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Da Pagine GE

Novità in libreria - Gennaio - Febbraio 2005

Gangemi editore ROMA

Intervista a … Nino Casamento

autore del romanzo

"Insidie e delusioni nella vita di un emigrante. L’albero dei torti"

aprile 2004, editore Gangemi, euro 14,00, ISBN 88-492-0582-1

 

Nino Casamento ha 59 anni ed è siciliano della provincia di Messina. Dopo gli studi classici nel liceo di Patti, si è iscritto all’Università di Messina, dove ha conseguito la laurea in Lettere moderne. Come tanti giovani laureati del nostro Mezzogiorno, per lavorare ha dovuto trasferirsi al Nord, maturando un’esperienza di emigrazione, la cui eco si coglie sofferta e vibrante in questo romanzo.

Ha insegnato prima in Piemonte e poi in Sicilia, dove è stato professore di Italiano e Storia in alcune scuole superiori della provincia di Messina.

Ha svolto per lungo tempo attività politica: è stato assessore alla Cultura del Comune di Patti, presidente del Consorzio dei Comuni del Tindari, consigliere e assessore alla provincia regionale di Messina, presidente dell’Azienda provinciale di promozione turistica, membro del consiglio per il turismo della regione Sicilia.

Giornalista pubblicista, ha fondato e diretto i periodici locali Paese nuovo, Il Filo, Nebros.

Ha collaborato con Il Punto, Il Soldo, La Gazzetta ionica, Centonove, La gazzetta del Sud, la Sicilia.

Ha all’attivo numerose pubblicazioni di carattere culturale e turistico. Con questo libro, dalla scrittura chiara e dalla trama avvincente, è al suo esordio come narratore.

 

Lei è siciliano. Cosa c’è della sua terra in questo romanzo?

Innanzitutto i paesaggi, le atmosfere, i luoghi della Sicilia dei Nebrodi e della costa tirrenica, ove la storia è ambientata. Dall’acrocoro di Gioiosa Guardia, dove il protagonista si reca con la sua donna a visitare i resti dell’antico insediamento, si coglie, come in una magica sintesi, una significativa porzione dell’isola: dal capo Milazzo lo sguardo corre per la piana che Omero chiamava "la terra dei pascoli del sole" e, inseguendo il pittoresco litorale, si perde lontano fino alla rocca di Cefalù. All’interno poi svetta l’Etna innevato e davanti si distende la corona cangiante delle isole Eolie che da quella postazione si scorgono in una prospettiva quasi tridimensionale, che porta l’occhio a sorvolarle e a spingersi oltre, nel blu infinito del Tirreno. E nei vari capitoli la storia, nel suo svolgimento, si colloca in altri suggestivi ambienti isolani: c’è il mitico promontorio di Tindari, il maestoso castello di Montalbano, la purezza delle nevi dei Nebrodi, il fascino dei palazzi barocchi di Ragusa Ibla e infine la suggestione struggente di quello stretto di Messina che ha ispirato l’intensa e ammaliante rievocazione di Stefano D’Arrigo nel suo Orcynus Orca.

La storia è quella di un emigrante. E’ la sua?

Certo la mia personale esperienza di emigrazione mi ha aiutato nel costruire il percorso di vita del protagonista, ma non è la mia storia. Piuttosto è quella di una generazione che si è vista e tutt’oggi si vede costretta a lasciare i paesini del Sud per trasferirsi al Nord. E non si tratta solo di povera gente, quella piuttosto conosciuta e celebrata delle valigie di cartone, ma di emigrazione intellettuale, che continua a spogliare il Sud di preziose risorse. Gino, il protagonista del mio romanzo è un giovane laureato in legge che lascia la Sicilia e cerca fortuna a Milano. Ci arriva pieno di speranze e di illusioni. E la grande città del Nord gli dà tanto in termini di esperienze, di realizzazione, di guadagno, ma nello stesso tempo lo avvolge in un reticolo di insidie che lo deludono, lo fiaccano, lo spingono al ritorno.

