INTRODUZIONE
La narrativa italiana di questi ultimi decenni è stata definita una carovana di occasioni, ossia un ventaglio di prodotti letterari che hanno una infinita molteplicità di tematiche, che vanno dal racconto di evasione alla descrizione delle maschere della società contemporanea, dal revival del romanzo storico alle investigazioni esistenziali sull'uomo contemporaneo, dalle cronache di provincia allo sperimentalismo più azzardato.
In questo spazio aperto a tutte le forme della creatività il viaggio della narrativa italiana continua. Ed è un viaggio che lascia intravedere, attraverso un ampio repertorio di esempi significativi, una eterogenea condizione di intrigo, un teatro di sollecitazioni e di modelli di racconto che oscillano, appunto, tra quello regolare e tradizionale e quello che si abbandona a preziosi esperimenti di officina.
La trama degli interessi si mostra molto volubile, così come la costellazione dei linguaggi. La biblioteca dei codici espressivi, infatti, è anch'essa assai ricca e variegata.
Nino Casamento, in questo universo senza confini, è una voce nuova, una presenza che tende sempre più ad emergere e ad affermarsi meritatamente per le potenzialità artistiche che man mano va manifestando ed evidenziando, a partire dal precedente e primo suo fortunato romanzo.
IL NOME NEMICO
Gangemi Editore, Roma 2006
Dopo il fortunato esordio letterario mediante il precedente romanzo, L'albero dei torti, Nino Casamento ha ripreso, con rinnovata energia creativa, l'attività di narratore impegnato: impegnato a dare voce e rilievo plastico a situazioni sociali, che sono contemporaneamente reali e metaforiche, che riguardano cioè la contingenza e la perennità, la storia e la metastoria, l'individuo e la società, il bene e il male nella loro inarrestabile dialettica.
In questo secondo romanzo, Il nome nemico (Gangemi Editore, Roma 2006), Casamento crea una sorta di gemellaggio letterario fra due regioni - la Bosnia e la Sicilia - che in comune hanno non solo la naturale splendente bellezza dei paesaggi, ma anche e soprattutto la sofferenza, l'insicurezza, la precarietà del tutto, le stigmate di quell'oscuro peccato originale che genera l'ingiustizia e la violenza. Nell'una, la Bosnia - o per meglio dire, la ex Jugoslavia - proliferano l'odio etnico, il conflitti religiosi, le guerre fratricide, le contrapposizioni culturali e i veleni politici, repressi con le armi e con il terrore per tutta la durata del regime marxista, ed esplosi con anarchica smisurata virulenza subito dopo il precipitare e frantumarsi dell'ideologia e del regime di Tito.
Nell'altra, la Sicilia, per quanto apparentemente integrata e tranquilla, agisce - dentro i meandri delle sue articolate forme di potere, ma anche all'interno di una parte della sua società, quella più malata, più irrequieta e trasgressiva - agisce, dicevo, un contropotere sommerso, tentacolare e devastante che si chiama "mafia", da cui vengono inquinate le istituzioni e la cultura, i rapporti sociali e le attività economiche, il sistema giudiziario e quello civile: un flagello insomma che corrode più del vetriolo, più della ruggine.
Dalla ex Jugoslavia si fugge per fame, per paura, per l'impossibilità di una vita vivibile; dalla Sicilia si emigra per mancanza di occupazione, per svincolarsi dagli artigli della criminalità, per realizzare il proprio destino o per estrinsecare i propri talenti.
Dentro questo assetto strategico di inquietante attualità lo scrittore ambienta la ricca trama delle vicende esistenziali di Franjo e Silvana, l'uno proveniente dalla provincia di Sarajevo, l'altra da quella di Messina; l'uno fuggito dall'inferno di un feroce conflitto, l'altra allontanata dalle minacce terroristiche di una faida mafiosa.
