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Una lezione d'umanità
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S.Piero Patti -  da sinistra: l'assessore alla Cultura Serafina Collorafi, Nino Casamento, Angelo Coco

 

IL NOME NEMICO

di Nino Casamento

Note critiche

a cura del giornalista, poeta e scrittore Angelo Coco


          Con " Il nome nemico" Nino Casamento, dopo appena un anno dall'uscita della sua prima fatica letteraria "Insidie e delusioni nella vita di un emigrante. L'albero dei torti", ritorna al pubblico con un romanzo nel quale ripercorre molte delle problematiche della nostra società, a volte soltanto accennandole ma sempre dando al lettore lo spunto e la possibilità di aprire ampi ventagli di riflessione sul panorama e le occasioni che gli si presentano.
          Due sono gli scenari sui quali si sviluppano i tracciati della narrazione: la ex Jugoslavia, patria del profugo Franjo Ivos (nome immaginario dato ad un personaggio che realmente esiste e che l'autore incontra in occasione della festa di Ognissanti) e la Sicilia, terra di Silvana.
          Anche se il luogo che fa da sfondo recitativo è Rivignano, paese del Friuli nel quale il protagonista maschile "aveva trovato lavoro in una fabbrica di serbatoi e carpenteria metallica".
          "Il nome nemico" non è un romanzo storico e neanche un romanzo d'amore nel significato pieno del termine anche se il sottotitolo: "Due vite sconvolte che 1 'amore risolleva" farebbe pensare in tal senso.
          Non è neanche un romanzo epico, come certamente lo sono quelli di un grande scrittore friulano, Carlo Sgorlon, dal quale riprende, però, lo slancio coinvolgente del pathos narrativo, pur senza aprire ampi squarci psicologici, e l'uso di una certa specifica terminologia, soprattutto gastronomica, propria di quei territori.
          "Il nome nemico" è, invece, il romanzo della ricerca della vita e del riscatto, nella convinzione che "un uomo disperato è disposto a bruciare per intero la sua dignità, grano a grano, come si fa in chiesa con 1 'incenso del turibolo".
          Ma è pure un romanzo che, se non ben inquadrato nelle sue linee specifiche, potrebbe correre il rischio di essere etichettato come "decadente" e non costituire, invece, quella forte sfida lanciata da Franjo ad una condizione non voluta e contro la quale il protagonista combatte fin da adolescente.
          Non è neanche, quindi, un romanzo di figure perdenti, anche se al suo interno esistono personaggi sconfitti. E' il caso del padre di Franjo che non ha il coraggio di comunicare la sua scelta di abbandono della famiglia ma sparisce, quasi temendo il confronto.
          Uno sconfitto da certi "poteri" forti è lo stesso Franjo quando viene convinto che lasciar perdere la tutela di un proprio diritto - quello di seguire le strade della legge per ottenere giustizia nei confronti del medico che ha causato la morte del nascituro suo figlio - sia la soluzione migliore.
          Franjo, sì, è vero che in certi momenti subisce gli avvenimenti, ma ha sempre - e non solo nella volontà - la forza di reagire, di lottare, di giungere al punto d'arrivo prefissato.
          Non tragga in inganno, dunque, l'affermazione che" l'amor proprio è un sentimento che non può trovare spazio nell 'animo di chi non ha più risorse da spendere, neppure quella estrema della propria esistenza."
          Ed è proprio questo suo modo di essere che ne fa un personaggio positivo nonostante le avversità e la solitudine lo abbiano tormentato più del solito.
          Pur giungendo ad una conclusione positiva comune - quella dell'amore che sboccia con Silvana - "Il nome nemico" si sviluppa attraverso due itinerari perfettamente paralleli, vissuti a distanza fra i protagonisti con le loro figure che assumono, innegabilmente, connotazioni diverse.
Franjo Ivos nasce nel marzo del 1945 "sulle colline di Kralieva Sutiesca, un piccolo paese della Bosnia centrale", e la sua nascita "assomigliava allo spuntare di un piccolo fiore" che si faceva strada nella dura terra lasciata dall'inverno, proprio in quel momento in cui "la guerra stava per concludersi, lasciandosi alle spalle uno spaventoso carico di morti e di distruzioni".
Già da queste prime battute si nota la decisione dell'autore di proporre un personaggio che si imponga all' attenzione come punto di rinascita e costituisca l'emblema di una popolazione in lotta per la conquista della propria libertà all'interno di una guerra civile.
La sventura che ha il protagonista del romanzo è quella di portare lo stesso nome, Franjo, di quello "del presidente di quei bastardi croati".
Da qui il titolo del romanzo.
Da questo caso di ricercata omonimia nasce anche il susseguirsi di tutta una serie di vicende e violenze che condurranno Franjo Ivos a conoscere la durezza della prigionia in un campo di concentramento.
