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Le mille facce della Sicilia
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LA PIETRA IN MEZZO AL MARE

di Nino Casamento

OVVERO LA SICILIA DALLE MILLE FACCE

 

 

di Salvatore Di Fazio

 

 

Circa una settimana fa mi capitò sotto gli occhi la lettera di un emigrato siciliano, indirizzata al Direttore di un grande quotidiano, nella quale si diceva, più o meno, questo: «Caro Direttore, sono un siciliano che vive a Milano da 13 anni. Sono stato in Sicilia e in Calabria questa estate, e ciò che colpisce e stupisce chiunque si reca in queste terre è il contrasto fra la bellezza dei luoghi sotto il profilo naturalistico e la bruttezza di tutto quello che è stato manipolato dall’uomo. L’inciviltà, il disinteresse, il disprezzo per la cosa pubblica, l’incuria evidente e scandalosa, sono il patrimonio generale di chi vive in queste regioni irrecuperabili. La Calabria è un immenso cantiere di costruzioni abusive incomplete, orribili e selvagge, una somma di luoghi in sfacelo, di segnali stradali cadenti, arrugginiti, di baracche in cui si vende di tutto.

Messina, la mia città natale, è la sintesi del peggio di ogni meridione del mondo: viabilità schizofrenica, sporcizia, disordine, villette a pochi metri dal mare, in pieno demanio, scooter con intere famiglie a bordo, tutti senza casco, auto parcheggiate sotto le pensiline delle fermate degli autobus, sulle strisce pedonali, sui marciapiedi. Gli amministratori, spesso politici di seconda o terza generazione per tradizione familiare, vengono eletti con percentuali ‘bulgare", dopo campagne elettorali condotte a base di promesse, abbuffate nelle trattorie del posto, tour nelle periferie ad alto tasso di criminalità.

Sono meridionale, e tale resterò per sempre, per ciò che di bello e di buono la mia terra possiede, ha prodotto e continua a produrre con fatica, ma non assolvo i miei conterranei, anzi... li condanno senza appello».

E’ una lettera spietata, amara e dolente che denuncia una realtà sciagurata, suicida e umiliante: umiliante, suicida e sciagurata non perché la Sicilia viene descritta così, ma perché ognuno la può vedere e toccare, a meno che non sia cieco, cieco di ingegno soprattutto.

Ebbene, questa "terribile realtà" è diventata, a partire dal secondo Novecento, il tema più diffuso, letterariamente più originale e accattivante, della narrativa siciliana, la quale spessissimo ha utilizzato - e continua a utilizzare - - questa realtà della Sicilia come "metafora del mondo", come "il mal di Sicilia", come immagine ufficiale "dell’isola perduta" (La mia isola perduta la definisce Vincenzo Consolo), dove "la storia è un sogno" fino al punto che, giustamente, la questione meridionale si è trasformata in "questione dei meridionali" contagiando scrittori della statura artistica di Verga, De Roberto, Pirandello, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Quasimodo, Consolo, Michele Perriera, per citare solo qualche nome.

Questo "mal di Sicilia", che fa sentire la nostra terra sempre più inquieta e infelice e, sotto certi aspetti, sempre più lontana; questo "mal di Sicilia" che scatena in ciascuno di noi amore e odio, attrazione e rifiuto, felicità e sofferenza; questo "mal di Sicilia" che la rende feroce e sonnolenta, splendida e intollerabile; questa Sicilia, che sembra non abbia le ali per riscattarsi dai suoi mali, questa Sicilia dalle mille facce, materna e matrigna, ritorna per la terza volta - con risvolti, toni e umori diversi, nella narrativa di Nino Casamento, e specificamente in questo terzo romanzo, La pietra in mezzo al mare, edito dalla Kimerik di Patti nel corso di questo 2008.

Protagonisti sembra che siano due ragazzi, figli di emigrati siciliani, nati e in buona parte cresciuti a Torino, dove i genitori si erano trasferiti dalla Provincia di Messina per motivi di lavoro. Ma, in realtà, protagonista è una intera famiglia originaria di questo territorio pattese, una delle tante, una delle migliaia di famiglie che da almeno mezzo secolo abbandonano la propria terra e il proprio paese, ma soprattutto gli affetti, il vissuto, i luoghi reali e figurati della loro esistenza per cercare nel mitico Nord un destino meno avaro di promesse.

