, e soprattutto il forte impatto che tali eventi hanno sulla vita dell'uomo.
Attraverso questo scavo profondo Nino Casamento riesce a dar vita a personaggi attuali e ad un tempo capaci di assurgere ad una dimensione simbolica, universale, personaggi di tutti i tempi e di ogni luogo, al di là della loro puntuale connotazione temporale e spaziale, qual è l'uomo che soffre per la violenza del proprio simile e che trova nell'amore la forza per ricominciare a sperare.
Queste pagine ci inducono soprattutto a riflettere sulla stranezza della specie umana, ora "erogatrice di amore, di eroismo, di altruismo, ora di morte" come sulla vita stessa che, quasi "come un giusto e severo maestro, distribuisce gioie e dolori ricompensando gli uni con le altre": ed è questo il nucleo essenziale, il nocciolo del romanzo.
Sono pagine capaci di suscitare in chi legge profonde riflessioni: riflessioni sull'indifferenza, sull'insensibilità umana, sull'egoismo, sull'istinto dell'uomo alla violenza sempre latente nella storia degli uomini, ma ad un tempo sono pagine capaci di suscitare riflessioni sul sentimento religioso che dà la forza per andare avanti, sulla solidarietà, sull'altruismo, sull'amore che neanche la violenza e la crudeltà riescono a soffocare.
Pagina dopo pagina siamo portati a riflettere sulla ferocia disumana della guerra, sia della guerra guerreggiata, capace di far regredire l'essere umano, di sollecitarne gli istinti più animaleschi, di alimentarne l'odio verso il proprio simile, ma anche sulla ferocia di un altro tipo di guerra, quella della mafia, una guerra più nascosta, che agisce nell'ombra, fatta di minacce, di agguati, di terrore, di morte, guerra che a mo' di metastasi è andata diffondendosi nel corpo della società deteriorandola sempre più.
Scorrendo le pagine, sembra quasi che esse ci portino a scuotere la nostra indifferenza, ad aprire gli occhi e l'animo su quelli che sono veri e propri gioielli dell'umanità, gioielli che quasi non notiamo più, che ci lasciano indifferenti, che diamo quasi per scontati: tali sono gli squarci paesaggistici, le incomparabili bellezze naturali della Madre terra, come anche tutte quelle testimonianze di storia, di arte, di cultura spesso "martoriate dalla violenza deturpante e barbarica dell'uomo", bellezze comunque capaci anche di dare attimi di serenità, di fare da contrappunto a stati d'animo di sofferenza, di malinconia, di solitudine. Ed emerge la sofferenza dell'Autore, la sua amarezza per la quella furia devastatrice, fatta di irrazionalità e di indifferenza, spesso esercitata dall'uomo su di essi.
Nel romanzo si coglie anche la sensibilità, l'interesse, l'attenzione dell'uomo di cultura per gli usi, i costumi, le antiche tradizioni popolari, il folklore locale, in cui si esprime l'identità di una comunità, il suo tessuto connettivo e percepiamo il suo invito a non disperderle, a non abbandonare "i sentieri percorsi dai padri" in nome di una "globalizzazione anche culturale che ormai impera", a non distruggerne la memoria, a trasmettere un patrimonio in cui trovano le loro radici le nostre comunità e i nostri padri.
Ed è proprio in quelle pagine in cui si percepisce, si sente a pelle, la partecipazione dell'Autore, la voce della sua anima, la voce del suo cuore, che la prosa diventa poesia: ora sofferta, di fronte alle tristi ed amare vicende della storia come degli uomini, ora ottimista e fiduciosa di fronte alle espressioni di solidarietà, di fratellanza, di amore, come di fronte ai germi di speranza nel futuro di un mondo che tenta di riscattarsi per riacquistare una dimensione a misura d'uomo.
Ma ciò che fa assurgere il romanzo ad una dimensione universale è soprattutto il messaggio che esso ha trasmesso a me e che io trasmetto a voi: un messaggio che può essere accolto e trovare ascolto nell'essere umano di tutti i tempi e di ogni luogo, un messaggio che trasuda speranza, che sollecita a riprendere il cammino della vita, ad affrontare con coraggio l'avventura dell'esistenza, a rialzarsi dopo ogni caduta, ad aggrapparsi ad uno scoglio che ci salvi pur tra i naufragi inevitabili che costellano la vita dell'essere umano.
Ed è proprio di fronte a due naufraghi che ci troviamo in questo romanzo: Franjo e Silvana. Franjo, un profugo bosniaco cacciato dalla sua terra da una guerra che insanguina l'ex Iugoslavia, e Silvana, anch'essa costretta a lasciare la Sicilia per le violenze e le sopraffazioni della mafia: medesima è la loro vicenda di solitudine, di dolore, di sofferenza, medesimo è il loro passato denso di amare esperienze, di sogni infranti, di violenze subite in un mondo che, come dice Casamento, sa essere "implacabile, disumano, fino a diventare portatore di morte".