Questa esperienza di forzata esclusione dalla propria terra, piuttosto che di volontaria, deliberata emigrazione, per quanto assai dolorosa, lascerà nell'uno e nell'altra brucianti ferite, spirituali e morali, resistenti a una compiuta rimarginazione. Difficili da rimuovere saranno inoltre per lui i traumi causati dalla scoperta delle foibe e dalla memoria dei massacri, gli incubi dei campi di raccolta-profughi, il martirio di tante popolazioni inermi e innocenti; per lei invece gli squarci grondanti di sangue, aperti sui petti dalle lupare siciliane.
I due protagonisti, simili a relitti travolti, trascinati e abbandonati da separate bufere, s'incontrano per caso in un paesino del Friuli - Rivignano - dove da tempo si erano trasferiti in cerca di lavoro, ma principalmente per avidità di pace, di un mondo a misura umana, che tenesse lontani la vista e l'udito da quegli spari e da quella bolgia di ferocia infinita che il disastro della seconda guerra mondiale non aveva e non ha ancora spento.
In questa cittadina ricca, disciplinata e attiva, i fili spezzati delle travagliate esistenze di Franjo e Silvana si uniranno per sempre, in nome di un amore che alla fine vince, anche se inizialmente pareva del tutto depennato dalla faccia della terra. Ma prima che questo avvenga troppe traversie, troppi accidenti ciascuno dei due deve affrontare e superare!
Il racconto inizia quando il bosniaco Franjo, dopo una tormentata odissea di peregrinazioni, di fughe, di separazioni, di ostacoli d'ogni sorta, giunge a Rivignano, dove trova occupazione in una fabbrica di serbatoi e carpenteria metallica.
L'estate è quasi finita, ma il giovane profugo l'ha trascorsa nella solitudine più grigia, nella malinconia e più spesso nella noia più scialba. Sbattuto qua e là dalle incalzanti tempeste della vita e psicologicamente percosso come un albero investito dalla bufera, Franjo è un relitto d'uomo, scampato fortunosamente a una guerra che brucia e divora ogni cosa, che passa e devasta lasciandosi alle spalle il deserto. Le ostilità etniche e religiose esplodono con una forza dirompente, quando la dittatura di Tito si sgretola e frana.
All'età di 50 anni non è facile raccogliere e ricostruire i relitti di un naufragio che è familiare, sociale e nazionale. Il dissesto è ormai totale e totalizzante. E l'aspetto fisico stesso di Franjo lo rivela: magro, semicalvo, naso aquilino.
Una sera, dopo un incontro casuale con un compagno di lavoro, Franjo ha l'opportunità di conoscere appunto Silvana, una siciliana di Tortorici, fuggita pure lei da quel paese collinare, adagiato sopra uno dei crinali dei Nebrodi, tra il verde dei noccioleti e gli scoscendimenti accidentati e irregolari di quel lembo di terra. Tortorici è un comune che unisce, in uno strano coacervo, paesaggi di selvaggia mediterranea bellezza e l'inquieta tempra di alcuni suoi focosi abitanti, l'orgoglio di una sedimentazione culturale forte e l'impudente arroganza di una trasgressività a volte clamorosa. Di quella prorompente bellezza Silvana è una testimonianza e un paradigma: il portamento, i folti e ricci capelli, la profonda e mesta oscurità degli occhi ne catturano l'attenzione e l'interesse.
Anche lei è una profuga. Anche lei è riuscita a divincolarsi dai tentacoli di un'altra guerra: una guerra più insidiosa, più sotterranea, ma non meno spregiudicata e invasiva. La combattono senza tregua i signori del malaffare, gl'invisibili tiranni dai colletti bianchi e i mercenari dalla pistola facile. I loro teatri di azione sono le piccole città del territorio di cui le cosche affermate o emergenti, a più livelli gerarchici, si contendono il controllo economico a colpi di attentati, di esplosivi, di estorsioni e di sangue.
