LA PIETRA IN MEZZO AL MARE
di Nino Casamento
Recensione di Mario Turello
critico letterario del Messaggero Veneto
Mi pare di poter dire che la cifra della narrativa di Casamento è la forte tensione etica delle storie da lui narrate. Ciò è particolarmente vero, costitutivo della trama stessa, per questo suo romanzo, il terzo dopo L’albero dei torti e Il nome nemico. La pietra in mezzo al mare è destinato soprattutto ai giovani, ma come ogni buon libro si offre all’apprezzamento di tutti i lettori il cui gusto non sia guastato dalla letteratura dozzinale, di troppo facile consumo. Il racconto è lineare, costruito, come dicevo, in vista di un messaggio di alto valore educativo, civile e morale - adattissimo ad essere letto e fatto oggetto di riflessione nelle scuole e nelle famiglie.
Essenzialmente è la storia di una famiglia siciliana che conosce le vicissitudini dovute a circostanze storiche, esistenziali e culturali non eccezionali, ma realistiche e paradigmatiche al tempo stesso: la migrazione al Nord, le difficoltà d’integrazione in un ambiente diverso, le disgrazie dovute alla fatalità, i rischi indotti da modelli sociali trasgressivi, la difficoltà dei rapporti generazionali, la difficoltà di reagire a un sistema fondato sull’illegalità e il compromesso ecc. Sul versante positivo, una riproposizione di valori fondamentali dell’esistenza e della convivenza: gli affetti familiari, l’attaccamento alla propria terra, l’amicizia, la solidarietà, l’amore, l’istruzione. Il tutto senza manicheismi, senza idealizzazioni o condanne di segno assoluto: pregi e difetti sono riconosciuti al Nord come al Sud. Sono invece i guasti della modernità permissiva, della cattiva maestra televisione (per usare l’espressione verissima di Popper), del pregiudizio xenofobo e del bullismo, di un sistema scolastico carente di rapporti umani ad essere stigmatizzati con fermezza e in termini sapienziali, forse più immediatamente evidenti agli adulti che ai lettori più giovani, nei cui confronti necessita ormai un non facile decondizionamento dai messaggi sostanzialmente antieducativi di cui sono destinatari da parte dei media, del mercato, del sistema. Non mi addentro nei fatti narrati; basterà dire che il più giovane protagonista del romanzo si trova a confrontarsi con la morte (quanto diverse la morte in mare del nonno, e quella per incidente del giovane drogato!), a cedere e poi sottrarsi alla tentazione dello stordimento e ai rischi della dipendenza, a rifiutare e poi assumere le fatiche dell’impegno scolastico, a risolvere le conflittualità all’interno della famiglia. Né mi soffermo a elencare le lezioni che egli riceve dagli eventi e da coloro che gli sono accanto, a cominciare dai genitori, dalla sorella e da un insegnante; rimarco invece come a quelli che sono problemi esistenziali tipici dell’adolescenza si affiancano quelli di più ampia portata storica ed epocale, legati alla globalizzazione, alla disgregazione dei valori tradizionali, a quella che Sedlmayr ha chiamato la “perdita del centro” caratterizzante la nostra epoca (e si pensi al “punto fisso” del Pendolo di Foucault di Umberto Eco, o al meridiano fondamentale de L’isola del giorno prima).
Questo è il senso del romanzo, dall’immagine di copertina alle ultime righe: la pietra in mezzo al mare, “immobile lungo il corso dei secoli, ferma con le sue salde radici, come una grande pianta che trae la sua linfa dalla profondità dell’acqua. Qualche volta sembra scomparire, inghiottita dal velo della foschia che l’avvolge, ma poi, confortata dal sole che le ridà splendore, torna a scintillare come una stella cometa”. E’ quello scoglio - lo dirò nel modo più semplice - la metafora del bene, del vero e del bello, valore uno e trino cui l’uomo sempre deve tornare. A questo Casamento ci richiama con una prosa limpida, colorendola a tratti con espressioni nella lingua della sua terra, e con una narrazione che procede spedita, accessibile a chiunque, ma non banale, né disadorna.
Tra i passaggi che più ho apprezzato c’è quello in cui il professore, ai ragazzi sconvolti per la tragica morte del loro compagno, rivolge un commosso discorso facendo proprie le parole di Marcello Veneziani (mi piace molto anche l’osservazione sulla Babele attuale, in cui si confondono i linguaggi politici) che esorta i giovani non alla omologazione, ma a “trasgressioni migliori” che impegnino corpo, anima e mente: “sport ardui e difficili, viaggi avventurosi, letture impervie, palestre in cui mettere alla prova la vostra resistenza, lotte politiche anche non conformistiche, amori esagerati, dedizioni generose, fedi religiose, arti e visioni che sfidano le sicurezze borghesi”. Mi ricorda un articolo di Guido Ceronetti sulla castità, raccolto in La vita apparente.
Aggiungo a questi richiami quello ai libri e alle biblioteche.
Mario Turello