Presentazione del libro
La pietra in mezzo al mare di Nino Casamento
a cura del giornalista Franco Tumeo
Ficarra – palazzo baronale 18 agosto 2009
Un cordiale benvenuto al professore Nino Casamento e naturalmente a tutti voi, qui convenuti stasera per seguire, con la consueta attenzione e curiosità che accompagna un pubblico culturalmente maturo qual è quello di Ficarra, la presentazione del libro “La pietra in mezzo al mare” di Nino Casamento. Uno scrittore poliedrico, come vedremo nell’excursus che seguirà, giunto ormai al rispettabile traguardo del suo terzo romanzo, che si somma ai tantissimi articoli e saggi di carattere culturale e turistico, scritti in anni e anni di apprezzato insegnamento, di attività giornalistica e saggistica.
All’Autore, oltre ai saluti, permettetemi di rivolgere il mio, anzi il nostro ringraziamento, per aver inserito ancora una volta Ficarra nel tour, diciamo così, di presentazione di questo suo ultimo libro, come già aveva fatto in passato con gli altri due titoli al suo attivo, che tanto consenso di critica e di pubblico hanno riscosso: “L’albero dei torti” del 2004 e “Il nome nemico” del 2006.
Un grazie il mio, non certo di circostanza, ma doveroso perché la scelta di Casamento di portare il suo libro ancora una volta a Ficarra e di condividerne con tutti noi le emozioni che la sua lettura saprà certamente suscitare, la considero un segno di amicizia e di rispetto nei confronti dei tanti estimatori su cui l’Autore sa di poter contare nel nostro paese.
E ancora di più si coglie in questa scelta, lasciatemelo dire, pur correndo il rischio di sconfinare nel banale campanilismo, un evidente apprezzamento e riconoscimento da parte dell’Autore della vivacità culturale che Ficarra da sempre sa esprimere, ponendosi spesso all’avanguardia nel comprensorio nebroideo e non solo, per idee ed iniziative, come egli stesso tra l’altro ha avuto modo di sottolineare in varie occasioni.
Alle presentazioni, di solito, io mi confondo in mezzo al pubblico, nelle ultime file, ad ascoltare. In questa occasione invece tocca a me il compito di commentare il libro. Non vi nascondo che ho esitato molto prima di accettare l’invito rivoltomi direttamente dall’Autore. Per non sembrare scortese mi ero offerto, utilizzando il linguaggio calcistico, di fare la riserva. Ma poi, dietro le insistenze convinte ho dovuto cedere e oggi, dopo la lettura del romanzo, vi dico che non sono per nulla pentito di averlo fatto.
Ma perché tanto esitare? Intanto perché a recensire, a giudicare, se vogliamo usare un termine più comprensibile, il lavoro degli altri è sempre difficile e rischioso. Consapevolmente o meno si può essere eccessivamente critici o eccessivamente indulgenti, senza alla fine raggiungere l’obiettivo: cioè l’analisi compiuta, e per quanto possibile oggettiva, del testo e della personalità dell’Autore. Dubbi peraltro accentuati nel caso contingente di stasera, trovandomi io a presentare un libro il cui Autore, nel tempo, mi è stato ora Direttore, ora Presidente, ma anche ispiratore e maestro di scrittura. Credo che il mio imbarazzo sia più che comprensibile. In che termini dovrei rivolgermi all’Autore? Come chiamarlo, infatti?
Professore? Certamente sì: per lunghi anni ha insegnato lingua e letteratura italiana a generazioni di studenti e con i classici anche l’amore per la vita, per la giustizia, per gli ideali. Ha trascorso gran parte della sua vita nelle aule scolastiche a dialogare con i suoi studenti condividendone ansie e preoccupazioni, aiutandoli a crescere, a farne uomini e cittadini.
Potrei chiamarlo Presidente o Assessore, essendo stato Nino Casamento alla guida dell’Ente provinciale turismo, prestigiosa istituzione pubblica dove ho avuto il privilegio di lavorarci per 22 anni, prima di passare ad altro ufficio, collaborando attivamente appunto con il Presidente, soprattutto nella stesura giornaliera di comunicati stampa.