Troviamo Franjo profugo a Rivignano, una cittadina friulana: si logora nella malinconia, nella solitudine, pur se non manca la solidarietà di amici e compagni di lavoro che lo hanno accolto come "un compaesano, come uno di loro", che cercano di "sciogliere quel persistente grumo di amarezza solitamente addensato nel suo animo", che lo opprime da anni. Ed è qui che Franjo incontra Silvana.
La storia di Franjo e Silvana ci si presenta come spezzata: ora nel presente, ora nel passato recuperato sull'onda della memoria, in un continuo flash back, per poi ritornare nel presente: tra queste due dimensioni si dipana, davanti ai nostri occhi, il filo della loro vita.
Franjo nasce in un piccolo paese della Bosnia nel 1945, proprio quando la guerra sta per finire lasciando dietro di sé morte e distruzione. Soffre fin da piccolo per la mancanza di un rapporto quotidiano col padre dapprima militare, poi in carcere, quindi lontano per lavoro ed infine andato via per sempre tradendo la sua famiglia, i suoi affetti: un "mostro di egoismo" che Franjo, divenuto adulto, cancellerà per sempre dalla sua vita. Ancora ragazzino diventa l'"uomo di casa," ma non si perde d'animo, con coraggio, con l'aiuto del Signore, con dignità, cerca di far fronte alle difficoltà economiche della famiglia e ad un tempo si dedica, pur fra tanti sacrifici, allo studio. Dotato di una volontà di ferro, consegue il diploma, entra nel mondo del lavoro, si sposa, ed anche quando si abbattono su di lui, come tegole, come batoste, tristi vicende familiari, è proprio il suo forte carattere, l'amore per la sua famiglia e la fede in Dio che lo aiutano ad andare avanti.
Ma è con la guerra che inizia quello che sarà per lui un vero e proprio calvario. Nel caos della Iugoslavia del dopo Tito quel "coacervo di razze e popolazioni" diverse si sfascia, si dissolve. Dapprima è la volta della Slovenia, poi è la volta della Croazia dove esplode una vera e propria guerra, fra le due etnie, quella croata e quella serba, che presto degenera dall'una e dall'altra parte in obbrobriose operazioni di pulizia etnica. . : "..il Male è nell'uomo. E la guerra libera gli istinti del Male. E' la madre di ogni crudeltà": così amaramente riflette Joachim Fest, massimo storico tedesco.
In Bosnia compaiono i primi segni di una crisi economica che va sempre più aggravandosi: comincia a mancare il lavoro, si fa ricorso alla cassa integrazione, viene ridotta la paga, ma pur tra sacrifici si riesce ad andare avanti. Ma è all'indomani di un referendum per l'indipendenza, in cui vincono i nazionalisti, che la situazione diventa sempre più critica: in un clima di caos, di disordini, cominciano a mancare i generi di prima necessità, i negozi si svuotano, i suoi bambini hanno fame, occorre muoversi, varcare il confine alla ricerca di cibo.
Sulla via del ritorno dall'Ungheria, mentre infuriano i bombardamenti, sotto i fucili spianati di una pattuglia serba che gli intima l'altolà, a Franjo è fatale il nome: è un nome croato, "il nome del presidente dei bastardi croati". Creduto una spia, viene furiosamente rinchiuso in un campo di concentramento serbo. Qui gli sembra di rivedere nel ricordo l'orrore disgustoso del lager nazista di Mauthausen che aveva visitato tanti anni prima, orrenda macchina messa in piedi scientificamente per la soluzione finale degli Ebrei. Gli sembra di rivivere quell'atmosfera spettrale, bestiale, quelle immagini di sadismo, di spietatezza, di spaventosa barbarie, di totale disprezzo per la vita e la dignità umana che tocca il suo fondo. Gli sembra quasi impossibile che la violenza, l'anima belluina dell'uomo possa di nuovo prender piede nella moderna Europa.
Precipita in un inferno, una vita da animale, tra penose fatiche, lo strazio della fame, i soprusi, l'umiliazione, il pensiero dei suoi, tra "un'umanità abbrutita e derelitta"che i Serbi andavano strappando con violenza e spietatezza dai loro villaggi costringendola a vivere rinchiusa come animali in uno zoo.
Pur nello scoramento più drammatico, subentra in lui quella voglia disperata di sopravvivere che mai lo aveva abbandonato in tutte le più sofferte situazioni della sua vita. Ma in uno scambio di prigionieri, proprio quel nome croato, Franjo, quella religione cattolica che l'avevano fatto precipitare nel baratro, ora lo salvano, gli restituiscono la libertà: ritorna alla vita, ritorna uomo.