Dopo anni di permanenza in Piemonte la famiglia torna in Sicilia, dove pare che il tempo si sia fermato, dove riemergono agli occhi dei sopraggiunti le contraddizioni, i soprusi, le ingiustizie e i ritardi di sempre, per cui il calore dell’accoglienza e il contatto con il fascino del paesaggio si smorzano rapidamente e a poco a poco si raggelano.

Ambientato in un territorio realisticamente definito e rappresentato, che è quello di Patti, Gioiosa, Montagnareale, San Giorgio e dintorni, chiamati ciascuno con la denominazione geografica propria, quasi fosse una cronaca giornalistica, il romanzo comincia subito a palesare l’ideologia dell’autore: che è quella di ridisegnare le coordinate sociali, culturali e comportamentali che connotano la nostra gente, i cui conflitti e i cui drammi esistenziali affondano le radici in un terreno storico troppo articolato, troppo complesso, composito ed eterogeneo, non tanto per ragioni riconducibili alle molteplici dominazioni straniere e alle stigmate che ciascuna di esse ha lasciato, quanto invece per oscure motivazioni di natura psicologica, per una concomitanza di fattori fortemente condizionanti e per la tenace presenza di un malessere e di un malaffare radicati tra le pieghe più profonde dell’ Io come pestifera devastante gramigna che irretisce e rende sterile un terreno per natura ferace.

Il primo dei temi che contrassegnano sia la trama sia l’intreccio del racconto è quello dell’emigrazione, che non è solo fuga da una condizione di insostenibilità ambientale e da forme paralizzanti di impedimento o di divieto, ma è anche sradicamento della memoria, disarmonia sociale, smarrimento della propria identità e senso di colpa nel sentirsi repressi in questo Sud, condannati all’impotenza, e - quando ci si trapianta nel Nord - a doversi riparare dietro una maschera per apparire altro da sé.

Ma se la Sicilia non nega a nessuno il godimento dei suoi splendidi connotati artistici, climatici e paesaggistici, con altrettanta ostentazione esibisce il degrado della sua immagine generale. Ed è proprio a questo punto che l’isola sembra dilatarsi e farsi metafora dell’intera penisola. Il degrado delle periferie delle metropoli italiane, dall’una all’altra estremità del cosiddetto "bel Paese" assume, infatti, dimensioni sconfinate. Ci sono violenza e corruzione nello sport, c’è profanazione nell’universo dell’ecologia, c’è la vertigine dell’assunzione di droghe ad effetto diversificato, c’è un teppismo che è tanto più inquietante quanto più è esercitato da minori, travolti - essi più degli altri - dal vortice di una noia patologica, di un nichilismo che abbatte e cancella ogni risorsa creativa, ci sono percorsi di gratuita intolleranza razziale che sanno di alienazione, di schizofrenia collettiva o individuale. E c’è lo sfruttamento del lavoro straniero, l’abuso e il ricatto in nome della forza che si fa legge.

Questa mappa dei veleni del nostro tempo, che potrebbe mostrarsi catastrofica, non è disegnata da Nino Casamento con la freddezza del geometra. Traspare qua e là, nei vari capitoli del romanzo, ora in controluce ora in eventi narrati con esplicita ma pacata puntualizzazione, senza accensione oratoria di tonalità, senza acredine verbale, nell’ottica di una matura presa di coscienza dei vertiginosi e irrazionali mutamenti epocali, denunciati non in forma diretta dall’autore, ma contestualizzati nello scenario del racconto o percepiti come voci corali dei personaggi o riconosciuti come verità effettuali.