Sommessamente, potrei chiamarlo collega, essendo Casamento anche un giornalista, e ancor di più potrei chiamarlo Direttore, avendo egli fondato e diretto vari giornali locali, e tra questi il periodico Nebros, con il quale, ormai molti anni fa ahimè, cominciai a scrivere e a pubblicare i miei primi articoli. Insomma, se oggi ho la possibilità e il piacere di scrivere sui giornali lo devo principalmente al direttore Casamento. E qui passatemi una battuta: quanti, a volte, non apprezzano i miei articoli pubblicati sul Giornale di Sicilia o su Centonove, da oggi sanno con chi prendersela.
Alla fine però, se mi concedete il tono confidenziale in una occasione pubblica come questa, lo chiamerò semplicemente Nino, aggiungendo a volte il cognome, poiché Nino Casamento è stato ed è tutto quello che ho detto, ma è soprattutto un mio, un nostro amico.
E dopo questa premessa, che ritengo utile per conoscere meglio la figura dell’Autore, eccoci al tema della serata: “La pietra in mezzo al mare”, un libro che Nino Casamento ha scritto rivolgendosi principalmente al mondo giovanile, attingendo, come dicevo prima, alla lunga esperienza di educatore maturata nelle scuole pubbliche superiori, esperienza che ne ha fatto un profondo conoscitore delle problematiche che oggi agitano e a volte travolgono i nostri ragazzi.
Ed è proprio nella stesura del libro che entrano in gioco gli ideali e i valori a cui da sempre nella sua azione Casamento si ispira. Come tessere di un mosaico li ritroviamo ricomposti ed espressi ora in modo evidente, ora mimetizzati nel testo, pagina dopo pagina, fino a connotarne in maniera chiara e originale struttura e contenuti.
Scrivere un libro infatti non significa semplicemente mettere insieme tante parole più o meno ricercate per creare una storia, un racconto, un qualcosa che poi possa essere pubblicato per l'effimera gloria personale. No, scrivere significa soprattutto trasferire su carta le proprie esperienze, le proprie impressioni, le proprie conoscenze, la propria visione delle cose e condividerle con gli altri. Significa aprirsi al mondo, scoprirsi e farsi giudicare. In fondo è un gesto di grande generosità. E questo ha voluto fare Nino Casamento consegnandoci “La pietra in mezzo al mare”.
Attraverso una narrazione avvincente, l’uso di uno stile narrativo asciutto, chiaro, scorrevole, quasi giornalistico, che tiene desta l’attenzione del lettore ed aiuta nella comprensione non solo letteraria del testo, ma anche della sua valenza sociologica, politica, etica e a tratti ideologica, l’Autore affronta temi di attuale drammaticità con cui tutti noi siamo chiamati a confrontarci, purtroppo non sempre attrezzati degli strumenti culturali per affrontarli.
Noi genitori, gli insegnanti e poi loro, gli adolescenti, i giovani strattonati, disorientati, illusi e ingannati da un modello di società che indica nel velinismo, nei reality show, come il Grande Fratello, l’ Isola dei famosi e varie altre comparsate, in una parola nella prostituzione mentale, prima ancora che fisica, la strada più facile da percorrere per raggiungere il successo. In questo colpevolmente incoraggiati da una società moralmente in decadenza,che nella televisione trova il principale imputato. Merito e impegno in questa società sembra che non abbiano più cittadinanza.
Emigrazione, razzismo, droga, sicurezza e sfruttamento sul lavoro, rapporto con gli extracomunitari, bullismo, corruzione, degrado ambientale sono i temi messi insieme da Casamento con sapiente abilità narrativa. In essi l’autore inserisce la storia, anzi le storie dei personaggi; e più dei personaggi, questi temi, a mio avviso, rappresentano l’idea base del libro, l’anima stessa del libro.
Nino Casamento insomma, pur trattando temi forti, dai risvolti spesso drammatici, utilizzando moduli narrativi originali, riesce a costruire un racconto ricco di elementi, riesce a regalarci pagine di straordinaria intensità, intessute a volte anche di leggerezza e poesia.