Ormai uscito da quell'inferno, inizia la sua dolorosa odissea alla ricerca dei suoi, dapprima in una Bosnia dilaniata dalla guerra, infestata dall'odio religioso. Patisce la fame, ora a piedi, ora in treno, ora con passaggi, tra umiliazioni, egoismo, insensibilità ed indifferenza di alcuni, solidarietà ed aiuti generosi di altri, mentre quasi dappertutto infuriano i bombardamenti, rovesci di fuoco, tra paesi ridotti a cumuli di macerie, tra soldati sempre disumanizzati da quella guerra crudele: ma della sua famiglia nessuna traccia, la sua casa ridotta ad un cumulo di macerie. Su una parete miracolosamente sottratta a quella violenza devastatrice scorge un disegno di un uomo grande con una divisa e un fucile, come in atto di voler difendere una piccola casa ed un piccolo bambino e, su di esso, una frase tracciata da una mano infantile: "Il mio papà": sente di non essere stato capace di proteggere quella casa, quel bambino.
Riprende la sua drammatica odissea alla ricerca dei suoi affetti in Slovenia: attraverso paesi, villaggi, città, in un percorso irto di difficoltà, di contrattempi, di impedimenti, di dolorose umiliazioni, di egoismo ed indifferenza anche da parte di quelli in cui confidava. Sembra quasi che una forza prepotente lo allontani dai suoi proprio quando sta per ritrovarli. Privo ormai di soldi che gli consentano di entrare in Slovenia, supplica, scongiura in nome di Dio, racconta della sua prigionia, ma niente da fare, si trova di fronte ad odiose incomprensioni, ad inesorabili e duri dinieghi. In preda alla disperazione, nell'estremo tentativo di sfuggire ai controlli dei doganieri, portato al posto di polizia viene scaraventato in una cella come un feroce criminale: si sente impotente, perde ogni speranza.
Ma l'indomani la voce dal "tono caldo e rassicurante" di un giovane tenente dell'esercito gli dice che è libero e, mostrando sensibilità d'animo, lascia che racconti le sue tristi vicende: prima di essere un soldato, è un uomo, la divisa non gli ha tolto i sentimenti, la sua umanità, pensa Franjo. Quando finalmente cessa la guerra, quando "quell'orribile mostro ebbe cessato di sputare fuoco dalle sue nari"quasi dovunque, Franjo riprende la ricerca giammai interrotta dei suoi di cui sembra che non ci sia più traccia, come svaniti nel nulla.
Decide di andare in Italia: è un "luogo ospitale", è vicina alla Slovenia, lì può trovare lavoro, può farsi raggiungere dai suoi una volta ritrovatili, lì vive un suo fratello verso cui prova un grande affetto, gli aveva fatto da fratello maggiore ed anche da padre sostituendosi al padre assente. Ma ancora una volta si vede tradito, e questa volta proprio dal suo sangue.
Comincia a girovagare, prima tappa Trieste, poi da un campo profughi all'altro: ma intanto vuole progettare il futuro, vuole trovare una sistemazione, un lavoro, vuole sfuggire alla noia, all'uggia procurata dall'ozio. Dopo alterne vicende inizia a lavorare a Rivignano come operaio metalmeccanico; qui viene fraternamente aiutato a riprendersi, a crearsi una nuova vita nel nuovo ambiente: trova casa, spera di potervi finalmente accogliere i suoi che continua spasmodicamente a ricercare. Per le ferie ritorna in Bosnia, a Serajevo: è un'esperienza dolorosa, la città non sembra più quella, appare sfigurata, colpita a morte con brutale violenza; una furia devastatrice sembra si sia abbattuta su di essa, sulle sue chiese, sui suoi maestosi palazzi, sulle sue strade.
Accanto a luttuose notizie ne riceve un'altra che lo riempie di gioia, di emozione, di trepidazione: la sua famiglia ha trovato rifugio ed ospitalità in Germania. Riprende la sua drammatica odissea: finalmente vede avverarsi il suo sogno da sempre carezzato, ma quel suo sogno irrimediabilmente svanisce di fronte ad un figlio che non lo riconosce, che resta come paralizzato al sentir dire: "Sono tuo padre", e di fronte a quell'espressione "tesoro", pronunziata da un uomo dietro la sua donna, proprio quando finalmente stava per riabbracciarla: quella che sembrava una magia si infrange, la guerra con la sua furia devastatrice aveva lacerato il tessuto dei suoi affetti.
Scappa via di lì: quella forza prepotente, quella maledizione che gli aveva impedito di ritrovare i suoi si era abbattuta per sempre su di lui.
Caduto in un baratro profondo, cerca di uscirne, vuole tornare a sperare, tornare a dare un senso alla sua vita. E l'argano che lo solleva da quel baratro, lo scoglio cui si aggrappa ha un nome, Silvana, la ragazza conosciuta in Italia, a Rivignano, con cui ormai da un anno usciva sempre più spesso.
