Alla morte di Tito l’ ex Jugoslavia diventa una polveriera e anche la pacifica Bosnia viene coinvolta nei massacri e nelle devastazioni più atroci. La povertà, la fame cominciano a rendere la vita impossibile. Manca ogni cosa e Franjo, ormai marito e padre, è costretto a rischiare per garantire alla sua famiglia il minimo indispensabile per la sopravvivenza. Parte con un conoscente alla ricerca di qualcosa da mangiare, ma viene catturato e deportato: la sua unica colpa è quella di avere un “nome nemico”, quello del presidente della Croazia.
Sfuggito alla deportazione, inizia un doloroso pellegrinaggio alla ricerca della sua famiglia, che la Croce Rossa ha fatto sfollare dalla sua città ridotta a un cumulo di macerie. Franjo è determinato e tenta in tutti i modi di ritrovare quello che non vuole perdere ancora una volta: lui non vuole essere per suo figlio quello che suo padre è stato per lui. Ma la sorte pare accanirsi in un inseguimento testardo ma vano. Giunto profugo in Italia girovaga per le province di Trieste e di Udine, in luoghi che Franjo descrive con l’amore e la riconoscenza di chi si trova accolto in nome di una recuperata fratellanza e umana solidarietà. Il cammino di Franjo è una metafora del cammino dell’uomo forte, il recupero ben riuscito di una virilità di altri tempi, quella fedeltà ai valori in cui si nasce e si cresce che nessuna guerra, nessuna delusione può far venir meno. Franjo fa parte di quelle persone che non cercano falsi pretesti per riconoscere ad altri ( a suo padre ) e a sé stesso alibi per i quali le “circostanze” sono il fondamento di altrettante verità. Lui non ha accettato né giustificato la nuova vita e i nuovi amori di suo padre e tenterà sino alla fine, finchè la sorte annienterà irrimediabilmente le sue speranze, di ricongiungersi a sua moglie e a suo figlio perché della sua assenza nessuno debba ancora soffrire.
Questo riuscito secondo romanzo di Nino Casamento – Il nome nemico ( Gangemi editore ) – dopo L’Albero dei torti – può essere a ragione inserito in quel filone di scrittura creativa che ci si augura continui a crescere e che può essere definito “scrittura dei valori”, consistente nel recupero ostinato, anche se controcorrente, delle radici solide della società contadina e cristiana dell’Europa. Una società capace di costruire con pazienza “artigiana” attorno alla famiglia, con al centro la figura paterna quale “punto di riferimento” saldo, la coscienza del senso del dovere e della responsabilità, rifuggendo lo sterile relativismo del nostro tempo. Un romanzo da leggere se si sente ancora la necessità di costruire il futuro guardando al passato.
Paolo Aragona