Dopo l’esperienza milanese il protagonista del romanzo si rifugia nella sua terra, nel paesino natale, in Sicilia, ma questo ritorno alla grande madre completa il quadro della delusione. Perché?

Perché trova il mondo rassicurante della sua giovinezza profondamente cambiato. Non c’è più la solidarietà che legava gli abitanti del paese e li faceva sentire quasi componenti di una grande famiglia. La stessa amicizia, valore forte e tipico del Sud, soccombe di fronte all’irrompere di una nuova concezione della vita che privilegia l’interesse, il guadagno, il successo, a scapito dei sentimenti. Non esiste più la comunità di un tempo, povera di risorse ma ricca di valori. Un susseguirsi impietoso di delusioni lo porta alla depressione e rischia di farlo smarrire, anche se alla fine qualcosa gli farà ritrovare le ragioni per riprendere il cammino della vita.

Il recupero della memoria cui si dedica gran parte del libro cela un elemento di nostalgia?

No. La memoria scorre nel richiamo di tempi passati, indugia su costumi, usanze, immagini, sensazioni persi per sempre. E tutto questo senza cedimenti alla nostalgia, ma con l’occhio e con l’animo attenti alle trasformazioni che il mondo subisce anche nelle piccole realtà, dove ci si aspetterebbe che il mondo si sia fermato. Traspare piuttosto il desiderio di richiamare quel che di buono c’era nella società di un tempo e di riproporne alcuni valori che meriterebbero di essere recuperati.

Lei, come si legge nel risvolto di copertina, ha fatto politica per lungo tempo. Cosa ha trasfuso nel libro della sua esperienza?

La constatazione di una profonda trasformazione della politica e quindi la conseguente delusione e il distacco da un mondo che mi aveva coinvolto intensamente. La politica che un tempo si basava su un’aspra contrapposizione ideologica, ma rispettava l’uomo, nel romanzo diventa pura e vuota gestione del potere, senz’anima e senza idee, schiaccia come un carro armato i sentimenti e rompe i rapporti tra gli uomini. Il protagonista se ne ritrae deluso e disgustato, dopo aver consumato, sull’altare della politica, un forte legame di amicizia col sindaco del suo paese.

Cosa si coglie nel libro del suo essere giornalista?

Credo soprattutto il linguaggio, che mi sono sforzato di rendere chiaro, secco, conciso. E questo agevola l’approccio del lettore dei nostri tempi, abituato ad una espressione sintetica e veloce.

Nel libro c’è un forte riferimento all’attualità. Cosa colpisce il protagonista delle vicende di oggi?

Il racconto di vicende di sofferta umanità di Gino, il protagonista, si dipana lungo il solco di momenti della storia nazionale: e nel libro si assiste alla trasformazione della scuola, al modificarsi del modo di vivere la religiosità, ai viaggi della speranza alla ricerca di cure adeguate, che a tutt’oggi non sono finiti, alla trasformazione della politica e infine al dramma delle guerre attuali e all’angoscia del terrorismo che le crude immagini televisive acuiscono, contribuendo a quel mal di vivere che colpisce il protagonista del romanzo.

Nel romanzo c’è un difficile rapporto di Gino con le donne e con l’amore. A cosa è dovuta questa difficoltà?

Gino è alla ricerca quasi disperata della donna della sua vita. Purtroppo consuma questo bisogno di amore in avventure deludenti. Fino a quando incontra quella giusta, quella che vorrebbe sposare, ma anche questa volta l’albero dei torti gli riserva un frutto avvelenato.

Sembra un libro cupo, pessimistico. E’ così?

No, nonostante tutto, alla fine ritorna la gemma della speranza, riappare la voglia di ricominciare. E il messaggio finale è positivo. Le difficoltà della vita possono fiaccare un uomo, ma non spegnere in lui il bisogno di riprendere il cammino.

Cosa l’ha spinto a scrivere il libro?

La voglia di recuperare la storia di una generazione. Il libro infatti prende spunto da vicende realmente accadute ad un amico, ovviamente rielaborate e romanzate. E poi l’omaggio ad una terra, la Sicilia, recuperata non solo nella sua struggente dimensione fisica, ma anche nell’anima che la caratterizza.