E qui Casamento fa una descrizione delle condizioni di vita di un internato, riportando alla mente alcune pagine che ci ha lasciate lo scrittore Primo Levi in "Se questo è un uomo", ma soprattutto quella frase che dovrebbe costituire una massima di vita: "Quando non si riesce a dimenticare, si prova a perdonare".
Ma "il nome nemico" non scaturisce soltanto da una semplice omonimia tra due persone, una delle quali potrà essere più o meno amata o più o meno odiata e combattuta dell'altra.
          "Nome nemico" dunque inteso nel suo significato più strettamente letterale e non come trasposizione in uomo nemico.
          Se, invece, allargando il raggio dell'analisi, volessimo identificare un termine con l'altro, verrebbero fuori tutta una serie di raffronti che potrebbero portarci lontani dal retto sentiero, anche se aprirebbero spiragli certamente nuovi nell' interpretazione della stesura del romanzo.
          Così ci accorgeremmo che, in quest'ultimo caso, il nome nemico emerge ogni qualvolta si crea un'azione di contrasto; si genera una diversità; si affronta una difficoltà di cui certe regole  impediscono il superamento; diventa quasi un fatto razziale fra le due popolazioni in guerra nella ex Jugoslavia.
          Così "il nome nemico" risulta essere il padre di Franjo quando abbandona la famiglia e poi, nel momento del bisogno, cerca di recuperare maldestramente il rapporto col figlio, al quale proprio sono mancate quelle attenzioni fatte "di giochi e di carezze, di rimproveri e di incitamenti, come per gli altri suoi compagni di scuola".
          Così come il nome nemico può essere rappresentato da quel medico che, operando con poca perizia, fa morire, al momento del parto, il figlio che la moglie di Franjo stava per dare alla luce.
          Pur in questi accadimenti negativi, non manca però il momento di fede, che da queste situazioni finisce con lo scaturire.
          Un sentimento che, senza essere ostentatamente invasivo, compare nei momenti cruciali del racconto e si presenta nella forma dell'ammirazione per la bellezza della natura o in quello dell'umana pietà.
          Franjo, é un uomo che, nella sua sofferenza, comprende il rapporto con Dio attraverso la natura che amava osservare per "poi riprodurla a suo modo, trasformando/a e plasmandola a piacimento. Nell 'arte ci doveva essere qualcosa della potenza creativa del divino, se l'uomo poteva modellare uomini e cose secondo il proprio volere o il proprio stato d'animo".
Ma è forte, soprattutto, l'affermazione di padre Ištuk nel sostenere che il compito generale del prete è quello di assistere "chiunque abbia bisogno. Un ferito è un uomo in difficoltà che necessita di cure. L 'importante è salvargli la vita, poi ognuno  l'affidi pure al proprio Dio. Non importa che sia il nostro."
E' importante, in definitiva, credere in qualcosa, in una Essenza superiore che diventi punto di riferimento della nostra esistenza. La molteplicità delle religioni, dunque, come forma di pluralismo, pur nella diversità del loro modo di rappresentazione e di intendere il rapporto con l'Altro.
Infine, bellissime le parole di Franjo, che suonano da monito: "Se tutti gli uomini seguissero questi principi di fratellanza e umanità, le guerre scomparirebbero dal mondo", quelle guerre che tolgono valore alla vita umana.
E Silvana?
Nata a Tortorici, un paese dai luoghi "amari e dolci" della terra di Sicilia, segue il destino di emigrante per trovare un lavoro e non subire le tristi realtà locali, fatte non solo di disoccupazione ma anche di violenza.
Pur avendo un ruolo apparentemente minore, Silvana diventa il soggetto attraverso il quale l'autore fa scorrere, sotto gli occhi del lettore, fatti e personaggi della nostra provincia di Messina, facilmente identificabili in notizie di cronaca nera accaduti negli ultimi decenni.
Così, si capisce che l'assassinio del marito di Giulia, "corrispondente da Barcellona per un importante quotidiano", è quello di Beppe Alfano, trucidato dalla mafia  locale "dopo una inchiesta pubblicata dal giornale su una grossa truffa, in cui erano implicati dei boss".
          Più tranquilla di quella di Franjo, la figura di Silvana si impone all'attenzione anche perché riporta alla luce usi, costumi e tradizioni della terra di Sicilia attraverso la memoria ed i racconti della nonna.
          Così ci avviene di rivivere le fredde sere d'inverno trascorse accanto al braciere a parlare di fate, gnomi e "truvature", in quel segno di antichi luoghi comuni ormai scomparsi nell'era della tecnologia.
          E Silvana diventerà, alla fine, il giusto punto di arrivo di Franjo - con il fallimento di un matrimonio alle spalle - nella ricerca della sua stabilità sentimentale che ripartirà dalla Sicilia.