Sentite come tratteggia lo scenario unico e incomparabile dello Stretto di Messina, punto di non ritorno per l’emigrante in partenza:
“Il mare, di solito mosso, quel giorno era piatto come una tavola. Man mano che si andava avanti si faceva sempre più blu, rischiarato però da pennellate d’oro che il sole, sorto da poco, stendeva sulla superficie dell’acqua a comporre come un artista un quadro di brillanti”.
Ho citato queste righe perché non secondaria nella struttura narrativa mi sembra la descrizione del paesaggio, della fotografia diremmo nel linguaggio cinematografico, che, come un fondale teatrale, all’autore serve per ricreare le locations dentro le quali far muovere i personaggi. Aiutano Casamento in questo riuscita soluzione narrativa anche i frequenti riferimenti alle tradizioni locali, alle leggende, alle feste, alla Madonna Nera: materiale che aiuta a ricostruire l’ordito di una identità che rischia di andare perduta, cancellata sotto le spinte di una pretesa modernità.
Si tratta di luoghi e riferimenti riconoscibilissimi, non solo perché conservano i nomi reali – Patti, Tindari, Gioiosa Marea, Gioiosa Guardia, Montagna Reale, i laghi di Marinello, il Canapè – ma soprattutto perché in grado di far rivivere i ricordi del lettore che quei luoghi ha frequentato e conosce.
Gli squarci di quotidianità pattese descritti nel libro sono in fondo gli stessi che molti di noi studenti delle superiori, frequentate appunto a Patti, abbiamo vissuto, purtroppo in anni ormai lontani.
Per esempio, mi ha colpito molto il riferimento di appena mezza riga al bottegaio Arturo: un personaggio reale che credevo scomparso dai miei ricordi, dal quale, negli anni Settanta noi studenti del Liceo Scientifico, nel suo negozio situato non molto lontano dall’istituto, ci facevamo preparare deliziosi panini imbottiti con la mortadella.
E a definire meglio luoghi e personaggi contribuisce efficacemente la scelta di Casamento di inserire nella narrazione coloriti intercalari dialettali, secondo lo stile di Camilleri, rielaborato però in modo del tutto originale: modi di dire, proverbi, frasi e parole che resi in italiano sarebbero stati soltanto banali e inespressive traduzioni.
Definito lo scenario, eccoci finalmente alla trama e ai personaggi:
Tutto comincia con la partenza di Turi e Franco per Torino alla ricerca di lavoro e di fortuna che la Sicilia matrigna nega loro. Una strada già percorsa da migliaia di meridionali, che ha portato alla desertificazione dei nostri paesi ed al loro impoverimento culturale.
Turi e Franco sono due amici d’infanzia, accomunati dal problema della disoccupazione. A Torino li aspetta il compaesano Pippo. Il tema è l’emigrazione, tema caro all’Autore, avendo egli stesso conosciuto, seppure nella condizione privilegiata di insegnante, la ferita di lasciare i propri affetti, la casa, il paese e trasferirsi in continente, come si diceva una volta. Solo chi l’ha provata sulla propria pelle o di un familiare può comprendere la tragicità dell’emigrazione.
E qui invito l’amico Enzo Avena a leggere un breve passo del libro che ci darà un’idea dello strazio della separazione tra chi parte e chi resta. Lettura di pag. 9/10 (La partenza dalla stazione di Patti)
Partire è come morire, si diceva una volta. Così è stato in passato per migliaia di meridionali, morti nelle miniere belghe e tedesche o nelle fabbriche americane, e lo è oggi per le migliaia di extracomunitari che colano a picco nel Mediterraneo.
E per i fortunati che raggiungono la meta, nella nuova realtà, spesso ostile verso gli emigrati, si finisce per perdere l’identità delle origini senza costruirne una nuova. Era così a Torino, era così nel Nord Italia degli anni ‘50 e ‘60 e forse è ancora così, almeno da quello che ci raccontano le cronache.