Fabio Gangemi



DaPagine GE

Novità in libreria - 2006

Gangemi editore - Roma

Intervista a … Nino Casamento

autore del romanzo

"Il nome nemico"

gennaio 2006, editore Gangemi, euro 14,00, ISBN 88-492-0911-8

 

Nino Casamento, siciliano della provincia di Messina. E’ stato insegnante di Italiano nelle scuole superiori ed ha svolto per lungo tempo attività politica. E’ giornalista pubblicista. Ha collaborato con vari giornali, tra cui La Gazzetta del Sud, La Sicilia, Centonove. Dopo numerose pubblicazioni di carattere culturale e turistico, nel 2004 ha esordito con il romanzo Insidie e delusioni nella vita di un emigrante. L’albero dei torti, Gangemi editore.

Con questo secondo libro, Il nome nemico, conferma le sue doti di narratore dalla scrittura chiara e avvincente, impegnato a ricostruire storie di forte impatto sociale e capace di scavare con profondità nell’animo dei suoi protagonisti, sullo sfondo di paesaggi ritratti con tocchi delicati e intensi.

 

A poco più di un anno dal suo primo romanzo esce questo nuovo libro: Il nome nemico. Cosa l’ha spinto a impegnarsi a tempo pieno nella scrittura?

Da alcuni anni ho smesso di insegnare e anche di fare politica attiva. E quindi, rispetto a prima, ho molto più tempo a disposizione. Poi devo dire che il successo del primo romanzo mi ha fortemente incoraggiato a continuare. Ha esercitato, come si direbbe in psicologia, un’azione di rinforzo. Essendo rimasto dentro di me il bisogno di comunicare, di far circolare e trasmettere pensieri e idee, di confrontarle rapportandomi con gli altri, ho trovato nella scrittura lo strumento che mi consente di continuare il mio impegno culturale e civile. Lo faccio infine perché credo nell’utilità e nel valore della lettura per la conoscenza e la formazione, specie delle giovani generazioni, anche per contrastare la pericolosa deriva dei mezzi di comunicazione di massa, in special modo della televisione, responsabile per buona parte del degrado della nostra società.

Rispetto ad altri popoli europei gli italiani leggono poco, soprattutto le giovani generazioni. Come si pone questo problema uno scrittore?

E’ vero, si legge poco, ma la colpa non è certo dei giovani, che sono figli del loro tempo e ne subiscono i condizionamenti. La mia generazione leggeva molto di più perché la televisione era ancora agli inizi e non invadeva le giornate con una programmazione così ampia e così differenziata, non c’era internet, non c’erano i telefonini, non c’erano insomma i mezzi di comunicazione e di svago che ci sono oggi. Il libro pertanto era, possiamo dire, l’unico strumento di informazione o anche solo di intrattenimento.La nostra è una società che ci dà molto, diciamo pure troppo, da un punto di vista tecnologico e materiale, ma che si è purtroppo impoverita fortemente dal punto di vista delle motivazioni, dei valori, della spiritualità.

Ma questa abbondanza e molteplicità dell’ offerta è un bene o un male?

Sarebbe senza dubbio una grande cosa se si utilizzassero in modo corretto e consapevole le grandi opportunità dei nostri tempi. Ma, come scriveva qualche mese fa Francesco Alberoni, questa è diventata l’epoca del pensiero frantumato. Lo zapping consente di saltellare di qua e di là, senza soffermarsi su niente, senza applicarsi, allettati dalla piacevolezza, dalla leggerezza, dal disimpegno e così si perde l’esercizio dell’applicazione, l’abitudine alla concentrazione ed allo sviluppo dei processi logici. E’ come dare a un adulto cibi omogeneizzati, che non necessitano di digestione. L’organismo pian piano si disabitua agli alimenti più complessi, non è più in grado di affrontare pasti completi e deperisce. Come per il fisico, così è per l’anima e per la mente. E la società si impoverisce e traligna.