Un manipolo di criminali, in breve, paralizza ogni slancio, soffoca ogni sforzo di liberazione, corrompe, arruola e devia le coscienze più fragili.
Tra compagni di sventura il feeling matura presto e quasi per fatale attrazione; perciò l'intesa tra i due protagonisti è quasi istintiva, la solidarietà sollecita a manifestarsi. Lei, Silvana, aveva preso le dovute distanze dal marito: un violento, cresciuto e formatosi in quell'ambiente di barbarie straripante, di devianza letale. E anche dal fratello, finito pure lui nella trappola dei morti ammazzati.
Quella sera Franjo e Silvana promisero di rivedersi e di frequentarsi.
Seguendo la tecnica della retrospettiva, il romanzo a questo punto tende al rastrellamento del vissuto, ripercorre alcune delle pagine più travagliate della recente storia europea - e più specificamente jugoslava - e si addentra nel labirinto dei conflitti del secondo dopoguerra fino alle soglie del nuovo millennio, di cui, attraverso le vicende di Franjo da una parte, e di quelle di Silvana dall'altra, ricostruisce in parallelo, per un verso, il filo d'Arianna che unisce i destini degl'individui con la follia della guerra e con i sofismi delle ideologie che hanno prima stretto l'Europa in una morsa mortale, e poi l'hanno ridotta in polvere. Per un altro verso, le trame perverse di una storia di sangue che ha macchiato un vasto settore della costa tirrenica, da Barcellona a S. Agata Militello: una guerra dentro la guerra, una faida territoriale dentro una faida di dimensioni continentali, dove le macerie si aggiungono ad altre macerie, individuali e collettive, morali e fisiche.
Tutto appare come osservato e raccontato in diretta, unificato da una scrittura che non altera, non enfatizza la verità, anche quando percorre le strade di due saghe familiari mafiose, anzi si fa più limpida e avvolgente. L'autore così mette insieme su un versante i frammenti connessi alla visione del mondo del suo piccolo eroe, sull'altro una galleria di immagini, volti, eventi, figure di contorno, disavventure, imprevisti, che formano il reticolato narrativo di supporto o di contorno.
In questa mappa, connotata da una mobile tessitura di itinerari, sentieri e peripezie, la storia di Silvana diventa una metafora che ci porta a meditare su questa terra di malacarne e di malasorte che è la Sicilia dei mafiosi, dove tutto è spinto fino all'estremo, ma anche sull'enigma del destino di Franjo e di personaggi come lui, costretti a mendicare un'introvabile quiete.
In questo modo l'azione si dipana mutandosi in un apologo significativo e la Sicilia, non meno della Bosnia, diventa paradigma di una condizione esistenziale dell'uomo contemporaneo, sospeso fra difficili sogni di pace e inaudite deflagrazioni di ferocia, fra spinte di integrazione dei popoli e maldestre divisioni e lacerazioni, fra conati di apertura al dialogo ed empie sanguinarie guerre sante.
Anche nel precedente romanzo, L'albero dei torti, alcune di queste problematiche erano presenti: l'emigrazione, la ricerca di una propria identità, il contrasto nord-sud, l'immagine di una Sicilia che assomma tutto il bene e tutto il male della terra. Ma in questa seconda opera gli stessi temi acquisiscono una nitidezza, una trasparenza e uno spessore più immediatamente verificabili, stagliandosi su orizzonti più dilatati e malfermi.
Non meno esemplare è la storia di Franjo, perché assimila e sintetizza le tante ignote storie di profughi, di immigrati, di perseguitati: marocchini, somali, nigeriani, ucraini, che sbarcano sulle nostre coste, in condizioni disperate, lasciandosi alle spalle affetti e smisurata miseria, famiglie e spaventose malattie, sogni e ignobile schiavitù, per tentare l'incerta e più spesso amara ironia della fortuna.