A parte la recente trovata dell’esame di dialetto o quella di riservare i posti ai milanesi nella metro di Milano, come accadeva nell’America e nel Sudafrica segregazionisti, mi ha colpito nelle settimane scorse la proposta della Lega di assegnare i posti di preside nelle scuole della provincia di Vicenza esclusivamente a concorrenti veneti. La notizia, pubblicata da Repubblica, era accompagnata da una intervista ad un preside di una scuola superiore di Milano, Giovanni Gaglio, emigrato come i protagonisti del libro, proprio da Patti negli anni ’70, che raccontava come ancora oggi la sua condizione di meridionale pesi enormemente nel rapporto con gli studenti che addirittura arrivano a dileggiarlo su Facebook.
Insomma, molto lavoro resta da fare, reso ancora più difficile dal delirio leghista. “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” diceva D’Azeglio. 150 anni dopo di strada da fare ne resta ancora moltissima.
A Torino, Franco e Turi trovano non senza difficoltà il lavoro, mettono su famiglia, arrivano i figli. Franco, ogni estate torna al paese: i vecchi genitori, la nostalgia dei tempi andati, l’amore per i luoghi dell’infanzia, ma soprattutto un contesto ancora a dimensione d’uomo. “La città allontana gli uomini - fa dire l’autore al suo personaggio - li rende estranei gli uni agli altri. Anche quelli che vivono nella stessa via, nello stesso palazzo, persino nello stesso pianerottolo”- . Ma non è ingratitudine quella di Franco: Torino comunque offre quello che giù è in gran parte negato. Turi e la sua famiglia escono presto di scena, affidando l’Autore l’evolversi della narrazione alle vicende di Franco, della moglie Teresa e dei figli Dario e Rossana.
La storia della famiglia si sviluppa in un arco temporale di circa venti anni trascorsi su e giù tra Torino e il continente, che l’Autore descrive effettuando continue incursioni nel vissuto quotidiano che si intrecciano con una sorta di pellegrinaggio dentro l’anima dei personaggi, frammentata dalle avversità della vita. La morte del vecchio padre costringe Franco e la sua famiglia a rientrare a Patti definitivamente per accudire la madre, anziana e ammalata. Il sogno di ritornare nel paese natio era stato sempre coltivato, ma forse quel giorno arriva troppo presto.
A Patti infatti di lavoro non ce n’è e Franco è costretto ad accettare un posto in nero, senza alcuna tutela. Nel frattempo i bambini crescono, Dario diventa adolescente e con l’adolescenza arriva anche un carico di nuovi problemi: la scuola, i difficili rapporti con gli adulti e si affaccia anche il dramma della droga. L’integrazione al contrario, nel paese natio dove nulla sembra essere cambiato, diventa difficile. Sono temi che sollecitano il tratto emotivo del lettore, evidenziando però la capacità dell’autore di saper veicolare concetti delicati attraverso una forma semplice e diretta. Lettura di pag. 69 – 70 (La famiglia scopre il figlio che si droga)
Scoprire che i figli si drogano: cosa vi può di essere di più tragico per un genitore? Una scoperta che, come abbiamo visto, scatena sensi di colpa, interrogativi sui valori insegnati, il fallimento educativo della famiglia, il poco tempo trascorso a parlare, a dialogare con il figlio.
Un’altra dura prova aspetta la famiglia: un grave incidente sul lavoro colpisce Franco. E’ il pretesto scelto dall’Autore per affrontare l’altro grande tema della nostra terra: il lavoro nero, il ricatto padronale, la sicurezza sul posto di lavoro. Da una situazione già di estrema precarietà, la famiglia si ritrova proiettata nella tragicità di un futuro pieno soltanto di incognite. Franco si ritrova a casa, invalido, senza lavoro e senza tutele. Che fare?
E qui in soccorso di Franco, direi ancora più della sua dignità, arriva il ricordo degli anni trascorsi a Torino dove i diritti erano diritti riconosciuti, dove pur tra mille contraddizioni, imprenditori e classe operaia erano, sono certamente più consapevoli e maturi.