Chi dovrebbe porre rimedio a questo stato di cose e svolgere un ruolo di stimolo alla lettura?

Innanzitutto la scuola, ovviamente, poi le biblioteche, infine la televisione, specie quella pubblica. La TV è uno strumento formidabile, che ha dato tanto in passato per la crescita culturale degli italiani, ma che oggi sembra diventato un fiore avvizzito e ripiegato in una dimensione che oscilla, come una sorta di pendolo malefico, tra la violenza e la stupidaggine. Ma anche gli scrittori devono fare la loro parte, combinando la profondità del contenuto, il valore del messaggio con la levità e la chiarezza della scrittura. Quante volte ci è capitato di iniziare a leggere un romanzo e di non aver trovato la voglia di andare avanti? Ci sono libri, anche di autori che vanno per la maggiore, che non prendono, non coinvolgono, non avvincono. Molti scrivono per sé stessi o per i critici, dimenticandosi del destinatario dell’opera. Io provo una grande soddisfazione quando i miei lettori, specie quelli non particolarmente acculturati, mi dicono che hanno letto d’un fiato il mio libro, l’hanno divorato. Vuol dire che hanno provato interesse.

Allora lei vede un futuro per il libro?

Si. La televisione ti schiaccia con la forza delle immagini e ti impone i suoi tempi. In una parola ti soggioga, ti condiziona, ti rende passivo. Il libro è di chi lo legge, perché il lettore partecipa assieme all’autore a costruire i personaggi, i paesaggi, le scene: a pensarli, ad immaginarseli, a disegnarli nella sua mente. Ci mette sempre qualcosa di suo e questo stimola la fantasia, la creatività. Il libro é perciò lo strumento più personale, quello che si adatta ai tempi e ai modi di fruizione che ognuno vuole, quello più adatto a far riflettere, ad analizzare, perché su ogni frase si può ritornare. E’ insomma, come dico ai giovani usando una parola che va di moda, lo strumento più interattivo che io conosca.

Andiamo adesso al contenuto di questo suo romanzo. Nel precedente il tema era quello dell’emigrazione intellettuale. In questo?

In estrema sintesi: la guerra, il razzismo, la mafia.La guerra, con la sua carica distruttiva, è al centro della sua attenzione. Lei però non descrive solo uomini abbrutiti dalla violenza, ma anche persone generose, altruiste, sensibili. Nel romanzo si dipanano e si intrecciano diverse vicende storiche. Si parte dalla seconda guerra mondiale, con il riferimento alle foibe e la descrizione di un campo di sterminio nazista e poi giù giù fino al conflitto nella ex Jugoslavia, che rappresenta il cuore del romanzo, ma con riferimenti alle guerre più recenti e attuali, come quella dell’Iraq. Come dico nel libro, è un germe che l’uomo si porta dentro, una gramigna che, anche quando si estirpa a forza da un posto, poi ti spunta da un’altra parte del mondo. E’ vero, ci sono anche personaggi positivi, ma sono eccezioni, residui di umanità che la barbarie della guerra non riesce a distruggere. La guerra è violenza, distruzione, regresso dell’umanità. Non risolve i problemi, piuttosto li esaspera, allarga le divisioni, crea un baratro.

L’altro tema è la mafia. Perché questo accostamento?

Perché la mafia è il nostro nemico, il nemico di una guerra che abbiamo in casa. E’ un grave handicap per tutto il meridione in generale e per la Sicilia in particolare. Penalizza questa nostra bellissima terra, anche quando si esprime nelle sue forme più ovattate, poco appariscenti, di quella che viene definita mentalità mafiosa. E’ altrettanto distruttiva di una guerra. Lo faccio dire a Silvana, l’altra protagonista del romanzo, costretta ad allontanarsi dalla sua terra per sfuggire alle violenze e alle sopraffazioni della mafia. "Anche noi del Meridione stiamo vivendo sulla nostra pelle un’altra guerra, quella scatenata dalla mafia o dalla camorra. C’è gente che uccide e terrorizza con altrettanta disumanità. E non indossa divise, ma agisce nell’ombra, tende agguati, colpisce a tradimento, domina il territorio. Peggio di un’armata nemica".

