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Incontro al liceo di Patti
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Nella foto, da sinistra: il prof. Carmelo Luca, il preside Nunziato Adornetto, Nino Casamento, il preside del Liceo prof. Pietro Gambino, la prof. Maria Lucia Lo Presti.

 

INCONTRO AL LICEO DI PATTI


Franjo: un eroe che educa alla resistenza
Un ponte tra Friuli e Sicilia

 presentazione della prof. Maria Lucia Lo Presti, docente d'Italiano

Il secondo romanzo di Nino Casamento, Il nome nemico, è il “diario” di una peregrinazione geografica che diventa viaggio della mente e del cuore, perché il cammino si fa specchio del disordine del mondo, del caos disumanizzante di un’umanità impazzita. Il titolo deriva dal pregiudizio che il semplice nome di Franjo può creare nella prospettiva di un serbo. Il nome di Franjo, uguale a quello del primo Presidente della Croazia, Franjo Tudman, (1990- 1999) era il nome di un nemico, un nome nemico. Pregiudizio assurdo come tutti i pregiudizi, primo fra tutti quello etnico alla base del conflitto balcanico.
Per questo Franjo è prima gettato in un campo di concentramento e poi, alla ricerca della sua famiglia si immerge in questo viaggio labirintico: da Zagabria a Livno, da Vitez a Zenica, da Spalato a Rijeka, da Liubljana a Bregana, da Rijeka di nuovo a Liubljana, dalla Slovenia all’Italia: prima a Reggio Emilia, poi Trieste, Lignano, Cividale e infine Rivignano. Leggendo le vicende di Franjo ci accorgiamo subito che la sua è una vita che ci appartiene perché ci educa alla resistenza. Il nome nemico, infatti, parla di un “eroe che resiste”, un uomo qualunque dei nostri giorni, distrutto da una sorta di accanimento del destino.
Franjo e Silvana, i due protagonisti, nel I capitolo si conoscono a Rivignano, paesino in provincia di Udine, nel 2000 circa; sappiamo nel cap. XVIII che continuano a frequentarsi nel 2004 e che nel cap. XXI, l’ultimo, decidono di vivere insieme.  Se questa è la fabula ridotta all’osso, l’intreccio del romanzo e ben più complesso: due macro-analessi, una dedicata a Franjo e l’altra a Silvana, infarcite a loro volta da altri piccoli eventi memoriali o da prolessi. I capitoli VIII- XIV e XVII sono dedicate alle peregrinazioni di Franjo, dalla metà del XIV al XVI l’attenzione si sposta sulla storia di Silvana e sulla guerra di mafia che l’ha spinta a lasciare Tortorici, piccolo comune dei Nebrodi in provincia di Messina.
Il romanzo spazia dal conflitto bosniaco alla guerra irachena, non senza riflessioni sulla perenne guerra di mafia. La partenza di Silvana è resa possibile da un’adiuvante conosciuta da poco, una friulana. E’ quindi una coincidenza felice che la terra scelta da Silvana è quella scelta da Franjo.
Franjo a Rivignano trova un lavoro e incontra Silvana, con cui decide di vivere e di ricostruirsi una famiglia. La moglie, infatti, dopo il conflitto, l’aveva creduto morto e aveva un altro compagno.
Franjo non sa se tornerà in Bosnia. Forse, un giorno. Anche se il romanzo si conclude con una vacanza trascorsa insieme in Sicilia, Silvana non è tornata a Tortorici per restare. Finale senza idillio certo, ma probabilmente realistico. A volte anche i luoghi devono meritarsi il ritorno dei loro figli che prima hanno scacciato. Gli idilli sono stantii e fuori tempo, poco credibili; invece questi due eroi del quotidiano sono fratelli di tutti coloro che sono capaci di rimanere attaccati ai valori dopo aver attraversato tante sventure senza subire alcuna metamorfosi negativa, senza essere diventati bestie.
Nino Casamento racconta con una prosa sobria, che indulge a qualche termine dialettale friulano o siciliano, a qualche nota di colore sulle tradizioni locali: la Fiera dei Santi e il pignarul a Rivignano, la festa di San Sebastiano a Tortorici. Come in tanti luoghi del romanzo sono presenti le metafore arboree e floreali, così la speranza e il ritorno alla vita, all’equilibrio affettivo sono rappresentate da un fiore nel deserto. “Ma se anche in un arido campo può spuntare qualche fiore, a lui nel deserto di quel mondo dominato dalla violenza era stato concesso di coglierne uno". Perciò la sua esperienza incoraggia ad abbattere i pregiudizi, a credere nella bellezza degli incontri tra sponde opposte. Come ha scritto Ivo Andric, scrittore bosniaco e fratello spirituale di Franjo e Nino: “Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti...la nostra speranza è su quell’altra sponda” dove nessun nome è nemico.
 
                                                                                 Maria Lucia Lo Presti



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