Franco, senza esitazioni, denuncia al sindacato l’imprenditore-sfruttatore, nonostante i “buoni consigli” dei colleghi di lavoro a lasciar perdere per non compromette future occasioni di lavoro. Con un piccolo gesto, forse senza saperlo, Franco rompe finalmente quella secolare rassegnazione che ha sempre tenuto i siciliani nella condizione di sudditi.
Forse non era propriamente nelle intenzioni dell’Autore, o forse sì, magari poi ce lo dirà lui stesso, ma il suo libro in molti passaggi va oltre il diletto creativo dello scrittore e diventa strumento di denuncia, di accusa, di dolore, di rabbia per le ingiustizie. E’ uno di quei rari casi in cui la letteratura, i libri, la poesia, la musica riacquistano la funzione sociale di impegno e denuncia, funzione negli anni via via persa essendo stati ridotti a meri prodotti commerciali da consumare al pari di altre merci da banco.
Funzione recuperata che oggi appare tanto più significativa ed importante considerando che da giornali e tv sono state praticamente cancellate le notizie vere, soprattutto quelle sgradite al potere che immagina una società ideale dove non c’è spazio per cattive notizie: per gli incidenti sul lavoro, per aggressioni e stupri, furti e violenze, a meno che non siano perpetrati da extracomunitari preferibilmente rumeni e nordafricani, disoccupazione e nuove povertà, tracollo economico. Spazio soltanto ad ottimismo e felicità.
Insomma i problemi, invece di affrontarli e risolverli, si fanno sparire come la polvere sotto il tappeto. Senza fare polemici riferimenti alle note vicende del presidente del consiglio letteralmente cancellate dal TG1, di recente si è tentato di far sparire dai telegiornali la battaglia dei lavoratori Innse, quelli rimasti appesi ad una gru per una settimana, semplicemente per rivendicare il diritto al lavoro. Il TG3, unico tra i telegiornali, è stato aspramente criticato per le su telecronache in diretta volte a sostenere quella lotta operaia.
Ecco allora, come dicevo prima, che davanti al controllo censorio dell’informazione in atto in Italia, il libro di Nino Casamento, diventa un fondamentale strumento di comunicazione e di denuncia. L’Italia, e ancora di più il Sud e la Sicilia, non è quella messa in vetrina dalle copertine patinate, ma è quella descritta da Casamento nel suo libro.
Ci avviamo alla conclusione del romanzo.
Sulla scena irrompe, e non uso a caso questo verbo, vista la forza che esprime il personaggio, il professore Riganò, docente nell’istituto tecnico frequentato da Dario.
Nino Casamento negherà, ma io ci vedo tanto di autobiografico in questo personaggio. Lettura di pag. 109-110 (Ritratto del prof. Riganò)
Dopo tante tragedie, il professore Riganò rappresenta il riaffacciarsi della speranza che nulla è perduto, che tutto può ricominciare. Non posso non vedere nel professore Riganò rispecchiarsi l’Autore. Credo che tutto li accomuni, anche se la descrizione fisica del personaggio, del tutto diversa dall’Autore, sia soltanto un espediente per allontanare ogni accostamento.
Avviandoci alla conclusione, resta da sciogliere il nodo del titolo.
“La pietra in mezzo al mare” è chiaramente una metafora e anche la chiave di lettura del romanzo. Ancora oggi nella cultura popolare si usa dire Semu a menzu ‘u mari (Siamo in mezzo al mare) per sottolineare la difficoltà di superare gli ostacoli che la vita ci pone davanti. E allora quella pietra in mezzo al mare, quello scoglio che si staglia nel Golfo di Patti assume una simbologia salvifica, diventa riferimento, appiglio, occasione, opportunità in attesa dell’approdo definitivo su una spiaggia sicura.
Concludo con la speranza di essere riuscito con queste brevi note a trasmettere a tutti voi la stessa curiosità, le stesse emozioni e sensazioni, lo stesso piacere che hanno accompagnato la mia lettura de “La pietra al mezzo al mare”. A Nino Casamento dunque i nostri complimenti e il nostro grazie convinto per questo bellissimo terzo lavoro letterario che ci ha regalato, con l’augurio che l’anno prossimo ci si possa ritrovare ancora una volta insieme per un nuovo libro.
Ancora grazie.