Se, infatti, la struttura epidermica del libro è di facile penetrazione intellettiva e rifugge dai moduli di una narrativa da neo-avanguardia, e da sperimentalismi morfologici antitradizionali, l’interpretazione della struttura profonda, ovvero il suo senso globale, la sua quintessenza, è affidata alla coerenza e alla coesione fra storia e metastoria, fra vicende raccontate e significati nascosti di queste. C’è una catena di nessi che rendono appunto compatto il testo. In altri termini, testo e contesto, messaggio e codice, emittente e pubblico destinatario hanno il loro fondamento in un atto letterario che diventa atto comunicativo. I cosiddetti feedback, o retroazioni, sono meccanismi, cioè congegni, che danno al tessuto narrativo una funzione rappresentativa, in quanto trasmettono contenuti relativi al mondo reale, e una funzione immaginativa in quanto il linguaggio si fa mezzo per costruire realtà reali. Il genere espositivo utilizzato da Nino Casamento conferisce un carattere empirico alla storia, secondo cui l’autore aderisce alla realtà in quanto racconta fatti che - pur passando attraverso il filtro della sua interpretazione - possono essere verificati dal lettore. Nello stesso tempo l’opera segue un filone mimetico in quanto riproduce in maniera verosimile situazioni e ambienti concreti.

In questo racconto di viaggio o di viaggi - da parte di una famiglia siciliana che vive divisa, soprattutto sotto il profilo psicologico, fra Torino e Patti, cioè fra due pianeti sociali e geografici fortemente differenti e differenziati, l’ambiente è in stretta relazione con le azioni, anzi ne sottolinea i tratti per similitudine e più spesso per somiglianza. C’è nelle descrizioni un evidente amore per i luoghi della propria infanzia e per quelle consuetudini di vita che costituiscono il patrimonio identificativo dei personaggi: le passeggiate lungo il Canapé, o attraverso il reticolo delle strade, le immagini delle chiese, le frequentazioni di amici in piazza Marconi, i tratti distintivi del mare o del lungomare di San Giorgio o di Gioiosa o della Marina di Patti, di questo o di quel borgo collinare, di questo o quel tipico edificio architettonico riconsegnano al lettore le emozioni che scaturiscono da una antica familiarità con quel mondo, familiarità che è affettiva, oltre che conoscitiva, e pervasa di memoria.

Il discorso, ora diretto ora indiretto, ha un livello fonico e ritmico, sintattico e retorico, lessicale e tematico, costante ma si allarga di tanto in tanto fino a creare una molteplicità di ambienti: ambienti simbolico-emotivi e ambienti in funzione psicologica o storica.

I personaggi - la signora Maria, il signor Giuseppe, Pippo, Franco e Teresa, Turi, i giovanissimi Valentina e Marco, Rosanna e Dario, nonna Carmela, e persino Hadda, l’amica marocchina di Rosanna - sono gli umili attori di una epopea - o, per meglio dire, di una odissea - che non conosce soste né tregue, se non per brevi schegge di tempo. Essi sono, ciascuno nella sua identità e personalità, i tanti volti di quell’eterno Ulisse che va in cerca di una Itaca che non c’è più, o che non è più quella lasciata al momento della partenza. Ognuno vive i suoi crucci in una sorta di solitudine impenetrabile, ognuno avverte con un pathos pensoso e a volte lacerante il disagio di vivere in una società che fatalmente scivola lungo la china della sconfitta di valori inalienabili, senza essere in grado di sostituirli con altri che non siano la vana ricerca dell’impossibile e dell’effimero. Forse per questo i personaggi sono sempre descritti con una cura da ritratto, ma anche con una evidente attenzione e partecipazione affettiva alla loro grama condizione di uomini simili a canne al vento, oscillanti fra la quotidiana precarietà e la nostalgia dell’essere. Tali, per esempio, sono quegli anziani e quei reietti che rovistano i cassonetti dei rifiuti alla ricerca degli scarti che la società dei ricchi ha rimossa dallo loro tavola profusamente imbandita.

A Torino - non sembri un paradosso - la povertà è più accentuata che in Sicilia, dove la gente è più generosa, più umana, più solidale. Non solo. La città piemontese, la città dei Savoia, della Mole Antonelliana e dei sontuosi portici, messi in fila come picchetti di soldati, oggi è più vecchia che mai - sembra dirci l’autore -. Si è abbrutita come quei cesti di fiori che, languendo, scolorano, piegano le corolle e cominciano ad emanare odori che sanno di morte. I suoi vicoli notturni, anonimi e squallidi, sono diventati trappole mortali, dove criminalità, violenza e malaffare stanno sorprendentemente in agguato.