Viene da un paese della Sicilia, di lei Franjo fin dal primo incontro ha colto nell'espressione del viso la stessa amarezza che prova lui. Si rivedono spesso: ogni volta che la televisione trasmette servizi sulla guerra in Iraq, insieme riflettono sul fatto che l'uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi porta dentro di sé l'istinto al male e quasi una tendenza naturale alla guerra che lo trasforma in belva, gli strappa la sua umanità.
Lui l'ha provata, ne ha vissuto gli orrori sulla sua pelle, con tutto il carico di sventure che ne erano seguite. A Franjo che le ha rivelato la sua dolorosa odissea, Silvana apre il suo cuore, gli rivela quel suo segreto che aveva cercato di tener chiuso nel suo animo, gli confida il motivo per cui aveva abbandonato la Sicilia. Quella Sicilia che lei amava, dove lei aveva un lavoro che le dava soddisfazione, dove affondavano le sue radici, dove aveva trascorso felicemente la sua favolosa infanzia, la sua adolescenza, dove si era diplomata, dove aveva conosciuto l'amore, una terra da cui non avrebbe mai scelto di allontanarsi: gli racconta il suo naufragio.
Anche lei ha conosciuto una guerra, una guerra non guerreggiata, una guerra diversa, ma fatta da gente ancora più terribile di "un'armata nemica", gente che minacciava, terrorizzava, agiva nell'ombra, tendeva agguati, uccideva. Lei andava fiera del suo paese. Tortorici era chiamato da sempre "la valle dell'ingegno" per la sua storia, per la sua cultura: era stato sempre un paese tranquillo, sereno, aperto alla socialità, ma ad un certo punto il suo paese aveva cominciato sempre più a cambiare: minacce, ferimenti, taglieggiamenti, estorsioni diventavano sempre più frequenti fino a degenerare in orrendi fatti di sangue. "Bande concorrenti, brutti ceffi, gruppi di giovinastri, frutti marci e malati di un terreno inquinato da valori fasulli che avevano sostituito i vecchi sani principi", "carnefici e nello stesso tempo vittime di una società cresciuta troppo in fretta e in modo distorto", venuti da fuori cominciavano a minacciare, a stringere il paese in una perfida spirale di terrore, di paura, di violenza, di morte; ed in questa spirale era finito anche suo fratello che lei tanto amava: scomparso per sempre, mai più ritrovato.
Dapprima cerca di reagire, di resistere, non voleva andar via, ma poi decide di lasciare la sua terra, precipitata ormai in un vero e proprio inferno: sente di non poter più vivere in quel paese incancrenito da belve omicide, in quella terra che l'aveva tradita.
Per Franjo, trascorsi tanti anni in sofferta solitudine, questa donna che gli apre il suo animo, che gli dà serenità, gli sembra quasi un dono piovutogli dal cielo, capace risuscitare nel suo animo quel calore, quella voglia di vivere che sembravano spenti, ma anche lei ha bisogno di lui per ricominciare a vivere: insieme possono riprendere i sentieri della speranza, possono tornare a credere nel futuro, insieme possono "riprendere il flusso della vita". Stringono un patto d'amore.
Ed è grazie a quest'amore, a quello che esso rappresenta per loro, che dapprima Silvana e poi Franjo, aiutandosi reciprocamente, riescono a riconciliarsi con la propria terra, a ritrovare un rapporto con essa, a riannodare quei fili che si erano spezzati con quei luoghi natii cui li legano tanti ricordi, tante emozioni dolci ed amare, quella terra che essi avevano amata, che ancora amano e che li aveva entrambi traditi. Quella terra dove c'era stato un feroce e violento imbarbarimento, ma in cui ormai i loro occhi, attraverso la lente dell'amore, cominciano a scoprirvi incoraggianti segni di cambiamento, i primi barlumi di una volontà di riscatto, una volontà sempre più forte di sconfiggere violenza e odio. Mentre le parole di una canzone che riecheggiano nell'aria, "Rivedo ancora il treno allontanarsi e tu che asciughi quella lacrima. Tornerò….." hanno per loro il significato di un "messaggio di speranza, di pace e di amore". E proprio quel nome "Franjo", che l'aveva fatto naufragare e poi riemergere, pronunciato in maniera storpiata, ma con sincero trasporto affettivo, da un vicino a Tortorici, lo fa sentire come a "casa sua", come tra compaesani, tra amici, gli apre il cuore alla speranza che anche nella sua terra, in cui un giorno anche lui, aiutato dall'amore i Silvana, sarebbe tornato, possa ritrovarvi un senso di appartenenza, possa cogliervi un sentimento di amicizia, di fraternità, di pace, possa tornare a veder splendere il sereno "su quest' atomo opaco del male".