Quella di Franjo è la disavventura di uno straniero come tanti. Nato negli anni cruciali della fine della guerra, cresciuto in un territorio dilaniato e in una famiglia che presto si sfalderà e disgregherà, costretto per un certo periodo a procurarsi da vivere raccattando rottami riciclabili in una vecchia discarica, schiacciato dal peso delle proprie responsabilità in età adolescenziale, colpito da infortuni di vario genere, si trova - dopo la morte del dittatore Tito - ad affrontare la instabilità di un paese in cui divampano gli odi etnici, religiosi e politici, che sono gli effetti devastanti delle dittature e delle guerre a catena. La Slovenia e la Croazia, infatti, reclamano l'indipendenza; cominciano le cosiddette pulizie etniche, connotate da una ferocia ingiustificata; la Bosnia insorge anch'essa, ma la vittoria dei nazionalisti scatena rappresaglie, furti, disordini, rapine e crisi dei generi di prima necessità.
Franjo tenta di raggiungere l'Ungheria per rifornirsi di viveri; percorre una ottantina di km in un territorio incendiato dalla guerra. La sua avventura finisce male, in un campo di concentramento serbo. I prigionieri - croati, bosniaci, macedoni, albanesi - subiscono stupri e maltrattamenti di ogni sorta, secondo un rituale che non conosce riforme.
Il paese di Franjo diventa un cumulo di macerie. Le rovine investono tutto. La sua famiglia, sotto la scorta della Croce Rossa, viene messa in salvo, ma lui non sa dove. Comincia un ulteriore pellegrinaggio alla ricerca dei suoi, ma tra un tentativo e l'altro, tra un nascondiglio e un altro, Franjo finisce rinchiuso nella cella di un carcere, da dove, una volta liberato, raggiungerà l'Italia per trovare lavoro e ricostruirsi una nuova, difficile vita.
A Rivignano, dove - come si era detto - conosce Silvana, con cui discute di mafia, di guerra, di lutti reciproci, inizia una seconda vita. Senza più nessuno lui. Senza più nessuno lei. Da una parte la criminalità organizzata, da un'altra il dissesto determinato dagli sconvolgimenti successivi alla fine del comunismo russo, - come cerchi che si restringono e che stritolano i due emblematici protagonisti - costituiscono le coordinate di questo romanzo a scacchiera, di questo mosaico storico della società malata del nostro tempo, dove ogni tassello narrativo s'incastra nel più ampio fondale della società del secondo Novecento, così suscettibile alle mutazioni, ai rivolgimenti e agli sconvolgimenti, illuminando di luce sinistra i sotterranei di popolazioni che i regimi totalitari hanno tenuto in catene con l'equilibrio del terrore.
Dalle ceneri fumanti di una mortale apocalisse della civiltà europea nasce, tuttavia, un amore nuovo, un vincolo che le diverse disavventure ora rendono più saldo e duraturo. Il regalo di un anello nuziale, fatto in una serata triste e romantica, ma foriera di nuove illusioni, aprirà per l'uno e per l'altra, una nuova alba di pace, una unione che sarà definitiva.
Dove trascorrere un rinviato viaggio di nozze? "Perché non andiamo in Sicilia?", propone Franjo alla compagna. Alla stazione di Capo d'Orlando li accoglie un anziano parente di lei, che li accompagna fino a Tortorici, dove Silvana, affettuosamente abbracciata dai suoi, si riconcilia con il paese e con l'Isola, così come un giorno anche Franjo si riconcilierà con la sua Bosnia.
Il tema dell'emigrazione era stato già trattato nel precedente romanzo, e con dovizia di implicazioni psicologiche, umane e sociali. Ma qui vi ritorna contestualizzato in uno scenario più vasto, più articolato e più complesso. In L'albero dei torti come necessità di soddisfare un'esigenza di legittima affermazione di sé, in Il nome nemico come fuga dall'aberrazione collettiva, come scampo dal male della guerra, dai mostri e dai lutti che essa partorisce; nel primo caso come ricerca di esplicitare i propri talenti; nel secondo caso come esigenza di affermare il proprio diritto alla vita; in ambedue le situazioni come sradicamento, come strappo e come esilio in terre diffidenti, straniere e ostili, se non nemiche.