Anche per questo - secondo Nino Casamento - emigrare diventa un’esperienza ancora più triste e più colpevole si rende l’indolenza del Sud che obbliga a tanto.

Il romanzo, infatti, ha uno dei suoi punti di appoggio nel rimpianto della propria terra natale, per quanto amara, come succede a Franco e a Turi quando contemplano con distacco il Parco del Valentino diviso in due dalle acque del Po.

Arriva il Natale. Franco, Pippo, Turi tornano a Patti. Nell’attraversare lo Stretto l’anima si apre a nuove speranze e a inedite sensazioni di stupore nel vedere lo scintillio delle luci e dei loro riflessi sulla mobile superficie delle acque. L’estate è ormai vicina. La si respira nella brezza che accarezza i volti dei passeggeri. La costa tirrenica sembra accoglierli come vecchi amici che ritornano. Tindari, Gioiosa, Capo d’Orlando, San Giorgio sembrano - nonostante tutto - miracoli della natura. E poi alla stazione c’è nonno Giuseppe ad aspettarli.

Dario, l’ormai diciassettenne figlio di Franco, a un certo punto subisce una metamorfosi umorale. Fuma, va bighellonando di qua e di là per i locali notturni, diventa scontroso, taciturno, insofferente dell’autorità dei genitori, fa vita a sé. Litigi e accese discussioni in casa non placano la sua insolenza. La scuola stessa, incapace di svolgere il suo ruolo di istituzione educativa, fa vedere le sue falle attraverso le quali inghiotte le acque malsane dell’inefficienza e del malessere civile.

Franco, rimasto ancora "nel continente", come si usa dire in Sicilia, per motivi di lavoro, decide di lasciare definitivamente il Piemonte e di unirsi alla famiglia rimasta a Patti, ma a Patti un nuovo lavoro non si trova, a meno che non ci si accontenti di piegarsi ai pesanti compromessi che il mercato locale impone. Il paese stesso scoraggia e dissuade da ogni tentativo di farsi spazio da sé. I guasti infrastrutturali, peraltro, sono le spie rosse di una gestione del territorio che ha dell’inverosimile. Strade centrali e periferiche sono depositi di cumuli di rifiuti. Le commesse dei negozi non hanno garbo, sono anzi irritanti, indisponenti, disattente. Il virus della raccomandazione pervade e avvelena il sistema, fino a coinvolgere passivamente adulti e ragazzi, fino a metterli in ginocchio e plagiarli.