Cosa l’ha ispirato a scrivere questa storia?

Lo spunto me l’ha dato una persona che ho avuto modo di conoscere in Friuli, uno di quei tanti profughi fuggiti da una nazione in fiamme, che hanno trovato rifugio e accoglienza in Italia. Mi ha raccontato una storia terribile, dolorosa, ma affascinante da un punto di vista narrativo, letterario. Ho raccolto questi ricordi, li ho elaborati, li ho intrecciati con altri elementi che avevo dentro di me e ne è venuto fuori questo libro.

Perchè questo titolo?

Sono stato io a volere questo titolo perché riassume efficacemente l’origine delle dolorose vicende che vive il protagonista del libro, colpevole solo di portare un nome odiato. All’origine del razzismo, e non solo di quello conclamato, ma anche di quello più inconscio e quotidiano che connota i nostri atteggiamenti, c’è sempre un impulso a giudicare gli altri e a rapportarsi con loro non attraverso una vera conoscenza, ma per alcuni pregiudizi, che diventano categorie discriminatorie. Il titolo perciò diventa il simbolo di un atteggiamento diffuso nella quotidianità, che certamente la guerra esaspera: la manifestazione di un razzismo strisciante, che può avere punte parossistiche come in questo libro. Il protagonista è visto e trattato come un nemico, senza essere un soldato, senza partecipare alla guerra, solo perché si ritrova lo stesso nome del presidente della Croazia. E paga prezzi spaventosi solo per questo.

A parte la Bosnia e la Croazia, che sono il terreno degli scontri, lei ambienta la storia in Friuli e in Sicilia. Come mai questo connubio?

Vuole essere il simbolo dell’incontro tra le regioni del Nord e quelle del Sud, che hanno bisogno di integrarsi. Ma ci sono anche ragioni personali. La Sicilia è la mia terra, in Friuli ci passo molti mesi all’anno ed ho imparato ad amare anche quei luoghi. Quindi un doppio omaggio: l’uno dettato dal cuore, l’altro dalla ragione. Della Sicilia descrivo i Nebrodi e in particolare una cittadina, Tortorici, presa a metafora, a simbolo, di un travaglio sociale, ma con una gran voglia di riscattarsi e di risorgere.

Lei descrive sempre con particolare cura i paesaggi dove sono ambientate le vicende. Se per la Sicilia e il Friuli ha una conoscenza diretta, è così anche per i territori dell’ex Jugoslavia?

Diciamo che una parte l’ho visitata, il resto o è frutto di una meticolosa e puntuale documentazione o della mia immaginazione. D’altro canto Verne ha scritto Il giro del mondo in 80 giorni, senza muoversi dal suo studio. Il romanzo è sempre una creazione, non è una fotografia. Credo che il tentativo sia ben riuscito, se un lettore, che è stato tante volte in quelle zone, mi ha detto che quelle descrizioni gli richiamavano e gli facevano rivivere luoghi, paesaggi, atmosfere, ricordi, sensazioni vissute. Non ho avuto il coraggio di dirgli la verità. Ma mi riprometto di andarci, anche per verificare la corrispondenza dei luoghi con le mie creazioni.

Il romanzo presenta vicende amare, sofferenze, abbattimenti. E’ un libro pessimistico?

Tutt’altro. C’è un forte messaggio di speranza, traspare netta la voglia dei protagonisti di rialzarsi, di riprendere a vivere, persino di recuperare il rapporto con la loro terra, da cui erano stati profondamente delusi. Il finale del libro consacra questi atteggiamenti e rilancia alcuni valori come la pace, l’amore, il rispetto di tutti gli uomini, il superamento del razzismo. E questo messaggio, quest’invito a impegnarsi per superare le cose orribili che il libro racconta e per migliorare il mondo, è affidato soprattutto alle giovani generazioni.

a cura di Fabio Gangemi

 






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