Romanzo esemplare, questo, di un'ingiustizia storica che vede contrapposta la Sicilia inquinata dal malgoverno a un Friuli ricco e laborioso, l'una collocata al limite estremo del Mezzogiorno d'Italia, l'altro al termine ultimo del Settentrione d'Italia. Essi rappresentano due mondi a confronto, due realtà frontalmente diverse e divergenti che occorrerebbe rimettere in equilibrio nel rispetto delle loro storiche e naturali diversità.
Romanzo di affetti spezzati, inoltre, e di amori negati, che la guerra disvia, trascina e porta alla deriva, in nome di certa prepotenza ideologica che è propedeutica a quella delle armi e di quell'impulso alle devastazioni, agli assassini e alla furia distruttiva che è dentro l'animo dell'uomo.
Romanzo, anche, sotto un certo versante, di una Sicilia così difficile da capire e da amare, che si rifiuta di svelare i propri segreti, di accettare i propri insuccessi e di ammettere i propri torti; e romanzo del male che principalmente l'affanna, la logora e la divora - la mafia - origine di tutte le sue sconfitte storiche.
Ma Il nome nemico non è solo questo. Nel suo ordito narrativo serpeggiano malinconie di cose perdute, ricordi delle terre di origine, rimpianti di rapporti umani dissolti e di persone scomparse o disperse. E ci sono solitudini pastorali, ritratti di paesi appollaiati sulle vette dei monti, descrizioni di feste e di tradizioni antiche, di edifici di culto e di eventi folkloristici, di strade e quartieri parati e addobbati per le ricorrenze religiose.
E le descrizioni sono sempre animate e puntuali: si tratti delle montagne della Carnia o dei massicci montuosi dei Nebrodi, dei borghi medievali arroccati sui picchi di speroni rocciosi o di villaggi adagiati nel fondo delle valli, tra corone di pini o di castagni. La precisione non risparmia neppure i ritratti fisici dei personaggi.
In questo teatro di guerre, in conclusione, non mancano oasi di pace, idillica e marmorea. A queste pause, che hanno la funzione di aprire parentesi di abbassamento della tensione emotiva, si aggiungono le descrizioni di edifici sacri, di luoghi di culto, di eventi folkloristici, di tradizioni locali.
Il ventaglio degli accadimenti, il corteo dei volti, la blanda malinconia che si stende sulle cose, il disegno senza sforzo dei profili degli umili, la vita stessa del protagonista, filtrata dall'esperienza dell'autore, il coro di voci sonore o di silenzi perplessi, sparsi qua e là, rendono agile il romanzo e lo trasportano di tanto in tanto dalla tragica realtà esterna in atmosfere di stampo intimistico.
I personaggi sono sempre portatori di valori o di punti di vista dell'autore. Franjo, per esempio, nello sport come nella vita, parteggia sempre per i più deboli, per i vinti e i derelitti. E questo costituisce una delle chiavi di lettura del messaggio implicito del romanzo.
La scrittura tende ad evitare ogni forma di complicazione e, affidando gli eventi alla persuasività della cronaca, o della storia, consente una connotazione che non è difficile individuare. Lo stile piano e formalmente disciplinato colloca il variopinto saggio delle azioni e dei resoconti su un indiscusso livello artistico.
La narrazione, in sintesi, scorre con la regolarità di un fiume che non incontra ostacoli, oscillando - ma senza improvvisi mutamenti di percorso - fra il nudo referto giornalistico e il lampeggiante affiorare e incresparsi delle riflessioni, su cui si diffonde sempre una giusta illuminazione.
Salvatore Di Fazio