Insomma, in questo romanzo due civiltà vengono messe a confronto, ambedue perdenti per motivazioni opposte. In Sicilia gli affetti familiari, la sollecitudine della gente, la liberalità, l’ardore dei sentimenti sono ancora valori tetragoni, punti di forza di una cultura permeata di umanità e di umanesimo. Ma difettano pesantemente lo spirito di iniziativa e di cooperazione, il rispetto dell’ordine, la pertinacia nel lavoro. In Piemonte c’è, viceversa, un ammirabile, diffuso attivismo, una concezione dinamica della vita, una tenace e viva accondiscendenza al codice delle regole. Ma questa effervescenza quasi maniacale è controbilanciata da un glaciale egoismo, da un assolutismo nel porre il guadagno al vertice della gerarchia, che spegne, in chi non vi si adegua, ogni umano sentire. Lì i pregiudizi, l’intolleranza e il rifiuto psicologico dello straniero, dell’extracomunitario, del diverso, sono molto più marcati che in Sicilia, dove con gli stranieri si convive da secoli, dove solipsismo e universalismo sono paralleli e contigui come i risvolti delle medaglie. Come si percepisce da queste considerazioni, che sono considerazioni di uno che non fa il mestiere del critico letterario, La pietra in mezzo al mare è un romanzo poliedrico, ma non complicato, lineare ma non monocorde, intrigante ma non pessimista. Osserva le varie componenti di questa società con distacco, a volte con celata ironia, ma sempre dall’alto di un osservatorio eticamente ben individuabile. Quello di Nino Casamento, in breve, è un sogno fatto in Sicilia. Questo sogno è appunto la storia di una famiglia che da provinciale, assorta nella celebrazione dei riti paesani, sfida le incognite che ogni emigrazione porta con sé. In un certo senso, l’itinerario dei personaggi che abbiamo conosciuto è anche l’itinerario di Nino Casamento: non la sua storia personale - intendiamoci bene - ma la storia della sua maturazione e presa di coscienza. I suoi orizzonti - dal momento che vive sei mesi qui e sei mesi lì, nel Friuli, i suoi orizzonti si sono allargati, con naturalezza, quasi per necessità. Nino Casamento - se non erro - si sente uno scrittore italiano che conosce bene la Sicilia, che sa che la Sicilia offre una rappresentazione paradigmatica dei tanti problemi, dei tanti conflitti, che sono italiani e sono anche europei. La Sicilia è una "metafora" del mondo di oggi, ma questo non impedisce che la realtà di questo paese sia "vissuta" dall’autore del libro con piena compartecipazione intellettuale, sentimentale e affettiva. E la sua Sicilia comincia da Patti, da un paese che di problemi ne ha tanti, a cominciare dal degrado in cui affonda la mitica, straordinariamente fascinosa località di Tindari. Ma comincia anche da un paese, dove il vagabondare dei giovani che studiano (che cosa studiano?) in attesa del posto si fa specchio di una condizione esistenziale di insicurezza, di noia, di insoddisfazione e di rinuncia.

Anche questa è una metafora della società del III millennio, di una realtà che è tragica e che non è soltanto siciliana, ma che è ancora più tragica perché non ci sono orizzonti aperti davanti a tanta gioventù sbandata e delusa.

Le sconfitte della Sicilia sono le sconfitte dei Siciliani, sono le sconfitte della ragione, come soleva chiamarle Leonardo Sciascia, la cui attualità di pensiero sembra ogni giorno rafforzarsi.

Gli ultimi capitoli di La pietra in mezzo al mare, dal 17° fino alla conclusione, sono quelli in cui le fila della vicenda si ricompongono; sono i capitoli in cui Teresa sollecita Franco ad aiutare il figlio ad uscire dal labirinto del vizio. E Franco, nonostante la stanchezza, passa le serate a conversare col giovane, a riallacciare i legami familiari spezzati, o sfilacciati, fino a far rinascere una complicità mai, prima di allora, esistita. La sbandata di Dario offrirà un ventaglio di energie per il riscatto definitivo e salvifico. Raggi di luce si affacciano di tra le nuvole della lunga tempesta. Franco viene gratificato e riabilitato dal suo datore di lavoro. Ma purtroppo per una breve stagione. Altre difficoltà sopraggiungeranno. E abbastanza serie, fino a mettere a dura prova il suo temperamento di siciliano ancorato alla sua terra e ai suoi problemi.

Il ritratto del prof. Riganò, i suoi insegnamenti, l’analisi sulla crisi politica e sulle devastanti ricadute psicologiche causate dalla televisione, sono gli ultimi tasselli di un messaggio che Casamento affida a un articolo giornalistico, in cui si dice che i valori non hanno tessera politica nè sigilli di partito. Dario si diploma. Rosanna si iscrive al liceo classico e, contrariamente al fratello, difende calorosamente la Sicilia, fermamente decisa a rimanervi per sempre, a laurearsi in medicina e ad aiutare professionalmente il prossimo.

La pietra in mezzo al mare, ovvero lo scoglio che emerge dalle acque dirimpetto alla città di Patti, è un simbolo e una metafora anch’essa: la metafora e il simbolo, a mio avviso, della pertinacia, della resistenza, della ferrea volontà di non piegarsi alla violenza delle onde. E neppure alle loro lusinghe di cui è facile sentire l’incantamento e da cui è possibile lasciarsi travolgere.

Patti, 9 ottobre 2008



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