          Questa scelta dell'autore si configura in un ritorno di Silvana alla terra madre, quasi "ad una riconciliazione" col suo paese e con la sua gente dalla quale è stata lontana per anni. Ma potrebbe pure essere un abbraccio dello stesso Casamento a quei luoghi dai quali, giovane laureato in Lettere moderne, si è dovuto allontanare per recarsi al Nord in cerca di lavoro.
          Franjo accetta la decisione di Silvana e finirà col sentirsi, "seppur straniero, a casa tra gente che lo rispettava".
          Franjo Ivos compie un percorso peregrinando per varie zone della ex Jugoslavia, novello Ulisse alla ricerca definitiva della propria casa e dei propri affetti familiari.
          Finirà con il non trovare, nella propria terra, nessuna delle due: la prima, perché distrutta dalla guerra fratricida interna. La seconda, perché portata via da un altro uomo.
          E la moglie non rappresenta certo la paziente ed inflessibile Penelope, rimasta in fedele attesa del ritorno del proprio Ulisse.
          Il  linguaggio  scorrevole   e   le  tematiche   che  appartengono  alla  quotidianità  dei  due  luoghi  ( Jugoslavia  e  Sicilia ) ma  che  poi  sono comuni al mondo intero, conducono il lettore quasi per mano, offrendogli lezioni di umanità provenienti, per lo più, da persone insospettate; ampie partizioni di storia e geografia  che, nel loro insieme,  se da un lato frammentano ( rapporti  di Franjo con la propria famiglia), dall'altro  tendono,  attraverso  un  cammino  progressivo  di  esperienza  ( che passa anche dai campi di concentramento ), a cementificare un'azione di socializzazione che porterà allo sfociare di un amore, alla soglia dei 50 anni del protagonista, che rivaluterà sofferenze e disagi di due vite.
          Per certi aspetti "Il nome nemico" si presenta anche come un romanzo circolare, laddove propone situazioni e descrizioni "ripetitive" che investono l'esclusiva sfera sensibile del protagonista.
          Così avviene di leggere che Franjo nasce nel marzo del 1945 (stesso anno dell'autore) e, sempre nel mese di marzo di parecchi anni dopo -  "era un sabato" - rinasce da un incidente stradale nel quale muoiono tre suoi amici; il padre di Franjo abbandona la famiglia per andare a vivere con una compagna che morirà di tumore e poi con una donna che ha la stessa età di Bosiljka" (sorella di Franjo) e Franjo, tornando dalla prigionia, dopo anni di assenza, scopre che sua moglie si è rifatta una nuova vita con un altro uomo.
          Anche le stagioni acquistano una loro significazione.
          "Il nome nemico" si presenta quasi in forma crepuscolare già dall'inizio ("L'estate era finita da tempo"), sviluppandosi esclusivamente nei mesi invernali con le loro atmosfere ("cumuli di neve si ammassavano ai lati delle strade. Spirava un venticello gelido" e poi "Il vento gelido sferzava i corpi intirizziti dei prigionieri", ed ancora "Certe mattine d'inverno, quando il vento spazzava l'aria") per trovare la spinta verso la luce, quando spunta "un sole primaverile che intiepidiva l'aria".
          E' il preludio all'arrivo del mese di giugno quando esploderà l'amore fra Franjo e Silvana.
          La narrativa di Casamento ha, nell'utilizzo appropriato dei termini e nella creazione di atmosfere familiari descritte quasi in forma giornalistica, i suoi punti di maggiore forza e la sua validità prende corpo nel consegnarci realtà a noi vicine, anche quelle dai risvolti esclusivamente tragici.
          Ci proietta in un mondo del quale non siamo solo parte integrante ma ne costituiamo la parte attiva, quella propulsiva che però, a causa delle proprie debolezze, finisce col generare spesso azioni negative.
          E, da giornalista attento qual è, Casamento trasferisce sulla pagina, in modo sintetico e senza sciupio di periodi che potrebbero appesantire il discorso, la realtà delle cose, quel male che è in esse, per dirla col titolo di un recente romanzo di Maurizio Cucchi.
          Ma ne trae pure ciò che di valido la società di oggi propone e ce lo trasmette con la semplicità dell'esperienza di chi è stato per tanto tempo educatore delle giovani generazioni.
          "Il nome nemico", in conclusione, è un libro che si propone nel vasto panorama letterario nazionale come un testo che rifugge le occasioni di una scrittura "commissionata" e veste i panni di un romanzo-saggio sulla storia dell'uomo e dei suoi sentimenti inquadrati in un periodo temporale ben determinato ma universalmente validi.
          E potrebbe essere diverso da ciò un testo che esalta il valore della vita?
                                                                                     

                                                                                               Angelo Coco

 


         



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